"LA BICICLETTA GIALLA" La magia e la sorpresa della narrazione

Riceviamo da Fulvio Baralis alla

nostra casella di posta elettronica

menteinpace@libero.it e volentieri

pubblichiamo.

 

Era una sera dei primi giorni di marzo ed ero in compagnia di un gruppo di genitori per

approfondire la tematica delle regole e le modalità più efficaci per trasmetterle ai figli. Decisi

di narrare un episodio della mia vita...

 

La finalità era quella di stimolare il pensiero sul fatto che la narrazione di sé sincera, profonda,

partecipata e vissuta è un’opportunità coinvolgente per la trasmissione di valori e regole di vita.

Quello che era nato come spunto formativo divenne un’esperienza sorprendente.

Feci avvicinare i genitori, erano gomito a gomito in un semicerchio che mi comprendeva. Occhi

fissi su di me, silenzio nella stanza. La curiosità era palpabile, l’attenzione mista a stupore. Il cuore

iniziò a battermi più forte. Ne rimasi stupito, ero abituato a parlare in pubblico. Controllai con

sufficiente disinvoltura questa reazione e iniziai il racconto.

Un giorno come tanti, nel tardo pomeriggio, sono andato a prendere Matteo (il più piccolo dei miei

tre figli) alla fine dell'allenamento di atletica. Tornando, poco lontano da casa, notiamo una

persona – straniera, mi sembra – con la bicicletta per mano, la ruota davanti bucata. Gesticola,

impreca, prega, chi lo sa? Mi colpisce il suo volto sconfortato e chiedo a Matteo: "Vuoi che

andiamo a vedere se ha bisogno di una mano?". Matteo dice sì, convinto. Avrei potuto caricare la

bicicletta in macchina e portare a casa entrambi. Lo raggiungiamo e gli chiedo se ha bisogno di

aiuto. Lì per lì risponde no, ringraziando. In un paio di chilometri sarebbe arrivato a casa. Di

chilometri ne aveva già fatti quindici e tutti a piedi. Era uscito dalla fabbrica dove lavorava

saltuariamente e aveva trovato la ruota a terra, nessuno si era offerto di accompagnarlo a casa e si

era avviato a piedi. Camminava da due ore. Chissà quanti pensieri in quelle due ore, in quei

quindici chilometri a piedi tirando una bicicletta con la gomma a terra. Forse io nelle sue

condizioni avrei pure pianto, chissà lui? Parlando mi chiede se avevo una bicicletta da prestargli

per andare al lavoro il giorno dopo. A lui non succedeva spesso di lavorare due giorni di fila. La

sua bicicletta era davvero un catorcio. Con una gomma bucata. Ormai stava facendo buio, non

c’era tempo di ripararla per l’indomani. Mi meraviglio un po’ a quella richiesta, come fossimo

vecchi amici. Penso che il bisogno, quello vero, dà il coraggio di tentarle tutte. Con forte accento

straniero aggiunge "Ti do il mio numero di cellulare… se trovi una bicicletta, per favore, chiamami,

ti prego".

Voleva anche avere il mio numero ma istintivamente l’ho negato. Istinto, paura? Quella maledetta

paura che porta a diffidare del tuo simile solo perché ha una pelle diversa, parla male l’italiano o

perché puzza di sudore dopo una giornata di lavoro in fabbrica. La paura di essere rintracciato o

subire altre richieste di aiuto. La paura di sentire la pressione sulla coscienza. Lui può fidarsi di

me, ci mancherebbe!, io meglio che sia prudente. Ho segnato il suo numero di cellulare. Non poteva

chiamarsi Toni ma ho accettato questo nome. Toni è andato per la sua strada e noi per la nostra.

Nel breve tratto per arrivare a casa, avvolto in tante riflessioni, il pensiero è andato alla bicicletta

gialla che avevo regalato a mia moglie nel 1986, quando eravamo fidanzati. Quella bicicletta è

stata il mio anello di fidanzamento. Avevo fatto debito, in quegli anni di Servizio Civile a duemila

lire al giorno che non erano molte e dovevano bastare. Ricordo ancora gli occhi luccicanti di

Cecilia, quella sera, quando le ho portato (e ne andavo fiero) la bicicletta gialla: il mio anello di

fidanzamento! Lei sapeva del valore simbolico di quel dono e ne fu commossa.

Quanti pensieri in quei cinque minuti in macchina: la prendo, la carico, gliela do… Però, un

attimo… cosa penserà Cecilia? in fondo è sua e non mia, dovrebbe decidere lei se darla o non darla

ma se glielo chiedo sarà libera di dire no? d’altronde Toni è a piedi e ogni giorno fa trenta

chilometri per lavorare…

Arrivato a casa chiamo mia moglie dal cortile. Frettolosamente le spiego l'accaduto. Io sotto,

ancora vicino alla macchina accesa e lei sopra, al terrazzo. Bisognava fare presto perché altrimenti

avrei potuto non ritrovarlo nei meandri dei condomini ormai abitati solo da stranieri. Cecilia

risponde che se va bene a me, lei è d’accordo. Ho abbassato i sedili, caricato la bici, sono corso

verso Borgoricco senza pensare ai limiti di velocità e ho trovato Toni che stava entrando nel

porticato di un palazzo anonimo. Ho suonato il clacson, s’è girato e mi ha sorriso. Che sorriso! Mi

si è aperto il cuore. Aveva capito, sicuramente aveva sperato! Con la stessa bicicletta una seconda

sorpresa, un secondo sorriso commosso, a distanza di anni e per motivi diversi. Non sono riuscito a

contare quanti grazie nei primi secondi. Davanti a quella bici di 24 anni ma perfetta, Toni ha

esclamato con occhi umidi "Questa bicicletta è proprio bella quanto te!”. Ha insistito per avere il

mio numero di telefono, per offrirmi almeno un caffè. Di nuovo quella paura che blocca, ho

declinato, ci saremo sicuramente trovati, abitando nello stesso comune. Siamo solo 8.000 anime,

che ci vuole ad incontrarsi! Non è più successo.

Gli ho raccomandato di averne cura, di gonfiare le ruote, il fanale funzionava e la sella imbottita

era nuova. Almeno non si sarebbe ammaccato il posteriore durante il chilometraggio quotidiano.

Mi ha stretto la mano due volte, gli ho augurato buona fortuna e ci siamo lasciati. Ho saputo che è

siriano. Toni è il nome per le conoscenze comuni in Italia. Molti stranieri si presentano con un

nome semplice da ricordare. Gli amici lo chiamano Abramo, il suo vero nome non l'ho mai saputo.

Oggi, appena tornata da scuola, mia figlia Anna ha detto che stamattina alle sette una bicicletta

gialla sfrecciava per la strada principale, tanto che non si vedevano i pedali. Ha provato a seguirla

ma non è riuscita a raggiungerla. Di una cosa era certa, era la bici della mamma! Il suo pensiero

andò subito a Toni e alla bicicletta gialla che dona il sorriso.

Avete presente la magia di un evento? Quella sensazione di essere in una realtà parallela, come se il

tempo fosse sospeso? Ecco, in quella stanza, circondato da genitori, in poco tempo mi sono sentito

avvolgere da questa intensa sensazione. La sorpresa più grande fu che a metà racconto dovetti

fermarmi. Alcune parole pronunciate con un po’ più di passione e sentimento mi smorzarono la

voce e mi gonfiarono gli occhi che si bagnarono di lacrime inaspettate. Un giro di sguardo e vidi che

anche gli occhi delle persone di fronte a me erano lucidi e nessuno osava dire una parola. Sembrava

che un filo invisibile collegasse tutti i cuori formando una rete comunicativa palpitante. C’era

partecipazione e comprensione, calore e unione. Un’occasione formativa divenne un’esperienza

umana molto profonda. Intendevo dare e far apprendere. Ho ricevuto e appreso. Negli incontri

successivi il gruppo sembrava diverso, più unito, disinvolto, aperto. La magia della narrazione di sé

non finirà mai di sorprendermi.

 

Massimo Caccin

Fonte: www.kaloi.it

 

Link:

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RENZO DE STEFANI E JACOPO TOMASI

 

LE PAROLE RITROVATE

LA RIVOLUZIONE DOLCE DEL FAREASSIEME

NELLA SALUTE MENTALE

 

Prefazione di Fabio Folgheraiter

 

 


Le Parole ritrovate sono un movimento che negli ultimi vent’anni ha cercato di rivoluzionare la salute mentale in Italia. Lo ha fatto    in maniera “dolce”: attraverso la passione e l’impegno quotidiano   di migliaia di persone. Questa rivoluzione si ispira a un principio: dare voce alle persone. Fare in modo che anche utenti e familiari abbiano un ruolo attivo e siano coinvolti nelle decisioni che con- tano attraverso quell’approccio che è diventato noto in tutta Italia come fareassieme. Sembra un principio semplice, ma purtroppo non è scontato. Nell’Italia della salute mentale, che viaggia a molte velocità diverse, ci sono ancora realtà dove le persone che soffrono di disturbi psichici – e le loro famiglie – sono spesso abbandonate    e inascoltate. Lasciate ai margini.

Le Parole ritrovate, in questi vent’anni, hanno messo in atto mol- tissime iniziative per far ritrovare le parole a queste persone. E ascoltare davvero i loro bisogni. Per una salute mentale più umana   e più giusta.

 

Questo libro racconta proprio la storia di Le Parole ritrovategrazie ai contributi – preziosi e variegati – di chi questa rivoluzione l’ha messa in atto con azioni e iniziative concrete: dalle attività nei Dipartimenti, ai convegni, passando per originali traversate dell’o- ceano in barca a vela o viaggi in treno fino a Pechino. Il comune denominatore è che ogni iniziativa ha visto protagonisti medici e utenti, operatori e familiari. Tutti, in questo libro, raccontano un cambiamento possibile. Tante esperienze – in Italia, ma non solo – che prese singolarmente possono sembrare piccole, ma unite l’una all’altra dipingono un quadro di fiducia e speranza.

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