Legge Basaglia: ricordiamone il messaggio liberatorio per applicarlo (Gianfranco Conforti)

Quest’anno ricorre il quarantennale della Legge 180, la cosiddetta Legge Basaglia. Questa fu la legge che riformò la psichiatria decretando la chiusura dei manicomi.

Può essere utile fare un accenno agli anni 70, in cui vide la luce la riforma psichiatrica. Era in discussione la costituzione del Servizio Sanitario Nazionale, che sarebbe stato attuato con la Riforma sanitaria (legge n. 833/78). La psichiatria, fino ad allora, era regolamentata dalla legge n.36 del 1904, che concepiva l’assistenza ai malati mentali più come difesa della società dalle persone che “siano pericolose a sé o agli altri e riescano di pubblico scandalo” (art.1, comma1). I radicali avevano indetto un referendum per abrogare la legge n.36 del 1904 ed i sondaggi facevano presagire che gli italiani, di fronte all’eventualità della chiusura dei manicomi, avrebbero detto no. Per tale motivo furono stralciati dalla Riforma sanitaria quegli articoli che costituirono la legge 180, per velocizzare l’iter parlamentare. Infatti se, con il referendum, non fosse stata abrogata la legge 36 del 1904, per mancanza del quorum o per parere negativo della maggioranza dei votanti, si sarebbe congelato ancora per molto tempo il regime manicomiale. Si pensi che, pur con la legge 180 che prevedeva “il graduale superamento degli ospedali psichiatrici” (art.7, comma 5), ci vollero oltre venti anni per chiudere definitivamente i manicomi. Si decise di “prosciugare” le strutture manicomiali evitando nuovi ingressi di malati mentali, i quali invece dovevano essere ricoverati nei SPDC (Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura). Ma mentre da destra ci si opponeva ad introdurre i “matti” negli Ospedali per i “normali”, da sinistra si consideravano i “repartini” o SPDC come dei piccoli manicomi. Per tale motivo le strutture psichiatriche territoriali si trovavano ad affrontare non solo un aumento di competenze ma anche un aumento di domanda, spesso con caratteristiche di criticità notevoli. Si pensi ai malati dimessi, dopo parecchi anni di ricovero/detenzione, e reintrodotti in un ambiente socio-familiare che li aveva praticamente cancellati.

Uno dei risultati principali della 180 fu aver introdotto la psichiatria nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Sino ad allora la psichiatria era di competenza delle province. Con la riforma psichiatrica passò alla competenza regionale, come il resto della sanità. Ciò servì per superare lo stigma non solo nei confronti dei “matti” ma anche nei confronti degli operatori, non più considerati come meri controllori degli alienati, provvisti di scarsi strumenti farmacologici e confusi paradigmi scientifici. In quel periodo la ricerca farmacologica fece passi in avanti, dotando gli psichiatri di possibilità terapeutiche nuove.

Ma il risultato che rese la psichiatria italiana uno scenario praticamente unico fu il messaggio liberatorio e umanistico. Non a caso l’OMS, nel 2003, la giudicò come “uno dei pochi eventi innovativi nel campo della psichiatria su scala mondiale”. La malattia mentale veniva concepita per lo più come un prodotto sociale, come sofferenza frutto della società per cui spettava alla comunità porvi rimedio con un atteggiamento nei confronti dei “matti” includente e non stigmatizzante. Tale concezione va inserita negli anni settanta, in cui si mettevano in discussione, in modo radicale, i rapporti generazionali, di genere, fra le classi sociali. Si criticava la scienza medica che rischiava di mettere in secondo piano i vissuti delle persone.

Al giorno d’oggi se chiediamo quanto è applicata la legge 180 ci viene risposto con la metafora: a macchia di leopardo. In altre parole esistono realtà in cui la psichiatria segue l’impostazione basagliana per cui le strutture territoriali si fanno carico delle persone malate, cercando di mantenerle nel loro ambiente socio-familiare anche in casi critici e limitando al minimo i ricoveri ed i Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO). In queste realtà i Dipartimenti di Salute Mentale garantiscono una presenza qualitativamente attenta ed estesa sia geograficamente che come orario. Si giunge sino alla copertura 7/7 giorni h.24. Altre realtà si limitano ad una presenza prevalentemente di tipo ambulatoriale, con fasce orarie ristrette, demandando l’approccio per i casi urgenti alle forze dell’ordine e/o al 118 oppure ancora ai familiari, con invio nei SPDC ospedalieri.

Il maggior limite della 180 sta non tanto nella legge quanto nel fatto che fu un escamotage dei partiti di allora per evitare il referendum radicale, ma non fu (se non indirettamente) espressione di una volontà politica di attuare compiutamente l’impostazione umanistica e liberatoria di Basaglia. Come afferma il sociologo Fabio Folgheraiter una teoria è buona se è applicabile. Sempre Folgheraiter ci ricorda che addurre come alibi la scarsità di risorse per non applicare l’impostazione basagliana di una psichiatria di comunità è perché si reputa più importante la managerialità rispetto all’ambiente sociale riabilitante. D’altro canto va detto però, specie guardando l’oggi, che è sempre l’ambiente sociale diverso dal nostro quello che dovrebbe essere riabilitante. Una sorta di effetto NIMBY (non nel mio giardino) che ci turba se un Centro Diurno per pazienti psichiatrici viene messo vicino a casa nostra. Fatto sta che la teoria basagliana è applicata in alcune realtà e dà buoni risultati. Un motto della rivoluzione basagliana fu appunto di aver dimostrato che l’impossibile era possibile. Ma per il resto della gran parte della realtà psichiatrica c’è chi si limita a celebrare l’anniversario della 180 senza mettere in discussione pregiudizi nei confronti della malattia mentale.

Ciò crea quello che in sociologia viene descritto come “effetto Pigmalione” o “effetto Rosenthal” e cioè “la profezia che si autoavvera”. Se si considerano tutti i malati di mente inaffidabili, bisognosi di controllo poiché potenzialmente pericolosi s’ingenerano in loro atteggiamenti che vanno dalla dipendenza infantile che sfugge da ogni presa di responsabilità ad una reattività per sfuggire al “fiato sul collo”. Nella società questo pregiudizio ingenera la paura che porta all’isolamento, per cui i malati di mente sono sempre più soli perché la società (noi, in ultima analisi) tende ad emarginarli. Per cui un sintomo di malessere è spesso (non sempre) una conseguenza sociale.

Ci troviamo, specie oggi, in uno scenario condizionato dalla paura. Da una parte la paura del “matto” che induce certe forze politiche a cavalcare l’onda e promuovere disegni di legge che, modificando la Legge 180, aumentano le competenze per quanto riguarda il ricovero obbligatorio a carico dell’autorità giudiziaria, aumentando i tempi di tale ricovero ed istituendo “strutture residenziali psichiatriche per i trattamenti protratti” (Disegno di Legge “Marin”, art. 34, comma 6) con un minimo di 30 posti letto (senza prevederne un massimo). Dall’altra però vi è la paura che si metta mano ad una riforma della 180, anche se questa è ispirata dalla volontà di muoversi nel suo spirito. È l’atteggiamento di alcuni parlamentari di sinistra che non hanno condiviso il Disegno di Legge proposto, come primo firmatario, dall’on. Casati (PD). Tale proposta puntava, come si legge nella relazione,  a “rendere realmente operativa quella territorializzazione dei servizi” prevista dalla 180. Altro punto peculiare di tale proposta era il “fareassieme”, un reale coinvolgimento (anche negli organismi decisionali dei Dipartimenti di Salute Mentale) degli utenti e dei familiari.

Cito testualmente: “Il Servizio sanitario nazionale riconosce il valore del sapere esperienziale degli utenti e dei familiari e ne valorizza e promuove l’impiego nell’ambito delle prestazioni erogate dai dipartimenti di salute mentale” (art. 5, comma 1).

Basarsi sulla paura (propria ed altrui) per prendere decisioni politiche può far aumentare le percentuali nei propri sondaggi ma pare essere sintomo, come si afferma nella psicologia evolutiva, di nevrosi infantile. Come parimenti affidarsi ad un leader (genitore) affinché risolva in modo decisionista tutti i nostri problemi.

Per questo penso che sarebbe molto più intelligente, invece che abbandonarsi alla guerra fra poveri che ci fa vedere come nemico chi sta peggio di noi, capire che solamente unendosi con gli altri si può migliorare la propria situazione.

 

 

 

Gianfranco Conforti

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Commenti: 1
  • #1

    Ciro Pisaturo (lunedì, 03 dicembre 2018 13:45)

    Bello l'articolo.E doveroso ricordare Basaglia, riandando al suo pensiero originale. Sono condivisibili le critiche alla sua applicazione legislativa. Sono convinto che gli impedimenti all'attuazione appropriata di quel Pensiero sia senz'altro la paura, come evidenziato nell'articolo, paura dei diversi e della loro libertà ..... e anche della nostra; forse perché non ne abbiamo sufficiente conoscenza esperienziale

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Daniela Di Ciaccio, sociologa, imprenditrice, insegnante yoga e ricercatrice, è stata HR manager, consulente e formatrice, progettando strumenti e metodologie per lo sviluppo di persone e organizzazioni. Dal 2012 si dedica alla ricerca e alla sperimentazione di pratiche spirituali e modelli integrati per il cambiamento positivo di persone e sistemi. Nel 2014 fonda insieme a Veruscka 2BHappyAgency.www.2bhappy.it