FIGLI UBRIACHI A CASA? I GENITORI DIMOSTRINO DI VOLER ASCOLTARE (Donatella Tiraboschi)

FIGLI UBRIACHI A CASA? GLI ESPERTI: «I GENITORI DIMOSTRINO DI VOLER ASCOLTARE»

LE PSICOLOGHE: «MAMMA E PAPÀ NON DEVONO RINUNCIARE AL LORO RUOLO». IL LAVORO DI SENSIBILIZZAZIONE E ASCOLTO DEL CENTRO PER IL BAMBINO E LA FAMIGLIA DI BERGAMO. «LE NOTIZIE DI CRONACA DIVENTINO UN’OCCASIONE PER RIFLETTERE CON I FIGLI»


Che fare? Come comportarsi? Grazia Nava, psicoterapeuta e psicologa, fornisce con una pacatezza di voce e di mestiere, che condivide all’unisono con i colleghi del Centro per il Bambino e la Famiglia di Bergamo, la risposta alle domande che migliaia di genitori si saranno posti alla vista, soprattutto nottetempo, di un figlio che rincasa alterato e stordito dall’alcol. Senza troppi giri di parole: ubriaco.

Tra sentimenti genitoriali contrastati da stupore e ire funeste, una via percorribile c’è. Basta conoscerla. «È quella di battere il ferro quando è freddo. Non è il caso di avviare discussioni in quel momento. Non c’è lucidità da parte di nessuno dei due, entrambi alterati, anche se in modi diversi. Consapevolezza innanzitutto: il genitore vede e il ragazzo sa di essere stato visto. Si va a dormire, si riflette anche con l’altro genitore e poi si trova il giorno dopo il momento opportuno per parlargliene, dedicando il tempo necessario».

Riflessione, calma, dialogo sono il minimo comun denominatore di cui il tavolo degli esperti del Centro (C.B.F), struttura dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Papa Giovanni XXIII (che dal 1991 offre servizi specialistici per le famiglie problematiche anche in collaborazione con le autorità giudiziarie) si fa esso stesso portatore. Non c’è nulla, nessun problema che non possa essere risolto con gli strumenti e le chiavi di lettura che gli esperti offrono gratuitamente alla cittadinanza. È questa l’impressione di serenità propositiva che si ricava dalle loro parole, su temi così attuali e delicati. «Temi di cui sicuramente in casa si è parlato — interviene Maria Simonetta Spada, direttore dell’Unità operativa complessa Psicologia Asst Papa Giovanni XXIII —. Le cose non accadono improvvisamente: mio figlio è mio figlio da tanto tempo, qualche segnale di certo è arrivato e di alcuni eventi si è parlato. Uno dei nostri compiti è quello di aiutare i genitori a fare in modo che le notizie di cronaca diventino occasione di una riflessione che parta dall’ascolto. Il genitore deve dire quello che pensa, ma nello stesso tempo chiedere che cosa ne pensi in proposito il figlio. Il pensiero è la chiave di volta: anche se il pensiero del genitore è diverso da quello del figlio, in sottofondo deve essere chiara la volontà all’ascolto».

«Il contenitore famigliare si presenta spesso con maglie troppo larghe rispetto a gerarchie fuse e confuse che, però, — ribadisce Giuliana Pelliccioli, psicologa e psicoterapeuta del C.B.F introducendo il discorso del “gruppo”— non permettono al ragazzo di avere un interlocutore che lo possa aiutare nella sua fase evolutiva». Importante per i ragazzi essere nella community del gruppo, accettati e benvoluti. Stare lì in mezzo fa figo, essere fuori è da sfigati. «Conta cioè — prosegue Pelliccioli — uscire dall’anonimato per essere visti in un contenitore, in un bacino identitario dove poter sperimentare una sensazione di onnipotenza: tu esisti, conti qualcosa se fai determinate cose, se ti sballi e ti stordisci». Che poi questo stordimento altro non è che una richiesta di aiuto. «I ragazzi non riescono a verbalizzare le richieste — prosegue Pelliccioli— ma si esprimono attraverso comportamenti, i cosiddetti agiti che sono l’espressione di sentimenti, desideri e impulsi attraverso l’azione, invece che con il linguaggio. Occorre aiutare il ragazzo a capire il significato delle azioni che compie e trovare insieme un modo per tollerare la frustrazione di alcuni aspetti della vita. I genitori si spaventano se non possono garantire ai figli determinate cose, puntano ad evitare ai figli qualsiasi trauma e dolore, fino all’eccesso, mentre occorre fornire ai ragazzi gli strumenti per affrontare la vita. Sballarsi significa non pensare, stordirsi è un po’ come dormire».

(...omissis...)

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Anna Bravo Daniele Jalla 

LA VITA OFFESA

Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti

 

Franco Angeli

 

"Raccontare poco non era giusto, raccontare il vero non si era creduti. Allora ho evitato di raccontare. Sono stato prigioniero e bon - dicevo".

Il cammino percorso dalia memoria dei Lager è in gran parte indicato da questa oscillazione tra il bisogno di verità e la difficoltà ad affermarla, tra lo sforzo di contrastare l'indifferenza del mondo e il silenzio come protesta; ma anche tra la spinta soggettiva a ricordare e quella opposta a dimenticare. Ostacoli esterni e interni non hanno interrotto questo cammino, facendo arrivare fino a noi un grande e inespresso patrimonio di esperienze.

A quarant'anni di distanza, la raccolta delle storie di vita degli ex deportati promossa dall'Aned in Piemonte, l'ha trasformato in racconto dando voce a tutti, in particolare a coloro - e sono la stragrande maggioranza - che non avevano mai trovato ascolto al di fuori della famiglia e del piccolo gruppo degli amici. Dalla stessa volontà nasce questo libro in cui parlano 200 sopravvissuti, in un montaggio di più di 900 brani tratti dalle 10.000 pagine di trascrizione delle loro testimonianze.

E' un accumulo enorme di notizie, episodi, giudizi, riflessioni ed emozioni; un coro che nasce dall'incontro di voci diverse, un primo abbozzo di memoria collettiva. E insieme, uno spaccato della deportazione italiana, con la sua fisionomia complessa e con i suoi tanti e diversi protagonisti: giovani partigiani e partigiane, intere famiglie ebree, antifascisti di vecchia data, militanti operai, soldati renitenti ai bandi, gente presa a caso nei rastrellamenti. Dalle loro voci - perché di voci si tratta in questa ricerca di storia orale - lo studio dei campi di sterminio può trarre moltissimi spunti capaci di allargarne radicalmente la conoscenza e di rimettere in discussioni valutazioni consolidate.

Ma oggi, in un panorama culturale e politico che inventa un volto umano al fascismo e tollera di convivere con prospettive di distruzione irreversibile, queste testimonianze hanno anche il valore di una denuncia e di un ammonimento.

 

Anna Bravo insegna storia sociale all'Università di Torino; si è occupata, tra l'altro, di resistenza, di cultura dei gruppi non omogenei e di storia orale, pubblicando diversi lavori su questi temi. Ha fatto parte del comitato scientifico che ha diretto la raccolta delle storie di vita promossa dall'Aned del Piemonte.

 

Daniele Jalla lavora presso la Regione Piemonte, dove si occupa di storia e culture locali. Ha svolto ricerche e pubblicato vari lavori di storia orale della cultura operaia.

 

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Ricetta perfetta con Cook Expert Magimix!   Risotto allo zafferano

INGREDIENTI PER 4 PERSONE

320 g di riso Arborio o Carnaroli 700 ml di brodo vegetale 1 cipolla 50 g di grana grattugiato 2 cucchiai di olio extra vergine di oliva 1 noce di burro ghiacciato 1 bustina di zafferano in polvere o zafferano in pistilli 1 presa di sale grosso.

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