RIFLESSIONI SULLA MORTE VIOLENTA DI UNO SCHIZOFRENICO (di Gianfranco Conforti)

RIFLESSIONI SULLA MORTE VIOLENTA DI UNO SCHIZOFRENICO

 

Commentare a caldo un episodio grave come quello avvenuto in Piazzale Umbria a Torino il 4 Agosto, in cui un paziente psichiatrico è morto durante un ricovero coatto, pare “messo in atto con violenza immotivata1”, da parte di agenti della Polizia Municipale rischia di affidarsi più agli umori che alle riflessioni. Per questo ho cercato di fare passare alcuni giorni, per non aggiungere commenti ai tanti già fatti, specie non conoscendo direttamente l’accaduto.

Affronterei invece il problema del modo con cui, secondo me, occorrerebbe approcciarsi al paziente psichiatrico, visto che ne ho diretta esperienza lavorando come infermiere in un reparto psichiatrico ospedaliero per pazienti in fase acuta e svolgendo, inoltre, il ruolo di volontario di un’Associazione che cerca di contrastare i pregiudizi nei confronti della malattia psichiatrica e di costruire momenti di ben-essere e di svago con familiari ed utenti dei servizi psichiatrici.

Spesso ci capita di collaborare con le Forze dell’Ordine in reparto, in caso di pazienti particolarmente agitati. Devo dire che la collaborazione è sempre stata molto buona, volta a capire le reciproche competenze e limitazioni nel rispetto dei dettati normativi (in primis la Legge 180 del 1978, ma anche il DPR del 1° Novembre 1999 dal titolo “Progetto-obiettivo tutela salute mentale”) ma soprattutto a preservare la dignità del paziente psichiatrico che è, oltre che un utente del Servizio sanitario nazionale, una persona depositaria di diritti umani. La Costituzione parla chiaro. All’art. 13, comma 4 recita che “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. C’è da dire che le Forze dell’Ordine (ma ciò vale anche per il personale sanitario) sono spesso sottoposte a carichi di lavoro gravosi, stressanti a fronte di retribuzioni poco dignitose e mezzi a volte insufficienti. Non si tratta di giustificare ma di capire gli agiti, alla luce di un contesto. D’altro canto la cultura dominante è prevalentemente “maschile”; non a caso nella loro definizione si ripetono le parole FORZA  e ORDINE. Difficile accettare emozioni che esulano dalla norma, difficile avere non tanto sentimentalismi quanto sentimento, premessa per mettere in atto l’empatia che è il prerequisito dell’atto terapeutico. Come scrisse Luciano Jolly “affermare il diritto al sentimento, nel maschio, è quasi un atto rivoluzionario: in tutte le caserme del mondo si è insegnato che esso è una debolezza, un fatto indegno2”. È vero che l’atto terapeutico è di nostra competenza, ma spesso si è instaurata una sintonia con agenti di P.S. o Carabinieri i quali, frequentando tutti i giorni coloro che ci portano in reparto, sanno come prenderli per evitare che si degeneri. Tranne in rari casi, come quello in questione, che purtroppo facendo notizia sembrano la norma ma non lo sono. Il riferimento alla cultura “maschile” da caserma risulta illuminante se si considera che la malattia schizofrenica di Andrea è insorta proprio durante il servizio di leva. La sorella, ricordando l’esordio della malattia, afferma: “me l’hanno fatto vedere ed era sul letto, in crisi catatonica da una settimana. Nessuno ci aveva avvertito3”. Cos’era successo in caserma? Com’era, soprattutto, l’attuale vissuto di Andrea nei confronti delle divise e delle Forze dell’Ordine?

Ora concludo con una breve riflessione sul relazionarsi, diminuendo la conflittualità che rischia di farci degenerare e di rendere invivibile la coesistenza civile. Stiamo vivendo un periodo in cui le regole sociali diventano sempre più difficili da far rispettare, facendo solamente affidamento alla cultura condivisa. Ciò, forse, perché cresce la coesistenza fra culture differenti e perché aumentano l’anomia e la conflittualità, mentre hanno meno presa le istituzioni sociali in una società individualizzante. Società in cui si è sempre connessi con il mondo con i social network ma si è sempre più soli (e forse, proprio per questo, ci si affida ai social network). In questo clima di tensione sembra diventare obbligato far rispettare le regole di convivenza utilizzando solo la coercizione, specie se brutale; così qualcuno vuole farci credere per utilizzare a suo vantaggio queste tensioni. Prime fra tutte quelle provocate dall’esodo biblico dei migranti e, nel nostro caso, quelle causate dai malati psichiatrici e dai loro comportamenti, spesso stigmatizzati e respinti. Occorre, secondo me, maggiore disponibilità a comprendere le diversità, accettando quelle che hanno la sola colpa di mettere in discussione abitudini, privilegi o punti fermi che ormai non hanno più senso in una società in continuo mutamento, ma non sono un pericolo per altri individui o per la collettività. Occorre, invece, essere fermi per ciò che crea oggettivamente un pericolo per sé e per gli altri, ma senza perdere di vista le relazioni umane. Come afferma il sottosegretario del Ministero dell’Interno Domenico Manzione, in relazione alle critiche per le parole del Santo Padre sulla necessità di accogliere i migranti, “polemizzare dopo le parole del Papa vuol dire aver smarrito ogni umanità4”. Per questo penso sia illuminante il titolo del prossimo convegno che la Caritas di Mondovì sta organizzando a Vicoforte per il prossimo Ottobre5, in cui si invita a Capirsi per relazionarsi e ad Abbattere i muri per una salute della mente.

Perché abbiamo bisogno di umanità, calma, comprensione e, quando occorre, fermezza, se vogliamo migliorare la salute mentale in particolare e la convivenza civile in generale.

 

Gianfranco Conforti

Infermiere presso Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura

Azienda Ospedaliera “S. Croce e Carle” di Cuneo

Volontario di “MenteInPace- forum per il ben-essere psichico”, Cuneo

 

1 – Gabriele Guccione, http://torino.repubblica.it/cronaca/2015/08/07/news/a-120576550/

2 – Luciano Jolly, Un ciclo della vita, in Sarà bello rivederti, Fusta Editore, Saluzzo, 2011, pag.4;

3 - http://www.huffingtonpost.it/2015/08/08/andrea-soldi-morto-sorella-intervista_n_7959098.html#

4 – Claudia Fusani, “M5S fuori tempo e fuori tema. I permessi sono solo seimila”, L’Unità, 9 Agosto 2015, pag.10

5 – Il convegno, realizzato in collaborazione con l’ASL CN1 ed anche con MenteInPace, si svolgerà  a Vicoforte il prossimo 17 Ottobre ed ha il titolo: “Dentro come stai? Capirsi per relazionarsi. Abbattere i muri per una salute della mente”.

 

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Mario Maffi

1957. UN ALPINO ALLA SCOPERTA DELLE FOIBE

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Cinquant’anni dopo, i ricordi della ”missione segreta” emergono dalla memoria di Mario Maffi e si trasformano in racconto scritto, inseriti in una rapida rivisitazione autobiografica a tutto campo. “Scendere” in una foiba è come scendere nella storia, cogliendola in uno dei suoi momenti più spietati: i crani mescolati alla ruggine di una bicicletta, le ossa sparse tra cocci di vetro e pagliericci, sono una visione infernale. Per metà tomba e per metà discarica, la foiba rappresenta il rovesciamento dei valori, l’umiliazione dei corpi morti che si aggiunge alla ferocia sui vivi. È una pagina in più che ci restituisce i contorni di una tragedia lontana, attorno alla quale c’è ancora tanto da studiare e da scoprire: una pagina che porta anche noi lettori al fondo della “foiba”, con la suggestione inquietante di un buio carico di significati e di simboli. (dalla Prefazione di Gianni Oliva).

 

Mario Maffi racconta interessanti aneddoti di storia cuneese nel periodo della seconda guerra mondiale sino al dopoguerra, a cui aggiunge la missione segreta nelle foibe, assegnatagli come alpino esperto in speleologia. 

 

Note biografiche sull'autore

 

Mario Maffi,
(Cuneo 1933-2017) ufficiale esperto di mine ed esplosivi, speleologo e fotografo, viene convocato nel 1957 dal ministero della Difesa per una missione segreta che lo porta a diventare inconsapevole testimone di una delle più atroci pagine del secondo dopoguerra: le foibe. Tale esperienza rimase per 50 anni solo nella sua memoria perché coperta dal segreto militare.
È autore di studi storico militari fra cui L’onore di Bassignano - il maggiore piemontese che non volle fucilare gli alpini del Val d’Adige (Gaspari 2010).