La continuità terapeutica come alternativa alla contenzione fisica (Stefano Egidi, psichiatra e coordinatore SPDC di Merano)

Si potrebbe addirittura arrivare a concettualizzare una “patogenesi della contenzione”: dove comincia la contenzione, i fattori che la favoriscono ed i fattori che invece favoriscono la non contenzione. Il SPDC rischia di diventare, pur nella riforma, un piccolo manicomio, il “doppiofondo” in cui il territorio scarica le situazioni difficilmente gestibili. La Letteratura internazionale difficilmente si pone il problema della contenzione, se non nei termini di quali siano gli eventuali danni da essa derivati, di quanto e di come applicarla. Non si trova un’analisi su come mai si arrivi a praticarla, se non quella degli aspetti clinici del paziente: l’aggressività, la diagnosi, la psicosi…fattori che ineriscono sempre all’ “oggetto” su cui si opera e a non a chi opera, ovvero chi valuta e ricorre alla contenzione. I fattori che a nostro parere hanno un

impatto importante sull’avvertire come necessario ricorrere a misure di contenzione sono:

- la discontinuità: il lasciare soli operatori o gruppi di operatori, ovvero il reparto;

- la deresponsabilizzazione: deriva da una logica di “doppio fondo”, poter avere un posto dove inviare, mettere ciò che non riusciamo a gestire;

- la mancanza di gioco di squadra: è fondamentale che ci sia una condivisione di un modello organizzativo e dello stile di cooperazione.

Naturalmente questi fattori di organizzazione impattano sui fattori relativi alla relazione di cura. Laddove la continuità terapeutica manca o è lacunosa, i vissuti di abbandono o di splitting (scissione) sono più frequenti, con l’identificazione di referenti “buoni” e di altri “cattivi”. Si creano situazioni conflittuali causa di frustrazione e quindi di aumento delle emozioni di rabbia e delle potenziali reazioni di aggressività, che poi sono quelle che fanno scattare la pratica della contenzione.

Tra i fattori che, invece, favoriscono la non contenzione, troviamo il mantenimento di una reale ed effettiva continuità terapeutica, che consente una positivizzazione dei vissuti dei momenti normativi. Anche noi effettuiamo Trattamenti Sanitari Obbligatori, ma spesso senza la necessità di chiudere la porta, sebbene possa succedere che un paziente vada fuori e che quindi sia necessario ricordargli che in quel momento riteniamo che si debba sottoporre a delle cure. Questo si realizza perché il referente,

inteso sia come persona che come gruppo terapeutico, per il paziente rimane sempre costante: a partire dal ricovero, che avviene per invio diretto da parte del medico del Centro di Salute Mentale, lo stesso che poi seguirà il paziente durante il ricovero e che sarà responsabile della cartella clinica. Attorno al medico come figura di riferimento ruota l’équipe del territorio che seguirà il paziente anche dopo le dimissioni, senza che si configuri alcuna rottura della continuità terapeutica anche nel momento critico del ricovero. Questo modus operandi ha effetto non solo sui pazienti, ma anche sui familiari e su altri operatori, sanitari e sociali, che a vario titolo si occupano del paziente: c’è un unico interlocutore inteso come l’équipe e ciò rende meno facile che si verifichino fenomeni di scissione o di conflitto fra varie parti che possono trovarsi, loro malgrado, ad inviare messaggi contrastanti. Un’ulteriore conseguenza virtuosa della continuità terapeutica é il migliore monitoraggio della compliance farmacologica.

In risposta ad una possibile critica da parte di chi può ritenere che non-contenzione fisica equivalga a contenzione farmacologica, portiamo la nostra esperienza di consumi farmacologici molto bassi, dal momento che non si creano situazioni di scissione tra la terapia consigliata in reparto e quella poi portata avanti presso il Centro di Salute Mentale.

In conclusione, la visione ampia e sfaccettata del paziente nelle fasi sia critiche che di benessere, quale si può avere mantenendo un’effettiva continuità terapeutica, è di fondamentale importanza per una corretta programmazione e calibrazione degli interventi terapeutici.

 

Stefano Egidi

psichiatra, coordinatore del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura di Merano

 

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Commenti: 2
  • #1

    Daniele Sinner (martedì, 24 gennaio 2017 12:44)


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Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, ministro della Giustizia nel governo Prodi I, è professore emerito di diritto penale. È autore di monografie sui temi della Costituzione, della giustizia, dei rapporti fra diritto penale ed economia, della criminalità organizzata, dei diritti umani e del diritto ambientale. Maurizio Flick, avvocato, è presidente della Camera civile di Genova. Collabora dal 2005 con la cattedra di Diritto civile dell’Università della medesima città, dove insegna nella Scuola di specializzazione per le professioni legali.

 

 

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