PSICOPATIA: CONFINE TRA ANOMALIA E PATOLOGIA (Flavia Corso)

Lo sviluppo delle moderne neuroscienze ha suscitato un notevole interesse in ambito psichiatrico-forense. Ci si chiede in che modo le scoperte neuroscientifiche possano avere un impatto sul nostro sistema penale e, in particolare, sulla valutazione della responsabilità giuridica.

Di fronte agli interrogativi suscitati dal moderno sviluppo delle neuroscienze, come deve reagire la giurisprudenza? Se le tecniche di neuroimaging ci suggeriscono che l’aggressività e la violenza sono almeno parzialmente riconducibili a circuiti nervosi alterati, si può ancora parlare di responsabilità morale?

Vi è un senso in cui si potrebbe rispondere negativamente a questo interrogativo ed è quello a cui fa riferimento la forma più radicale di determinismo. Secondo il filosofo analitico inglese Galen Strawson, infatti:

“C’è un senso fondamentale in cui, in definitiva, nessuna punizione o nessuna ricompensa è giusta. Punire o ricompensare le persone per le loro azioni è tanto giusto quanto lo sarebbe punirle o premiarle per il colore (naturale) dei loro capelli o per la forma (naturale) dei loro volti”.

Se si aderisce al determinismo nella sua variante “incompatibilista”, secondo cui il libero arbitrio non è compatibile con il determinismo, risulta chiaro che non è più in alcun modo possibile ritenere gli individui responsabili moralmente e penalmente dei propri atti. La pena, considerata in questa prospettiva, non solo risulterebbe ingiustificata, ma anche immorale.

Se da un lato le neuroscienze sembrano suggerirci che non esiste la responsabilità morale nel senso in cui la intendiamo comunemente, dall’altro il sistema giuridico sembra riflettere la convinzione intuitiva per cui siamo, o dovremmo essere, responsabili della nostra condotta. L’incompatibilismo conduce in sostanza ad un conflitto tra il piano descrittivo della scienza e il piano normativo del diritto.

Tuttavia, è possibile rifiutare la dicotomia compatibilismo / incompatibilismo attraverso la formulazione di un concetto di libertà che rimanda ad un quadro di riferimento naturalistico. La libertà non può esistere se non nella misura in cui essa è necessariamente condizionata, sia internamente che esternamente, e ritengo che sia proprio in questo senso che noi dobbiamo ritenerci liberi e moralmente responsabili di ciò che facciamo.

All’interno di questo paradigma naturalistico, le neuroscienze assumono ancora più rilevanza. Le tecniche di neuroimaging costituirebbero infatti un importante elemento di carattere probatorio, laddove, in concomitanza di un reato, si sospetti anche la presenza dell’incapacità del soggetto di autodeterminarsi, di agire in conformità alla propria natura. È il caso delle patologie mentali vere e proprie, come le varie forme di psicosi, che, nei casi più gravi, possono risultare estremamente invalidanti per i soggetti che ne soffrono, compromettendo ogni aspetto della loro esistenza.

Ma si può affermare la stessa cosa per quanto riguarda la psicopatia? Dal momento che è stato riscontrato che esiste una correlazione tra la psicopatia e le ridotte dimensioni dell’amigdala, dobbiamo concludere che i crimini commessi da un soggetto schizofrenico in preda al delirio sia paragonabile, dal punto di vista penale, a quelli perpetrati da uno psicopatico a sangue freddo?

A questo proposito, ritengo essenziale, per la condanna ad una giusta pena, focalizzare l’attenzione sulla distinzione tra malattia e anomalia. Soltanto considerando attentamente le differenze tra questi due stati organici, è possibile individuare un criterio per l’eventuale concessione di attenuanti. La psicopatia può essere considerata come una sorta di terra di confine per il diritto, perché, al contrario delle psicosi, non assume le caratteristiche di una reale malattia, ma di un’anomalia.

Uno dei massimi studiosi della psicopatia, Robert D. Hare, ritiene che i veri psicopatici, detti anche psicopatici primari o di successo, siano dei veri e propri predatori per natura. Nella Hare Psychopathy Checklist, vengono elencati venti tratti distintivi tipici della psicopatia:

  • loquacità/fascino superficiale;
  • senso di sé grandioso;
  • bisogno di stimoli/propensione alla noia;
  • bugia patologica;
  • impostore/manipolativo;
  • assenza di rimorso/senso di colpa;
  • affettività superficiale;
  • asensibilità/assenza di empatia;
  • stile di vita parassitario;
  • deficit del controllo comportamentale;
  • comportamento sessuale promiscuo;
  • problematiche comportamentali precoci;
  • assenza di obiettivi realistici a lungo termine;
  • impulsività;
  • irresponsabilità;
  • incapacità di rispettare la responsabilità delle proprie azioni;
  • numerosi rapporti di coppia di breve durata;
  • delinquenza in età giovanile;
  • revoca della libertà condizionale;
  • versatilità criminale.

Lo psicopatico non è malato nella misura in cui ha piena coscienza del legame causale che intercorre tra le sue azioni e ciò che ne consegue sul piano sociale. La coscienza fenomenica che esperisce lo psicopatico è puramente individuale: egli, a livello cognitivo, comprende con lucidità quali siano le conseguenze nocive delle proprie azioni a livello sociale, ma a questo tipo di coscienza non segue alcuna partecipazione emotiva. La coscienza di cui sono privi gli individui psicopatici è quella collettiva, e questa carenza li rende, per l’appunto, soggetti “antisociali”.

Ne consegue che, più che una malattia dell’organismo umano, la psicopatia dovrebbe essere considerata come una malattia dell’organismo sociale, come un’anomalia che comporta un deficit di empatia, e che rende le persone che ne sono affette inadatte alla cooperazione sociale. La sofferenza psichica, che solitamente accompagna il decorso delle malattie psichiatriche rappresentandone un sintomo essenziale, è assente negli individui psicopatici. La malattia mentale è, per dirla in altri termini, una modificazione quantitativa di uno stato normale che può essere, tendenzialmente, ripristinato; la psicopatia, al contrario, è una variante qualitativa che sembra non rispondere ad alcun trattamento.

Ritengo, dunque, che i tratti distintivi della psicopatia rivelino che non vi è nulla di strettamente patologico in questa condizione, se non in rapporto all’ambiente di vita e alla società in cui gli psicopatici vivono. Se, come afferma il filosofo francese Georges Canguilhem, «ciò che distingue il fisiologico dal patologico non è una realtà oggettiva di tipo fisicochimico, ma un valore biologico», questo valore sarà connesso alla capacità di conservare la vita.

Da questo punto di vista, il cervello degli psicopatici, pur funzionando in modo anomalo, non ha nulla di intrinsecamente patologico, ed è anzi pienamente in grado di elaborare strategie per garantire la sopravvivenza egoistica dell’individuo. Ma, sul piano sociale, il discorso cambia, e il valore a cui si fa riferimento non è più quello biologico, ma quello sociale. Proprio in virtù del suo egoismo patologico, lo psicopatico è incapace di adeguarsi alle norme sociali, e i crimini che compie non sono sintomi di una malattia organica, ma reati contro la società perpetrati senza che vi sia una patologia vera e propria.

L’individuo affetto da psicopatia dovrebbe essere dunque pienamente responsabile e imputabile, perché agisce secondo la sua natura che, tuttavia, è incompatibile con la vita sociale. Alcuni studiosi, tuttavia, ritengono che agli psicopatici, immorali per natura e quindi incapaci di sentire ciò che è giusto e sbagliato, dovrebbe essere concesso il perdono; questa loro insensibilità sociale e morale, in sostanza, verrebbe a costituire un’attenuante della pena.

In realtà, si potrebbe ragionevolmente affermare che sia proprio giusto l’opposto: l’incapacità strutturale di mettersi nei panni degli altri relega gli psicopatici ad una sorta di sfera “amorale”, ancor più che immorale. Per questa ragione, più che come una malattia, la psicopatia dovrebbe essere considerata un’indole naturale che comporta una forte avversione nei confronti della società; in caso di condotta criminale, pertanto, non andrebbero previste diminuzioni della pena.

“Siamo portati ad esigere pene? Credo che, con l’evoluzione, i nostri sentimenti di ritorsione e rabbia nei confronti degli psicopatici che non rispettano le regole cui noi invece ci sforziamo di attenerci, o di quelli che sfruttano senza ritegno la nostra fiducia e la nostra compassione, si siano ben radicati dentro di noi. Senza un meccanismo emotivo potente che motivi la nostra rabbia e la nostra (giusta) indignazione nei confronti di questi criminali, la nostra civiltà odierna, civilizzata, non potrebbe esistere. Se perdonassimo gli psicopatici, questi prenderebbero il sopravvento. Dobbiamo tenerci stretto il nostro rancore.”

Si può dunque concludere che, così come la psicopatia sembra costituire un residuo evoluzionistico di tipo predatorio, la tendenza a non perdonare gli psicopatici e ad esigere una punizione si configura come la risposta biologico-evolutiva delle “prede”, le quali, proprio in virtù di questo meccanismo di difesa, hanno potuto convivere in società.

Se la concezione retributiva della pena risulta la più idonea nel caso della psicopatia, è però interessante prestare attenzione ad alcuni recenti studi che rivalutano l’utilità sociale degli psicopatici. La costante assenza di paura, la mancanza di reazioni emotive e la freddezza renderebbero questi soggetti particolarmente adatti a svolgere professioni che richiedono sangue freddo (chirurghi, vigili del fuoco, artificieri, ecc.). Indirizzare la potenzialità dannosa della psicopatia verso attività utili per la comunità potrebbe delinearsi come un tentativo di reinserimento, almeno parziale, di questi individui all’interno della società.

Conclusioni

In questo articolo, mi sono proposta di evidenziare come l’apparente inconciliabilità tra determinismo scientifico e responsabilità possa essere risolta sulla scia di una prospettiva naturalistica della coscienza e della libertà umana.

Ponendosi al di là della dicotomia compatibilismo / incompatibilismo, il modello naturalistico delle scelte coscienti mira a coniugare libertà e necessità biologica, rilevando come l’una non possa essere concepibile senza l’altra. I condizionamenti biologici e genetici sono elementi costitutivi dell’essere umano stesso, che è quello che è anche in virtù del suo codice genetico, prodotto evolutivo che si è stabilizzato per tentativi ed errori e che, in quanto tale, è precondizione necessaria della libertà stessa. In chiave epigenetica, quindi, il libero arbitrio non può essere inteso se non come quella che lo studioso di bioetica Luca Lo Sapio chiama «capacità di scegliere a partire da percorsi esperienziali e stabilizzati nel corso della vita» e nel passato evolutivo dell’individuo.

Sulla base di queste considerazioni, la psicopatia, essendo una variazione neurologica, appare come una condizione problematica dal punto di vista penale. Se si segue la direzione del determinismo radicale, infatti, si deve necessariamente concludere che gli psicopatici sono responsabili delle loro azioni tanto quanto i soggetti psicotici, ma, se si propende per un paradigma naturalistico del libero arbitrio, risulta evidente che la psicopatia non può essere considerata come una patologia vera e propria, bensì come un’indole antisociale, probabile residuo evoluzionistico di tipo predatorio. Questa realtà ci impedisce di considerare eventuali attenuanti nel caso di crimini commessi da individui psicopatici.

Contrariamente a quanto sostenuto dai deterministi radicali, personalmente ritengo che le scoperte neuroscientifiche, se inquadrate in una filosofia naturalistica ed evoluzionistica ben più ampia, non mettano effettivamente a repentaglio i concetti di libero arbitrio e responsabilità morale. Dal punto di vista penale, inoltre, le neuroscienze forensi possono costituire uno strumento valido per discernere l’anomalia dalla patologia, non rischiando così di mettere sullo stesso piano la follia criminale e l’indole criminale.

Flavia Corso

Bibliografia

 

  1. G. Canguilhem, Il normale e il patologico, a cura di M. Porro e M. Foucault, Einaudi, Torino 1998 (ed. or. Le normal et le pathologique, Presses Universitaires de France, Parigi 1966)
  2. K. B. Francis, et al. Simulating Moral Actions: An Investigation of Personal Force in Virtual Moral Dilemmas, in «Scientific Reports», vol. 7, n. 1, 2017
  3. R. D. Hare, Hare Psychopathy Checklist Revised: PCL-R: technical manual, MHS, North Tonawanda-Toronto 2003
  4. B. Libet, Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza, Cortina Raffaello, Milano 2007
  5. S. J. Morse, Psychopathy and Criminal Responsibility, in «Neuroethics», vol. 1, 2008, pp. 205-212
  6. A. Raine, L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine, a cura di V. Stagnaro, Mondadori Università, Milano 2016
  7. L. L. Sapio, Libero arbitrio e neuroscienze: verso un modello naturalistico delle scelte coscienti, in «Rivista internazionale di filosofia e psicologia», vol. 6, n. 3, 2015, pp. 514-527
  8. G. Strawson, «The Bounds of Freedom», in R. H. Kane (a cura di), The Oxford Handbook of Free Will, Oxford University Press, Oxford 2002

TRATTO DA:

http://www.brainfactor.it/neurodiritto-la-giusta-pena-tra-anomalia-e-patologia/

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