Visita alla Psichiatria di Alessandria (Comitato per la Salute Mentale in Piemonte)

Breve report della visita effettuata

mercoledì 30 agosto

presso la Struttura Complessa di Psichiatria  Alessandria

su invito del responsabile

dott. Giorgio D'Allio

 

(Partecipanti:Annalisa, Benedetta, Claudia, Ivana B., Ivana D.P., Laura, Marco, Marilena, Metello, Saverio)

 

 

Iniziamo dicendo che per tutti noi è stata un'esperienza molto interessante e una bella giornata di condivisione e confronto, che speriamo possa aprire la strada a molti altri incontri e collaborazioni.

 

Siamo stati accolti all'interno dell'ambulatorio psichiatrico, una struttura estesa su tre piani all'interno di un grande complesso ospedaliero immerso nel verde e costituito da più padiglioni, riadattato dal vecchio manicomio. L'ambulatorio, oltre alle stanze per i colloqui con infermieri, psichiatri e psicologi, è dotato di un'ampia parte dedicata al lavoro psico-riabilitativo, con diverse sale allestite per attività socializzanti, laboratoriali o di discussione in gruppo. Particolare interesse ha suscitato la stanza della “tele-psichiatria”, un progetto  in via di sperimentazione, che prevede il collegamento via skype, in orario stabilito e fisso, tra ambulatorio e strutture territoriali (per ora realizzato con tre strutture), per permettere ai medici curanti di partecipare in teleconferenza alle riunioni di equipe.

 

Dopo la visita alla struttura, siamo stati invitati in una sala riunioni, dove attraverso una serie di slide ci è stato presentato il modello di cura, fortemente centrato sulla riabilitazione (termine sul quale si è poi discusso molto) psico-spciale.

Brevemente, possiamo dire che tale modello ha realizzato e reso operativi alcuni dei punti centrali per il Comitato, punti presenti in molti dei nostri documenti e che per la realtà torinese, ad oggi, sono rimaste soltanto richieste e aspirazioni, in particolare:

 

-        presenza di un case manager: psichiatra che prende in carico il paziente per tutta la durata del percorso riabilitativo, garantendo così la continuità del percorso di cura;

-        presenza di un Gruppo Riabilitatori (GR) composto da tutte le figure professionali che si occupano del caso (educatori, infermieri, assistenti sociali, psicologi), dai familiari (se presenti), da esponenti delle associazioni di familiari (da notare che, ad esse,  è stata assegnata una stanza all'interno dell'ambulatorio!);

-        percorsi di cura pianificati assieme al paziente, ai familiari o ad altre figure significative, formalizzati in contratti scritti che contengono indicazioni precise su parametri da rispettare quali:  i tempi, le attività,…  (una copia, destinata al pz, può essere consegnata a lui o essere conservata in un archivio) e ridiscussi periodicamente dal GR, che garantisce una continua operazione di monitoraggio e valutazione del percorso; è importante evidenziare il carattere vincolante delle decisioni del GR sia riguardo alla presa in carico che alla realizzazione del percorso terapeutico, così che la figura dello psichiatra case manager risulta determinante solo per la parte medica e farmacologica ma non per la proposta riabilitativa globale, sulla quale sono chiamati a decidere in modo paritetico tutte le figure,  professionali e non, che costituiscono il GR, ivi incluso l'utente;

-        possibilità per l'utente, nel caso in cui il GR ne ravveda l'utilità, di accedere a percorsi psicologici;

-        forte integrazione tra ambulatorio e strutture residenziali (GA con varia copertura oraria, ma anche soluzioni residenziali più leggere e flessibili come convivenze guidate o abitazioni singole; di tutte le residenze, è sottolineato il carattere di “abitazione”, non di struttura; in particolare, è evidenziato l'obiettivo terapeutico e non assistenziale dei GA)

-        integrazione tra pubblico e privato: l'equipe di lavoro è composta sia da dipendenti dell'ambulatorio che da membri della Cooperativa Anteo, cui appartiene per lo più il personale educativo. L'equipe si descrive, e così appare, come molto integrata ed esprime un alto grado di soddisfazione per la qualità del lavoro svolto e i risultati ottenuti;

-         la presenza di cartelle cliniche complete e dettagliate, in cui è riportata la descrizione puntuale dell'intero percorso riabilitativo, con particolare attenzione all'anamnesi e alla storia di vita dell'utente.

 

I percorsi riabilitativi sono destinati esclusivamente ad utenti compresi tra i 18 e i 60 anni; per utenti di età superiore vengono proposte esclusivamente misure di intervento di tipo assistenziale.

 

La presa in carico avviene sulla base di diversi colloqui preliminari: con l'utente, con i familiari, con eventuali altre figure significative del territorio (per es. datore di lavoro) e prevede almeno una visita domiciliare. Obiettivo centrale è una conoscenza preliminare dell'utente e una valutazione attenta delle sue risorse.

La richiesta di presa in carico è gestita attraverso la formula del triage (modello utilizzato nei DEA): un sistema di analisi della domanda che, sulla base di vari parametri (urgenza, gravità, presenza di informazioni più o meno complete, compliance ecc.) assegna tre diversi gradi di priorità identificati dai colori verde, giallo e rosso. Il codice rosso prevede l'immediata presa in carico (che può essere ritardata solo per gravi motivi organizzativi); i codici giallo o verde prevedono tempi d'attesa. L'assegnazione del codice viene discussa con l'utente e con l'intero GR.

 

Particolare attenzione è rivolta agli inserimenti lavorativi (tirocini e borse lavoro); l'attività laboratoriale all'interno dell'ambulatorio è intesa come fase preliminare ad una attività lavorativa o formativa esterna.

 

Centrale per garantire la tenuta del modello nel tempo (cioè anche dopo l'uscita di ruolo delle persone che lo hanno realizzato e l'ingresso di nuove figure) è il fatto che ogni procedura è stata deliberata ed è presente come regola formale alla base del funzionamento del servizio, alla quale chiunque si deve attenere.

 

Ci è stato presentato anche un progetto da realizzare nel prossimo futuro, che prevede una modifica piuttosto sostanziale dell'S.P.D.C. attraverso l'introduzione di diverse misure: apertura 12 h (8-20); formazione del personale all'intervento relazionale; introduzione di figure esterne (familiari e volontari) con funzione di controllo. L'obiettivo cui si aspira, per ora non realizzabile per varie ragioni (tra cui soprattutto l'ansia degli operatori), è il “repartino a porte aperte”.

 

Alla presentazione del modello, è seguito il pranzo presso la Cucina sociale (in un bellissimo giardino, fornito di un grande orto dove alcuni utenti svolgono borse lavoro). In seguito, siamo tornati tutti nella sala riunioni dove, sempre seduti in circolo, abbiamo posto domande e avviato riflessioni. Le Associazioni di familiari di Alessandria (Diapsi Alessandria e Ass. Tiretto) hanno potuto interfacciarsi con le  Associazioni in visita da Torino (Associazione Lotta contro le Malattie Mentali, Associazione Insieme, Associazione Più Diritti). Erano presenti diversi utenti, ormai autonomi sia dal punto di vista abitativo che lavorativo, che ci hanno raccontato la loro storia e la loro esperienza di guarigione. Ci hanno anche illustrato un loro progetto: quello di costituirsi in Associazione, con l'obiettivo di utilizzare la loro esperienza a vantaggio di utenti ancora in difficoltà. Claudia li ha invitati a “Robe da matti”, in particolare alla giornata in cui si discuterà di UFE.

 

 

 

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Commenti: 1
  • #1

    Maria (venerdì, 08 giugno 2018 23:02)

    Ma scusate, dove siete stati?

 

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Mario Maffi

1957. UN ALPINO ALLA SCOPERTA DELLE FOIBE

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Cinquant’anni dopo, i ricordi della ”missione segreta” emergono dalla memoria di Mario Maffi e si trasformano in racconto scritto, inseriti in una rapida rivisitazione autobiografica a tutto campo. “Scendere” in una foiba è come scendere nella storia, cogliendola in uno dei suoi momenti più spietati: i crani mescolati alla ruggine di una bicicletta, le ossa sparse tra cocci di vetro e pagliericci, sono una visione infernale. Per metà tomba e per metà discarica, la foiba rappresenta il rovesciamento dei valori, l’umiliazione dei corpi morti che si aggiunge alla ferocia sui vivi. È una pagina in più che ci restituisce i contorni di una tragedia lontana, attorno alla quale c’è ancora tanto da studiare e da scoprire: una pagina che porta anche noi lettori al fondo della “foiba”, con la suggestione inquietante di un buio carico di significati e di simboli. (dalla Prefazione di Gianni Oliva).

 

Mario Maffi racconta interessanti aneddoti di storia cuneese nel periodo della seconda guerra mondiale sino al dopoguerra, a cui aggiunge la missione segreta nelle foibe, assegnatagli come alpino esperto in speleologia. 

 

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Mario Maffi,
(Cuneo 1933-2017) ufficiale esperto di mine ed esplosivi, speleologo e fotografo, viene convocato nel 1957 dal ministero della Difesa per una missione segreta che lo porta a diventare inconsapevole testimone di una delle più atroci pagine del secondo dopoguerra: le foibe. Tale esperienza rimase per 50 anni solo nella sua memoria perché coperta dal segreto militare.
È autore di studi storico militari fra cui L’onore di Bassignano - il maggiore piemontese che non volle fucilare gli alpini del Val d’Adige (Gaspari 2010).