L'IMPATTO DEI "LIKE” SUGLI ADOLESCENTI (Maura Manca)

OSSESSIONATI DALLA POPOLARITÀ ONLINE: L'IMPATTO DEI "LIKE” SUGLI ADOLESCENTI

 

È un problema che sta emergendo sotto-forma di dipendenza da notifica, un indice di gratificazione. Molti di loro arrivano a fare delle vere e proprie gare di popolarità

 

Adolescenti che si sentono felici quando ricevono ai post pubblicati tanti like e commenti positivi, che rappresentano per loro una misura semplice e veloce dell’approvazione da parte dei coetanei. Le vetrine dei social network, il numero dei like, la popolarità online possono, però, condizionarli profondamente e avere un impatto negativo sul loro umore e la loro autostima.

Un condizionamento esterno che rappresenta la loro realtà e che, nel contempo, sottolinea la loro fragilità strutturale e va a rinforzare quel meccanismo della gratificazione che è alla base della dipendenza. Quasi la metà dei ragazzi cerca continuamente un feedback.

È un problema che sta emergendo sotto-forma di dipendenza da notifica. Il numero di queste ultime è per loro un indice di gratificazione. Quando guardano il telefono e vedono che hanno centinaia di notifiche sono appagati perché si sentono ricercati e considerati. Molti di loro arrivano a fare delle vere e proprie “gare di notifiche”.

È facilmente comprensibile che riconoscimenti positivi ai propri post possano procurare piacere, ma quando il bisogno di accettazione da parte dei coetanei si riduce alla ricerca spasmodica di like, si rischia di affidare il valore di sé alla rete.

La linea che separa il mondo reale dal mondo virtuale si assottiglia e il proprio profilo sul social network rischia di diventare l’unico specchio nel quale riflettere la propria persona, in un’immagine che resta distorta e in un senso di sé alterato dalla misura in “like”.

Come confermano i dati dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, rilevati su un campione di circa 12.751 studenti di scuole secondarie di primo e di secondo grado su tutto il territorio nazionale, siamo di fronte a un problema concreto che condiziona non solo l’emotività, ma anche i comportamenti dei ragazzi.

Circa 1 adolescente su 10 decide di seguire una dieta per apparire più bello nei selfie, già a partire dagli 11 anni di età. La dieta da like, quella che dovrebbe portare a scattare il selfie perfetto, è un problema ancora prettamente femminile (l’80% sono ragazze). Il 45% circa del campione totale scatta anche tantissimi selfie nella stessa posa per avere la possibilità di scegliere quello migliore, ovviamente da modificare con filtri o fotoritocco, prima di essere pubblicato. Sono quasi 3 su 10 gli adolescenti, dai 14 ai 19 anni, e il 22% dagli 11 ai 13 anni, che dichiarano di avere l’ansia prima di pubblicare una foto per paura che non possa piacere, che non ottenga consensi o che venga criticata.

RAGAZZI IPERCONNESSI IN CERCA DI APPROVAZIONE SOCIAL

L’esposizione continua ai contenuti “perfetti”, spesso non del tutto reali, pubblicati da altri, la preoccupazione di postare la foto o il contenuto migliore per ottenere più like, il valutare e monitorare costantemente tutto ciò che viene condiviso, possono influenzare negativamente lo stato emotivo.

Infatti, il 60% dai 14 ai 19 anni e il 65% dagli 11 ai 13 anni, in questo caso senza differenze tra maschi e femmine, raccontano di sentirsi felici quando ricevono tanti like ai post e tanti commenti positivi. Inoltre, l’ossessione da likenon riguarda unicamente il numero dei mi piace ottenuti, ma anche e soprattutto chi li mette. Il 66% degli adolescenti, infatti, controlla minuziosamente chi mette il like ai post e anche chi guarda le loro storie. Se tra coloro che manifestano il loro apprezzamento ci sono anche specifiche persone, l’autostima cresce in maniera proporzionale.

Ci sono anche 3,5 adolescenti su 100 che controllano chi mette i like alle foto o alle storie dei loro amici, dei loro nemici e dei loro concorrenti, e l’aspetto allarmante è che lo iniziano a fare già a partire dagli 11 anni di età, quando sulla carta non lo potrebbero neanche fare, spesso sostenuti dai genitori stessi inconsapevoli dei pericoli a cui vanno incontro.

A volte mi sembra che navighino in balia dell’andamento dei follower, dei like e dei commenti. Non può essere che l’emotività e l’umore siano condizionati da un numero o dalle parole di un commento, significa che a questi ragazzi mancano delle basi solide su cui poggiare. Sono esposti troppo precocemente alla vetrina dei social, a contenuti e a un network - anche adulto- che si basa su ciò che si fa vedere, sull’estetica e sul personaggio che si decide di mostrare.

(...omissis...)

copia integrale del testo si può trovare al seguente link: https://www.agi.it/blog-italia/salute/popolarit_like_adolescenti_dipendenza-5893640/post/2019-07-23/

(Articolo pubblicato dal CUFRAD sul sito www.cufrad.it)

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Anna Bravo Daniele Jalla 

LA VITA OFFESA

Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti

 

Franco Angeli

 

"Raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti. Allora ho evitato di raccontare. Sono stato prigioniero e bon - dicevo".

Il cammino percorso dalia memoria dei Lager è in gran parte indicato da questa oscillazione tra il bisogno di verità e la difficoltà ad affermarla, tra lo sforzo di contrastare l'indifferenza del mondo e il silenzio come protesta; ma anche tra la spinta soggettiva a ricordare e quella opposta a dimenticare. Ostacoli esterni e interni non hanno interrotto questo cammino, facendo arrivare fino a noi un grande e inespresso patrimonio di esperienze.

A quarant'anni di distanza, la raccolta delle storie di vita degli ex deportati promossa dall'Aned in Piemonte, l'ha trasformato in racconto dando voce a tutti, in particolare a coloro - e sono la stragrande maggioranza - che non avevano mai trovato ascolto al di fuori della famiglia e del piccolo gruppo degli amici. Dalla stessa volontà nasce questo libro in cui parlano 200 sopravvissuti, in un montaggio di più di 900 brani tratti dalle 10.000 pagine di trascrizione delle loro testimonianze.

E' un accumulo enorme di notizie, episodi, giudizi, riflessioni ed emozioni; un coro che nasce dall'incontro di voci diverse, un primo abbozzo di memoria collettiva. E insieme, uno spaccato della deportazione italiana, con la sua fisionomia complessa e con i suoi tanti e diversi protagonisti: giovani partigiani e partigiane, intere famiglie ebree, antifascisti di vecchia data, militanti operai, soldati renitenti ai bandi, gente presa a caso nei rastrellamenti. Dalle loro voci - perché di voci si tratta in questa ricerca di storia orale - lo studio dei campi di sterminio può trarre moltissimi spunti capaci di allargarne radicalmente la conoscenza e di rimettere in discussioni valutazioni consolidate.

Ma oggi, in un panorama culturale e politico che inventa un volto umano al fascismo e tollera di convivere con prospettive di distruzione irreversibile, queste testimonianze hanno anche il valore di una denuncia e di un ammonimento.

 

Anna Bravo insegna storia sociale all'Università di Torino; si è occupata, tra l'altro, di resistenza, di cultura dei gruppi non omogenei e di storia orale, pubblicando diversi lavori su questi temi. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned del Piemonte.

 

Daniele Jalla lavora presso la Regione Piemonte, dove si occupa di storia e culture locali. Ha svolto ricerche e pubblicato vari lavori di storia orale della cultura operaia.

 

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