DENTRO IL POZZO (di GR)

Questa poesia ci è stata inviata al nostro indirizzo di posta menteinpace@libero.it con la esplicita richiesta di non mettere nè il nome né la provenienza ma solo le iniziali. Nel pubblicare questa bella poesia rispettiamo le decisioni dell’Autore.

 

 

La primavera è passata e tu senti il ritardo,

la chimera è lontana, persa dentro il tuo sguardo.

E tu ancora bambino soffri del tuo ritardo.

E l’estate che arriva ti ritrova a metà,

perso nei tuoi disegni, nella tua ingenuità,

e ti accorgi che il sole brucia più di qualche anno fa.

E ti senti bambino, in un pozzo caduto,

e ti senti stanco di gridare aiuto.

Che chi passa ti ascolta e, per umanità,

chiude gli occhi e fa finta di non esser passato di là.

Ed il caldo ti asciuga, la tua sete è forte,

e l’estate è passata, l’autunno è alle porte,

e tu preghi la pioggia, implori la morte.

Cambia l’alba e il tramonto, come cambia l’amore,

e tu preghi che sia solo questione di ore,

che venga  un po’ d’acqua a placare il sudore.

E sei sempre un bambino, dentro al pozzo.

Caduto.

Ma il coraggio nel cuore un poco è cresciuto,

e con le mani sporche  appoggiate all’oscuro

incominci ad arrampicarti sul muro.

E ti arrampichi e cadi, ma tu non demordi,

la stanchezza rinneghi, pensi ai tuoi ricordi,

non fai caso nemmeno ai tuoi gridi sordi.

E l’inverno che arriva, con la neve ed il gelo

copre di grigio tutto quanto il cielo,

e te appeso a quel muro con lo stesso  velo.

Ma sei quasi arrivato, freddo non l’hai patito.

Sei giunto alla cima, ora sei quasi uscito,

e ti vedi alla luce come sei cambiato,

finalmente un ragazzo sei diventato.

E ti accorgi che il tempo parte a primavera.

E ricordi con lei nasce una chimera,

ora il fondo è passato, solo sei risalito

ed alla gente che passa ora mostri il tuo dito

 

                                                                           GR

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Daniele Mencarelli

Fame d'aria

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Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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