LE STORIE DI PENELOPE

 

Riceviamo la segnalazione di questa associazione da Rossana Costa-Giani di MenteInPace per cui pubblichiamo questo articolo tratto dal Corriere di Saluzzo, versione on line.

 

 

 

 

 

 

 

SALUZZO - Sono chine sui telai di legno intente a tessere tappeti, stole, berretti, ma anche borse e mantelle. Sono le donne del Penelope, il laboratorio nato nel 2007 per volontà dell'assessorato alle pari opportunità del comune di Saluzzo, con lo scopo di promuovere l'integrazione sociale e culturale delle donne immigrate residenti nel Saluzzese. Da allora, enti, privati, associazioni, tra cui Agorà e Zonta in particolare, si sono adoperati per offrire un contributo a sostegno delle attività portate avanti nei locali di corso Piemonte 59.

 

Le donne che hanno frequentato e frequentano Penelope, complessivamente una cinquantina, appartengono a nazionalità diverse: «Abbiamo toccato tutti i continenti- spiega la responsabile Serena Boretta, educatrice –, manca soltanto più l'Australia. Dal prossimo anno dovremmo trasferirci nelle antiche scuderie della Mario Musso dove ci sarà anche una stanza per i bambini che accompagnano le loro madri al laboratorio. Lì potranno stare insieme, fare i compiti, giocare».Altrimenti le donne non saprebbero a chi affidare i loro figli.

 

Molte sono sole, altre non potrebbero permettersi una bambinaia, perché, nella maggior parte dei casi, solo il marito lavora. Così Penelope permette alle madri e ai bambini di ritrovarsi insieme un pomeriggio a settimana, il mercoledì.

 

E il nome Penelope non è casuale: il telaio è il sinonimo dell'intreccio culturale. Ma, andando oltre la metafora, il laboratorio rappresenta un punto di ascolto, uno spazio di socializzazione che consente alle donne di confrontarsi tra loro e trovare il conforto nelle parole delle volontarie.

 

Perché le difficoltà di integrazione non sono legate soltanto al problema della lingua, ma è l'identità stessa della donna immigrata ad essere messa a dura prova. Il confronto quotidiano della sua femminilità con modelli diversi la induce a mettere in discussione i valori della propria cultura d'origine.

 

Ma, intanto che noi chiacchieriamo, le donne proseguono il loro lavoro intente a contare i fili di lana. Si respira l'odore del legno dei telai e quello naturale dei filati. Il trentenne Matteo Salusso, esperto tessitore e coordinatore tecnico del progetto, ci invita a riscoprire un'antica tradizione fatta di arazzi, tende, coperte, tutto realizzato rigorosamente a mano che, auspica, «possa continuare ad avvicinare e coinvolgere le donne immigrate, costituendo per loro anche una piccola fonte di guadagno». Infatti, il ricavato dalla vendita dei manufatti serve, in parte, a coprire le spese di acquisto dei filati, mentre la restante quota viene destinata alle donne che li hanno realizzati.

 

I prodotti del laboratorio tessile sono realizzati con le diverse tecniche dei paesi di provenienza delle partecipanti. La più abile a tessere tappeti è sicuramente Carolina, donna energica, ma dallo sguardo dolce, a tratti malinconico. Ha 37 anni e in Romania, sua terra d'origine, aveva frequentato la scuola di maglieria, per poi specializzarsi nella realizzazione di arazzi. Ma il lavoro stentava a decollare, così nel 2005 Carolina decide di raggiungere l'Italia con la speranza di un'occupazione più sicura. Non si rivela tutto facile come le era stato prospettato e la strada oggi si presenta ancora in salita. Ha lavorato prima in una famiglia, ora presso la casa di riposo di Lagnasco dove da alcuni anni si occupa di Sandro Paleologo. Un anno più tardi nel 2006 la raggiunge in Italia anche la figlia Ioana Maria, di 11 anni, che fino ad allora si trovava affidata ai nonni e al padre da cui Carolina è separata.

 

Sono tante e, a volte difficili, le storie delle donne di Penelope. C'è chi porta il velo con una naturalezza che, per noi donne occidentali, è quasi disarmante e si racconta con gli occhi pieni di gioia come Hanane. Laureata in diritto privato, in Marocco aveva trovato impiego in una ditta di commercio del caffè. Hanane significa affetto, lo stesso che l'ha portata nel 2007 in Italia per ricongiungersi al marito dal quale ha avuto due figli, Sabir di 4 anni e mezzo e Sofia di un anno e mezzo. Benché non conoscesse il telaio, Hanane oggi ha raggiunto una buona manualità nel realizzare tende, mantelline e sciarpe.

 

Marocchina è anche Rabia, che in arabo vuol dire 'Primavera', un nome pieno di speranza e di tutta la serenità che emana dal suo sorriso. Ha 31 anni e un'esperienza come sarta, ma dice: «Se prima il tessuto era già fatto, qui la difficoltà sta proprio nel realizzare la materia prima, la stoffa. È un'esperienza che non avevo mai fatto finora». Rabia oggi risiede a Revello con il marito, verniciatore di mobili, e la figlia Majda (Gloria) di 3 anni e 7 mesi.

 

 

 

Kizi Blengino

 

 

 

Fonte: www.corrieredisaluzzo.it

Link: http://www.corrieredisaluzzo.it/cgi-bin/archivio/news/Le_storie_di_Penelope.asp

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IL PROGRAMMA 2017-2018

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Josè Saramago

SAGGIO SULLA LUCIDITA'

Feltrinelli

IV edizione, 2015

 

Leggere Saramago non è agevole; la sua scrittura è originale, come una lunghissima riflessione fatta a voce alta o meglio a voce stampata.

Pur essendo la punteggiatura volutamente anomala si capisce il senso dei dialoghi. Questo romanzo, pur ambientato a Lisbona, è molto attuale se si guarda l'esito delle ultime elezioni politiche in Italia.

Cosa potrebbe succedere di fronte ad una vera e propria rivolta dei votanti, pur nel rispetto del formalismo elettorale? Come potrebbe reagire il potere istituzionale?

Vorrei citare due frasi che ritengo paradigmatiche.

 

"Se avevano votato come avevano votato era perché erano delusi e non trovavano altro modo per far capire una volta per tutte fino a che punto arrivava la delusione".

(pag. 96)

 

"Si domandino davanti allo specchio se magari non siano di nuovo cieche, se questa cecità, assai più vergognosa dell'altra, non le stia deviando dalla giusta direzione, spingendole verso il disastro estremo che sarebbe il crollo forse definitivo di un sistema politico che, senza che ci fossimo accorti della minaccia, conteneva sin dall'origine, nel suo nucleo vitale, cioè, nell'esercizio del voto, il seme della propria distruzione o, ipotesi non meno inquietante, di un passaggio a qualcosa di completamente nuovo, sconosciuto, tanto diverso che, lì, allevati come siamo stati all'ombra di routine elettorali che per generazioni e generazioni sono riuscite a schivare quello che ora vediamo essere uno dei suoi assi più importanti...".

(pag. 165)

 

Le elezioni di cui parla l'Autore hanno dato un esito possibile ma significativo: una maggioranza schiacciante, attorno all'ottanta per cento, di schede bianche. Ciò determina reazioni esagerate da parte dei partiti, specie di quello al governo. 

Questo romanzo è da leggere dopo aver letto l'altra opera di Saramago, Cecità, poiche è praticamente la sua continuazione.

 

Gianfranco Conforti

 

Cosa succede a un paese se alle elezioni i cittadini decidono in massa di votare scheda bianca? Quali ingranaggi vengono sollecitati fino alla rottura, quali contromisure andranno messe in atto? Se lo chiede José Saramago con questo straordinario romanzo, avvincente come un giallo e penetrante come un’analisi (fanta)politica. L’ipotesi più accreditata è che ci sia un legame fra questa “rivolta bianca” e l’epidemia di cecità che, solo quattro anni prima, si era diffusa come la peste. Gli indimenticabili protagonisti di Cecità fanno quindi ritorno, per condurci in un viaggio alla scoperta delle radici oscure del potere. Un viaggio che ci fa gettare uno sguardo nuovo e spietato sui meccanismi del mondo nel quale esercitiamo (o crediamo di esercitare) ogni giorno la nostra libertà.