AVO CUNEO L’ESPERIENZA DI UN VOLONTARIO IN PSICHIATRIA

Da poco più di un anno l’Avo (Associazione Volontari Ospedalieri) Cuneo ha esteso la sua presenza  quotidiana nei vari reparti dell’Azienda Ospedaliera S.Croce e Carle anche alla Psichiatria, con una decina di volontari che si alternano ogni pomeriggio  in turni di circa tre ore.

Un’esperienza nuova, diversa che offre lo spunto per  alcune riflessioni “a ruota libera” sulle sensazioni colte e provate durante il servizio.

Dopo le prime volte  viene infatti da chiederti se mai riuscirai a continuare, tanto forte è l’impatto con la realtà del reparto per chi non abbia mai avuto esperienze o contatti in questo ambito.

Superato questo primo ostacolo, anche grazie alla formazione specifica ricevuta dal personale  medico e infermieristico  del reparto, l’appuntamento settimanale diventa un qualcosa di irrinunciabile, tanto intensi e coinvolgenti sono i rapporti che si costruiscono con i pazienti  e forte lo scambio di emozioni.

Nel reparto si coglie l’essenza pura della vera sofferenza e si capisce quanto il piccolissimo aiuto offerto da noi volontari sia importante sia per gli ammalati sia per il personale in servizio.

Il disagio che si coglie, il dolore, la sofferenza interiore, il senso di solitudine e di abbandono è un qualcosa che ti sconvolge, ma che, allo stesso tempo, riesce a far emergere in te quella forza, quella volontà di “esserci”, di condividere, di  alleviare,  che sono i pilastri e il senso ultimo del nostro essere volontari.

Il confronto con gli ammalati è sempre arricchente; il loro desiderio di parlare,di cercare risposte, contatti, scambi di pensieri è grandissimo.

Stupisce vedere quanti giovani siano ricoverati, anche per lungo tempo, senza riuscire a capire per quale ragione debbano trovarsi lì: ragazze, ragazzini poco più che ventenni, giovani mamme, papà quasi imberbi che guardano con tristezza e dolcezza le foto dei loro bimbi sul cellulare…

E poi gli anziani: deboli, impauriti, teneri nei loro ricordi offuscati, nelle loro nebbie mentali, nei loro pensieri vaneggianti.

Capisci subito che il rapporto che si crea con tutti loro è davvero un  qualcosa di grande, profondo, semplice e naturale: capisci il senso vero del condividere, del compartecipare, dell’essere presente anche con il silenzio, con uno sguardo, con una mezza parola.

Anche il rapporto che si viene a creare con il personale è ottimo,  grazie alla loro capacità di cogliere l’importanza della nostra presenza e di saperti mettere a tuo agio, segnalandoti i casi più “particolari”, le cose che si possono fare e quelle che è meglio evitare.

La soddisfazione per il servizio che svolgiamo nel reparto è molto forte tra noi volontari, anche se le difficoltà non mancano e alcuni episodi a volte ti segnano e ti lasciano interdetto.

Importante è riuscire sempre a confrontarsi tra di noi, a scambiarci pareri e impressioni per fornirci reciproco supporto e aiutarci a trovare spiegazioni e motivazioni, ben consci del nostro ruolo e del fatto che non possiamo essere in grado e soprattutto non tocchi a noi dare giudizi o esprimere commenti.

 

Massimo Silumbra

 

Volontario AVO - Cuneo

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Commenti: 4
  • #1

    bianca (lunedì, 26 gennaio 2015 19:58)

    grazie per l'esposizione che hai fatto della tua esperienza. Anche qui a Novara l'Avo ha iniziato da poco il servizio in psichiatria ancora però non abbiamo colto quale debba essere il nostro "compito". Abbiamo frequentato quattro giornate di preparazione di cui, all'entrata in reparto, non abbiamo capito l'utilità pratica. In più siamo stati lasciati soli allo sbaraglio senza nessun suggerimento da parte del personale medico o infermieristico. Siamo alquanto "scocciati" ed abbiamo chiesto una riunione perché ci diano un indirizzo da seguire.

  • #2

    andrea (martedì, 24 febbraio 2015 18:05)

    ringrazio anch'io per la tua condivisione. Sto inserendomi nei vari siti, cercando di capire le motivazioni del non funzionamento (ed appagamento personale) del servizio nel reparto. Sì, sono un collega di Bianca e continuo a non cogliere il senso del servizio; in effetti la riunione richiesta, e attesa per quasi un mese, è avvenuta ed a mio giudizio è stata inconcludente e sterile. A parte il riepilogare, da parte di qualcuno, l'approccio con certi pazienti, senza che ne capissi il significato e lo scopo, sostanzialmente ci è stato detto che la capo sala, interpellata su funzioni, azioni e ruoli, ha risposto "che va bene quello che stiamo facendo". Se non sono state chieste precise spiegazioni su tale affermazione è perché ci saranno state delle ragioni. Ci è stato proibito a partecipare a determinati "momenti forti", cioè ad attività che avvengono nel reparto quali la musica, la lettura del giornale. Non rimane che deambulare in un corridoi di 20 metri di lunghezza, con l'augurio che qualche paziente sia disponibile a un po' di dialogo e ad andare a comprare sigarette e giornali all'occorrenza. Sinceramente mi sarei aspettato maggior costante dialogo e condivisione di esperienze ed idee con i colleghi, cosa che ho caldeggiato con qualche mail dall'inizio, ma ciò non è avvenuto e neppure è stato avviato, tranne che da parte di Bianca (che però non vorrei tediare più di tanto). Venerdì prossimo sarò di turno nel reparto e vorrò andare a fondo sulla faccenda soprattutto con il personale presente, poi trarrò le mie conclusioni.

  • #3

    Andrea (giovedì, 25 maggio 2017 08:42)

    Sono trascorsi due anni e più dal servizio ed ora posso affermare che l'esperienza è appagante. Si sono superati gli ostacoli e i trasecolamenti iniziali, si è conosciuto a fondo il personale di reparto. Soprattutto ho impostato un equilibrato rapporto con i pazienti tanto che, il tempo a disposizione per lo svolgimento del servizio trascorrere troppo in fretta. Da questa esperienza ho e sto capendo che sono i pazienti i protagonisti della nostro servizio, con le loro fragilità, le loro incombenze e i loro fardelli che si portano dietro che spesso condividono con chi è disposto ad ascoltarli.

  • #4

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Farhad Bitani

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«Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi trentatré anni di vita. Adesso le racconto. Ho lasciato le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità».

Inizia così la sconvolgente testimonianza di Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito, un giovane uomo che ha attraversato da osservatore privilegiato la storia dell’Afghanistan: dal potere dei mujaheddin ai talebani fino al governo attuale, che vive sotto l’ombrello occidentale.
Farhad nasce a Kabul nel 1986, ultimo di sei fratelli. Suo padre è un generale dell’esercito di Mohammad Najibullah Ahmadzai, il quarto e ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Ma, con la presa del potere da parte dei 
mujaheddin, nel 1992, le cose cambiano. Solo rinnegando il passato e diventando un mujahed, il padre di Farhad avrà salva la vita.

Da quel momento l’esistenza del giovane Farhad cambia radicalmente. La sua famiglia si trasferisce in una grande casa, presidiata dagli uomini della scorta. È a loro che Farhad chiede in prestito le armi, per i suoi giochi di bambino. Quello che sogna è un futuro da combattente, alla testa di un manipolo di uomini. Sparare, uccidere, avere potere e ricchezza: non c’è nulla che desideri di più. Ma le cose sono destinate a mutare ancora. Quando i talebani strappano il potere ai mujaheddin, la sua famiglia cade in disgrazia. Mentre suo padre si trova in prigione, Farhad conosce la fame, la miseria, l’indottrinamento forzato all’Islam. Condotto allo stadio, viene costretto ad assistere alle lapidazioni del venerdì, le punizioni per gli infedeli, coloro che trasgrediscono le leggi del fondamentalismo. Sarebbe facile cedere all’imbarbarimento, credere a ciò che viene inculcato, diventare come coloro che professano la pace, alimentando la guerra. Ma se fosse possibile un destino diverso? Si può attraversare l’inferno e uscirne redenti?
Da guerriero islamista a dialogatore per la pace, attraverso questo libro possente e drammatico Farhad Bitani offre al mondo il vero volto dell’Afghanistan, raccontando in maniera vivida la guerra civile, la violenza gratuita, le perversioni del potere e l’uso della religione come strumento politico. 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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