Salute Mentale in Italia - La Mappa delle Disuguaglianze (Fabrizio Starace Presidente, Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica)

Questa seconda edizione del Rapporto recupera anche alcuni limiti e criticità incontrate nella rilevazione iniziale:

  • una nuova Regione, la Sardegna, ha cominciato a conferire i dati;
  • le strutture residenziali e semiresidenziali sono state calcolate con la relativa dotazione di posti;
  • le dimissioni dai reparti di psichiatria sono state distribuite per struttura di ricovero e per raggruppamenti diagnostici;
  • infine, nella quarta parte del Rapporto, sono state introdotte schede regionali con un gruppo selezionato di indicatori.

Come per la prima edizione del Rapporto, la SIEP ha prodotto una sistematizzazione delle informazioni disponibili e una loro sintesi in 29 indicatori che vengono qui presentati a sostanziare l’evidenza di disuguaglianze non più tollerabili sul territorio nazionale.

La Mappa delle Disuguaglianze in Salute Mentale

All’analisi della rilevazione puntuale, quest’anno si associa il confronto con i dati 2015.

Rispetto all’anno precedente, la rete dei servizi registra un significativo incremento delle strutture territoriali, mentre il numero di posti letto di degenza ordinaria presenta una riduzione. Il personale impiegato risulta in crescita.
È possibile tuttavia che in alcuni casi le variazioni evidenziate rappresentino “aggiustamenti” di rilevazioni incomplete o parziali riportate l’anno precedente. È poco probabile, infatti, che nel breve volgere di un anno vi sia stato un reale aumento delle strutture territoriali dei DSM (da 2,2 del 2015 a 2,6 / 100.000 ab. maggiorenni del 2016). Anche il +8,1% nella dotazione complessiva di personale appare in contraddizione con una condizione di sofferenza degli organici da più parti evidenziata e che non ci pare nel 2016 sia stata affrontata con i risultati che leggiamo nei numeri. Potrebbe in questo caso trattarsi del risultato di una attribuzione ai DSM di unità di personale di area disciplinare affine alla Salute Mentale (es: psicologi, assistenti sociali, TRP, educatori…) ma che in realtà svolgono la propria attività presso altre macro-strutture aziendali (es: cure primarie, distretti).

Si rileva inoltre una riduzione del tasso di incidenza trattata, con un incremento del tasso di incidenza di schizofrenia (+16,4%), a segnalare un probabile innalzamento della soglia d’accesso ai Servizi, che privilegiano i casi potenzialmente più gravi.

Quanto alla terapia psicofarmacologica, si registra infine un forte incremento dei soggetti ai quali sono stati prescritti farmaci antipsicotici e un più contenuto aumento di coloro ai quali è stato prescritto litio. Anche in questo caso, è difficile credere che le persone cui sono stati prescritti farmaci neurolettici siano aumentate, sul territorio nazionale, del 30% circa, e vanno quindi analizzati i motivi di tali discrepanze. Il fenomeno, particolarmente evidente in alcune Regioni, richiederebbe un’attenta revisione locale.
Come si vede, vi sono ambiti in cui sarebbe giustificato – sulla base delle informazioni certificate dalle stesse Regioni – un intervento diretto del Ministero volto a chiarire e/o eventualmente correggere le differenze riportate.

L’intento è di scongiurare il pericolo che queste informazioni costituiscano strumento troppo complesso e articolato per essere effettivamente utilizzato, e non divengano un formidabile strumento di “accountability” su cui riflettere per programmare. Lo sforzo compiuto rischierebbe di rimanere mero esercizio accademico, se non lo si adoperasse come base dati cui dare senso nel contesto storico, assistenziale e socio-economico, e dal quale trarre indicazioni per scelte di programmazione e cambiamento.

Ci è parso invece di cogliere che alla enorme mole di dati già disponibili col primo Rapporto abbiano dedicato attenzione solo i professionisti e le realtà associative di familiari e utenti.
Come se la carenza di risorse (professionali ed economiche), la scarsa accessibilità del sistema, la sua staticità rispetto alla mutata domanda di assistenza, la prevalenza di approcci farmacologici, fossero una questione di interesse limitato, forse solo agli oltre 800.000 cittadini italiani seguiti dai Servizi, ai milioni di loro familiari colpiti indirettamente dalla malattia mentale del congiunto, e a quei professionisti che tra mille difficoltà tentano quotidianamente di dar corpo a un’idea di salute mentale di comunità sempre più esposta al rischio di depotenziamento, innanzitutto culturale.

La diffusione delle informazioni, a partire da quelle che la SIEP ha elaborato documentando il sotto-finanziamento del sistema, sembra essere caduta nella sostanziale indifferenza dei decisori politici, forse a causa della necessità, che la lettura dei dati imporrebbe, di procedere in alcuni contesti regionali a revisioni radicali del sistema di cura per la salute mentale.
Ed è paradossale che ciò avvenga proprio in occasione dell’anno in cui si celebra il quarantennale della Legge 180, che ha certamente rivoluzionato aspetti cruciali dell’assistenza psichiatrica – i dati riportati lo confermano al di là delle opposte visioni ideologiche – ma in molti casi attende ancora piena applicazione ed attualizzazione, alla luce dei mutamenti sociali ed economici intervenuti.

In questo senso va interpretata la richiesta unanime, di cui la SIEP si è fatta inizialmente interprete, e che è stata autorevolmente rilanciata da tutte le associazioni e società scientifiche che hanno promosso l’11 e 12 maggio u.s. la Riunione Nazionale sul quarantennale della 180, a che Regioni e Ministero convochino – a più di 15 anni dalla prima – la Conferenza sulla Salute Mentale “con l’obiettivo di rendere conto in modo pubblico, partecipato e trasparente del reale funzionamento dei sistemi locali per la salute mentale, dei modelli organizzativi adottati, delle risorse umane ed economiche effettivamente impiegate, del grado di raggiungimento degli obiettivi di Piano Regionale e Nazionale, dei livelli di efficacia ed inclusione sociale conseguiti”.

Crediamo che le evidenze disponibili non consentano ulteriori rinvii.

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Mario Maffi,
(Cuneo 1933-2017) ufficiale esperto di mine ed esplosivi, speleologo e fotografo, viene convocato nel 1957 dal ministero della Difesa per una missione segreta che lo porta a diventare inconsapevole testimone di una delle più atroci pagine del secondo dopoguerra: le foibe. Tale esperienza rimase per 50 anni solo nella sua memoria perché coperta dal segreto militare.
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