MIGRANTI: DALLA COMPASSIONE ALLA LOTTA CON GIOIA

Pubblichiamo questo interessante articolo sul tema dei migranti ritornando sull’interessante progetto del film autofinanziato “Io sto con la sposa”, segnalatoci da Marco Piantadosi e su cui abbiamo dato ampio spazio nel nostro giornale il mese scorso.

 

La questione della bontà delle nostre azioni e della cattiveria di quelle degli altri è una questione antica, ripresa da moltissimi pensatori e filosofi, non ultimo Friedrich Nietzsche  che in Umano, troppo umano spiegava come la continua attribuzione dell’immoralità agli altri (per essere noi i giusti e i dotati di bontà) fosse causa stessa di conflitto.

 Susan Sontag aggiunge un pezzetto al ragionamento del filosofo: uno dei grandi strumenti di deresponsabilizzazione è la compassione. Se io soffro con te, non posso essere stata la causa del tuo dramma.
E’ su questo meccanismo che si fonda il nostro rapporto con una delle più grandi tragedie silenti degli anni 2000: le morti di migranti nel tentativo di esercitare un diritto sacrosanto, ossia il diritto alla mobilità, e la possibilità di scegliere dove vivere, o più semplicemente dove andare.

E’ di pochi giorni fa il video di Repubblica che mostra in esclusiva il recupero da parte dei sommozzatori dei corpi rimasti in mare dopo il naufragio del 3 ottobre. Il bilancio finale è stato di 363 morti, che si sommano a formare quei 19720 di cui si ha notizia (l’ultimo naufragio è del 12 maggio, con 17 cadaveri e 100 dispersi).

 Il video annuncia che la visione potrebbe urtare la nostra sensibilità. E la urta, perché le immagini sono le immagini di quello che si rimuove: la morte vera, il mare. E ci riempie di compassione, e ci assolve, oltre che declamare la nostra impotenza, tramite la dimensione quasi pornografica della visione. Perché i corpi morti sono un rimosso dell’Occidente, e ne mostriamo la realtà solo per indignare, per compatire e per assolverci. Lo facciamo con le guerre, e con le tragedie.

In fondo, il passaggio importante non è quanto ci commuovono quelle icone, ma quanto ci assolvono. Per questo ci interessano i morti e non i vivi. Per questo l’allora prima ministro Letta aveva offerto la cittadinanza onoraria ai migranti morti, e non ai sopravvissuti.

Tra questi, tra i 155 che sono arrivati a riva, che sono stati mescolati ai morti perché stremati e affaticati, c’era anche un mio amico. Si chiama Abdalla, ha la mia età,  viene da Yarmouk, il campo profughi non ufficiale più grande della Siria. Abdalla è siriano palestinese, apolide. Non ha mai avuto un passaporto. Yarmouk è stata la casa dei palestinesi siriani a partire dal 1957. Se  c’è un posto da cui scappare oggi quello è la Siria. Se c’è un posto della Siria diventato celebre per l’assenza di cibo e acqua, quello è Yarmouk.

 Si scappa via mare. L’Europa, compassionevole, sempre grazie all’idea dell’assoluzione, ha istituito un meccanismo di accoglienza per richiedenti asilo differenziato. Ogni Stato ha stabilito quote, in base alla “capacità” recettiva. Inoltre, ogni Stato offre un differente trattamento ai richiedenti asilo siriani. La Svezia ha scelto un piano di aiuti particolarmente articolato: accoglienza, dimora, sussidio economico, tempi di concessione del permesso e di acquisto di cittadinanza più brevi, possibilità di ricongiungimento familiare. Se fossi una siriana, vorrei andare lì. E questo è quello che ha pensato anche Abdalla. La questione vera è il come: perché se è noto il meccanismo di ingresso in Europa tramite gli sbarchi (con rischi vitali incredibili e un costo che si aggira attorno ai 3000 dollari), giungere a Lampedusa significa trovarsi nel punto d’Europa più lontano in assoluto dalla destinazione scandinava. Gli accordi di Dublino prevedono inoltre che i richiedenti asilo debbano essere identificati all’arrivo, con impronte digitali, e che possano fare richiesta solamente in un paese europeo, quello della loro identificazione.

 Se la prassi formale sarebbe questa, nella pratica sono moltissime le persone che transitano senza essere identificate, per non oberare le strutture d’accoglienza del primo paese d’arrivo e permettere la mobilità interna illegale. Così, arrivato a Lampedusa, Abdalla è stato trasferito senza essere identificato al Centro di accoglienza di Pozzallo, dal quale è uscito senza farvi ritorno. Da lì, ci sono tassisti abusivi e pullman che, pagati, trasportano fino alla prima stazione, e poi treni che salgono fino al nord. Da Milano, poi, centro nevralgico dal quale sono passati moltissimi siriani nell’ultimo anno, è possibile intercettare dei passeur, trafficanti che per una cifra che si aggira attorno ai 1000 euro trasportano persone promettendo la Svezia, molto spesso bloccati alla frontiera, o il più delle volte, truffatori che giunti a Lugano o a Innsbruck spacciano Svizzera e Austria per Svezia.  

La mobilità interna prevista da Schengen per i cittadini e le cittadine dell’Unione Europea impedisce la stessa possibilità ai soggetti presenti sul territorio che vedono impossibilitato il proprio accesso a diritti che ci sono, che li tutelano, ma a 3000 km di distanza. Non basta il lungo passaggio in mare, è necessaria un’ulteriore umiliazione, esporre le persone al racket, al traffico illegale e a rischi che potrebbero essere rapidamente risolti con una revisione degli accordi di Dublino.

Per questo, la compassione non è il sentimento giusto. Perché noi siamo soggetti politici, e il non farci carico delle questioni europee perché riguardano “gli altri” per i quali ci commuoviamo è ipocrita, e immorale come le azioni per le quali ci indigniamo.

Per questo, un gruppo di folli ha deciso di cambiare registro. Non più la lacrima come veicolo politico, deresponsabilizzante, ma la festa come strumento di battaglia. Disobbedire con sorrisi, abiti di gala, e situazioni rocambolesche. Perché nulla è più potente per esorcizzare la morte e la sofferenza, di un legame festoso.
Non stare da questa parte, e compatire, ma stare dalla parte giusta. Con la sposa.
Io sto con la sposa nasce così.  

Un poeta palestinese siriano (Khaled Soliman Al- Nassiry), un giornalista italiano (Gabriele del Grande)  un regista montatore (Antonio Augugliaro) incontrano a Milano cinque palestinesi e siriani sbarcati a Lampedusa in fuga dalla guerra (tra cui Abdalla, ma anche Manar, Abu Manar, Mona e Abu Nawar), e decidono di aiutarli a proseguire il loro viaggio clandestino verso la Svezia. Per evitare di essere arrestati come contrabbandieri però, scelgono di mettere in scena un finto matrimonio coinvolgendo un'amica palestinese che si traveste da sposa, e una decina di amici italiani e siriani abbigliati da invitati. Io sono stata invitata e ho deciso di partire. E così bardati, abbiamo attraversato mezza Europa, in un viaggio di quattro giorni e tremila chilometri.

Io sto con la sposa è un film, è un documentario, è la storia di una mascherata che ha dell'incredibile, ma che altro non è che il racconto in presa diretta (girato da Antonio Augugliaro, Gianni Bonardi, Marco Artusi e Valentina Bonifacio) di una vicenda realmente accaduta sulla strada da Milano a Stoccolma tra il 14 e il 18 novembre 2013.

Per essere distribuito, per portare il suo messaggio, Io sto con la sposa ha bisogno di un sostegno finanziario. Dal basso. Per essere noi, e non “gli altri”. Per non compatire, e non essere impotenti, ma per prendere parte ad un’azione collettiva. Piccola, per una volta spensierata. Perché dopo tutto, partire significa scegliere di vivere, e cercare di essere felici.

Io sto con la sposa, e tu?

 

Valeria Verdolini

Ricercatrice precaria all'Università degli Studi di Milano. Sociologa del diritto e attivista, è presidente di Antigone Lombardia

 

 

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ATTIVITA' ASSOCIATIVA 2017
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BILANCIO CONSUNTIVO 2017
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IL PROGRAMMA 2017-2018

http://www.casadelquartieredonatello.it

I LUOGHI DEL POSSIBILE

Fare salute mentale oggi

 

a cura del Consorzio Cascina Clarabella

 

Introduzione
La salute mentale che sogniamo
Claudio Vavassori, Carlo Fenaroli

L’IDEA DI CURA

Mettere tra parentesi la malattia mentale
Nuove (e vecchie) ipotesi per la cura della sofferenza psichica
Intervista a Angelo Barbato a cura di Roberto Camarlinghi e Francesco d’Angella

Riconoscersi nel destino di fragilità dell’altro
Per curare servono introspezione e immedesimazione
Eugenio Borgna

Perché non bastano gocce e pastiglie
Se la salute mentale è data da casa, lavoro e rete sociale
Andrea Materzanini

La salute mentale tiene le porte aperte
Il sogno di Cascina Clarabella
Intervista a Claudio Vavassori a cura di Roberto Camarlinghi

PER UNA CITTA’ CHE CURA

Il sogno della città che cura
L’attualità della lezione basagliana
Intervista a Franco Rotelli a cura di Roberto Camarlinghi

Di chi sono gli adulti fragili di una città?
Un’esperienza di collaborazione tra servizi a Piacenza
Corrado Cappa, Claudia Marabini

I luoghi buoni della cura
Come mandare avanti la rivoluzione culturale avviata da Basaglia
Intervista a Peppe Dell’Acqua a cura di Anna Poma

Fare inserimenti lavorativi nel tempo della crisi
Una sfida epocale per la cooperazione sociale
A cura di Carlo Fenaroli e Claudio Vavassori

Lavorare con il sogno di una felicità urbana
Senza un’utopia rimane il poco che viviamo quotidianamente
Intervista a Benedetto Saraceno a cura di Roberto Camarlinghi e Francesco d’Angella

PER UNA PSICHIATRIA DI COMUNITA’

In salute mentale il sociale è importante
Perché prendersi cura della vita quotidiana
Andrea Materzanini

Rompere l’inerzia psicotica
A cosa serve il budget di salute
Domenico Castronuovo

Il budget di salute in dieci punti
Verso una psichiatria di comunità
Roberto Legori, Greta Manca

Storie in cammino verso l’autonomia
Tre racconti di operatori
Valentina Gaspari, Mauro Peri,Greta Manca

LETTERE AI GIOVANI OPERATORI

A un giovane operatore della salute mentale
Lettera aperta per riconoscerci in una storia che parla al futuro
Peppe Dell’Acqua

Navigare nei mari della salute mentale
Raccomandazioni ai giovani marinai di un intrepido equipaggio
Intervista a Benedetto Saraceno a cura di Roberto Camarlinghi

 

Essere operatore della salute mentale
Idee per un manifesto
A cura degli operatori della Cascina Clarabella

 

   Micheline Cacciatore

  

Quando l'ansia infantile prende il sopravvento

 
Casa editrice: CreateSpace Independent Publishing Platform
pag.118 - € 11,22
 

https://www.amazon.it/Quando-lansia-infantile-prende-sopravvento/dp/1983896691

   

 

Uno psichiatra e una psicologa si confrontano a partire da un libro che racconta l'esperienza di lotta di una madre accanto a una figlia contro l'emetofobia, un'ansia infantile che genera una paura irrazionale.
 
Il libro narra una storia realmente accaduta, raccontata in prima persona da una madre che si trova a dover gestire l'insorgenza dell'emetofobia (paura irrazionale del vomito) nella vita di sua figlia e della sua famiglia. Mentre le condizioni di sua figlia peggiorano di giorno in giorno: diventa sempre più magra, si rifiuta di uscire di casa, utilizza una serie di rituali ossessivi, questa madre si rende conto che le normali sedute settimanali di psicoterapia non sono sufficienti ed è necessario trovare una cura specifica. Nonostante l'emetofobia sia una delle cinque fobie più diffuse, è ancora poco conosciuta e trovare una cura adeguata può essere difficoltoso. Dopo varie ricerche, la madre approda finalmente alla Clinica Universitaria di Miami che propone una terapia mirata: la desensibilizzazione graduale intensiva, che prevede un'esposizione progressiva allo stimolo che provoca la fobia, in questo caso il vomito. Nel corso del libro viene raccontato il percorso terapeutico che porta gradualmente la giovane paziente, ma anche i suoi familiari, a gestire e superare la fobia. In seguito a questa esperienza, Micheline Cacciatore, l'autrice ha aperto un blog “Emetofobia destrutturata” nel tentativo di raggiungere ed essere d'aiuto ad altri genitori che si trovano ad affrontare la stessa problematica.
Quando l'ansia infantile prende il sopravvento è il primo libro di Micheline Cacciatore. Il successo del suo blog, “Emetofobia Destrutturata”, l'ha convinta a scrivere per raggiungere ancora più persone. È cresciuta in Massachusetts e ha frequentato la Walnut Hill School of Arts, dove ha studiato danza classica. Dopo un brutto infortunio, che le ha impedito di proseguire la carriera di ballerina professionista, ha frequentato la scuola di fotografia, dove ha ottenuto il diploma di fotografa e ha conosciuto il suo futuro marito. Dopo aver lavorato alcuni anni come fotografa, è tornata alla sua vera passione, la danza, dedicandosi all’insegnamento. Nel 2010, Micheline ha venduto la scuola di danza in Massachusetts, per trascorrere più tempo con la sua famiglia. Insegna ancora danza e vive a Miami, con il marito e i due figli.