I LIMITI

 

Ognuno di noi è o è stato condizionato dai propri limiti. Il riconoscerli, superarli o accettarli è lo scopo di una consapevole esistenza, volta a ritrovare se stessi.

Possono essere le paure di tutti i giorni o angosce, amarezze, delusioni, traumi, che si presentano lungo il nostro cammino e ci trasciniamo dentro, create quando eravamo fanciulli, adolescenti o magari, in un'altra vita…

Superare i propri limiti non è fare qualcosa di grandioso, di stupefacente, che nutra il nostro ego o stupisca il prossimo. E’ qualcosa di intimo. 

È la volontà di mettersi in gioco, di provare, riprovare e dire: “posso farlo”, “sono in grado”, “voglio tentare, con tutte le mie forze ed il mio impegno” e poi, “vada come vada!”.

Siamo talmente coinvolti nella “visione” pessimista e ristretta del Mondo che ci circonda, che non riusciamo a vedere oltre e a riconoscere le nostre innumerevoli capacità innate.

Se guardassimo il Mondo con gli occhi del nostro bambino interiore, non ci sarebbero limiti ma occasioni, è la nostra mente adulta, condizionata dalla Società, che ci pone vincoli, barriere ed ostacoli.

C’è chi nasconde, sopprime o rinnega le proprie paure ed i propri limiti, per apparire forte, sicuro di sé, senza rendersi conto che si paleseranno inconsciamente negli atteggiamenti o nelle azioni che essi compiranno.                                                             

I limiti sono opportunità, opportunità di crescita personale e collettiva. Una volta che li superi o li accetti, ti trasformi e con te, il Mondo intorno.  

Ognuno ha i propri Demoni, il difficile è riconoscerli per quel che sono, cioè una parte di te, ma se riesci in questo, sei sulla giusta via.

Il nostro più grande limite, è credere di avere limiti.

 

Alberto Spanu

 

Gruppo di Scrittura Creativa Uriel, Cuneo

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Commenti: 1
  • #1

    meo cometti (martedì, 04 novembre 2014 18:35)

    Profonde ed azzeccate riflessioni. Credo che ognuno di noi debba trarne insegnamento. A presto

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Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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