NESSUNO CAMBIA DA SOLO (Michelangelo, "La Fenice: il giornale dal carcere", Ivrea)

Il cambiamento nasce dal confronto, da un incontro importante, dalla scoperta di passioni diverse da quelle che hanno fatto finire in carcere; cambiare per chi è in carcere non è un percorso lineare, la persona che vuole cambiare è sempre in bilico perchè tutti intorno la considerano quella di prima.
“Riuscire a cambiare” non è facile, specie per persone logorate da anni di galera (“Scoppiati di galera”). Come si fa poi a cambiare se le persone devono vivere con il codice in mano, tra istanze, reclami, ricorsi, se la loro vita è fatta di un’attesa spasmodica di una qualche decisione, del magistrato, della direzione, di chi deve declassificarti, di chi deve trasferirti?
Io oggi sono credente, ma sono sicuro che alle persone non basta dare una “seconda possibilità”, bisogna avere la forza di dare anche la terza, la quarta…
E a chi mi guarda con compatimento, rispondo che sono contento di crederci sempre e mi fa pena chi non crede nella possibilità di OGNI ESSERE UMANO di tirar fuori qualcosa di buono.
Il cambiamento non può avvenire senza cadute, ritorni indietro.
Nessuno cambia da solo se lasciato a oziare tutto il giorno in cella, è fondamentale che il detenuto possa confrontarsi con realtà diverse da quelle che lo hanno portato a determinate scelte di vita; il carcere chiuso porta a chiusura mentale; il cambiamento di un detenuto è prima di tutto un dovere verso se stessi e verso la società; ma se le istituzioni continuano a guardarlo e giudicarlo attraverso il suo fascicolo giudiziario, il passato si imporrà sempre sul presente.
I percorsi graduali e accompagnati di uscita dal carcere sono gli unici che ti permettono di metterti alla prova e di capire davvero cosa significa cambiare.
Il cambiamento significa anche ammettere la propria fragilità, ma questa in carcere rende la vita difficile, e rinunciare volontariamente a portare una maschera ti fa diventare ancora più vulnerabile.
Sono stato uno tra i tanti giovani a cui il carcere ha proposto poco o nulla come strumenti di cambiamento, ma anzi, nelle esperienze precedenti, non ha fatto che peggiorarmi e rendermi una persona che non faceva altro che sentirsi vittima di un sistema miope e sordo; negli anni questo ha fatto nascere in me una grande voglia di rivalsa nei confronti delle istituzioni e della società, che ritenevo complice perchè non faceva nulla per occuparsi di cambiare le cose.
Oggi ho imparato a dare una direzione alla mia rabbia, ma soprattutto ho cercato di farla diventare un punto di forza a mio favore, usandola come strumento di lotta per cambiare le cose attraverso la scrittura e la comunicazione. Sperando che domani non ci sia più un’operatrice che dica, a una persona poco più che ventenne, che è irrecuperabile, come fecero con me, tanto tanto tempo fa.

Michelangelo

 

Nella Casa Circondariale di Ivrea nasce una nuova redazione giornalistica: La Fenice.

Per contattare la Redazione La Fenice o commentare l’articolo scrivi a: redazione.lafenice@varieventuali.it

 

tratto da: Varieventuali News - 91/2019

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Farhad Bitani

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«Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi trentatré anni di vita. Adesso le racconto. Ho lasciato le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità».

Inizia così la sconvolgente testimonianza di Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito, un giovane uomo che ha attraversato da osservatore privilegiato la storia dell’Afghanistan: dal potere dei mujaheddin ai talebani fino al governo attuale, che vive sotto l’ombrello occidentale.
Farhad nasce a Kabul nel 1986, ultimo di sei fratelli. Suo padre è un generale dell’esercito di Mohammad Najibullah Ahmadzai, il quarto e ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Ma, con la presa del potere da parte dei 
mujaheddin, nel 1992, le cose cambiano. Solo rinnegando il passato e diventando un mujahed, il padre di Farhad avrà salva la vita.

Da quel momento l’esistenza del giovane Farhad cambia radicalmente. La sua famiglia si trasferisce in una grande casa, presidiata dagli uomini della scorta. È a loro che Farhad chiede in prestito le armi, per i suoi giochi di bambino. Quello che sogna è un futuro da combattente, alla testa di un manipolo di uomini. Sparare, uccidere, avere potere e ricchezza: non c’è nulla che desideri di più. Ma le cose sono destinate a mutare ancora. Quando i talebani strappano il potere ai mujaheddin, la sua famiglia cade in disgrazia. Mentre suo padre si trova in prigione, Farhad conosce la fame, la miseria, l’indottrinamento forzato all’Islam. Condotto allo stadio, viene costretto ad assistere alle lapidazioni del venerdì, le punizioni per gli infedeli, coloro che trasgrediscono le leggi del fondamentalismo. Sarebbe facile cedere all’imbarbarimento, credere a ciò che viene inculcato, diventare come coloro che professano la pace, alimentando la guerra. Ma se fosse possibile un destino diverso? Si può attraversare l’inferno e uscirne redenti?
Da guerriero islamista a dialogatore per la pace, attraverso questo libro possente e drammatico Farhad Bitani offre al mondo il vero volto dell’Afghanistan, raccontando in maniera vivida la guerra civile, la violenza gratuita, le perversioni del potere e l’uso della religione come strumento politico. 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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