QUELLO CHE È DIFFICILE RACCONTARE (lafenice.varieventuali.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Probabilmente voi lettori, di questa redazione, volete prendere conoscenza. Sapere come si vive, come si sta tra queste mure, cosa succede.
Beh, io direi che dipende dal lettore, sono così anche io, curioso.
Qual’è la vostra vicinanza o distanza da un carcere? Quali sono state le vostre più grandi sofferenze? Quelle che non avete saputo affrontare, talvolta neanche raccontare? Quelle sofferenze da cui non potete liberarvi?
Credo ci siano tante persone che abbiano passato brutti periodi nella vita, credo che ci siano cose peggiori al carcere.
Credo anche che a molti la vita abbia sempre sorriso, contraccambiata; molti che non hanno mai dovuto affrontare un dolore che li segnasse a vita, per la vita.
Come poter scrivere, raccontando ciò che non si può spiegare?
Direi quel sorriso, che tanti nelle carceri non hanno, che forse non hanno mai avuto, a cui nessuno ha saputo donare vita, o a cui non hanno saputo contraccambiare.
Un sorriso, a volte già spento da tanto tempo, o che non è nato a suo tempo, che il carcere ha chiuso per sempre in una cella.
Sì, una vita spenta, che nessun articolo di giornale può realmente raccontare.
Sono mediamente 750 sorrisi in vite spente all’anno, spente per sempre, nelle nostre celle, in un qualsiasi carcere italiano, vita ormai dissolta per sempre.
La maggior parte sono detenuti in custodia cautelare, giudicabili, o in attesa di processo.
Ciò che succede, quello che si prova, tra le mura di un carcere, resta nel carcere.
Non lo si può descrivere, raccontare, cosi da far prendere conoscenza al lettore.
Come si potrebbe dire, scrivere, che l’unica via di uscita è un cordino legato al collo o del gas, con cui potersi spegnere o liberare. Spenti, come il loro sorriso, come una luce di una candela appesa, ormai spenta.
Non tutti nelle carceri riescono a rinascere come L’Araba Fenice, volatile biblico, che risorge dalle proprie ceneri.
Molti trovano fine alle loro sofferenze, alla loro mancanza di sorriso, alla loro ricercata libertà.
Prigionieri o fuori dal carcere, la Fenice li porta con sé in cenere, in libertà, e non sappiamo se avrebbero potuto trovare il risorgere di quel sorriso.

 

Robert M.

 

 

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 Alberto Arnaudo

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Sono andato in pensione l’1 marzo del 2020. E, invece della tanto agognata libertà del “finalmente faccio quello che voglio quando voglio”, mi sono ritrovato tre mesi di arresti domiciliari!  
Così ho cominciato a buttar giù schizzi di sensazioni, brevi storie che riecheggiassero le esperienze straordinarie che tutti stavamo facendo in quel periodo, da pubblicare sulla mia pagina Facebook, per condividere emozioni e “tenere memoria” di quanto stava avvenendo: una condizione talmente fuori dal normale che, una volta superata l’emergenza, potrebbe essere rimossa e magari in gran parte dimenticata. Ma della quale sarebbe bene non scordare mai quel che ci ha tolto, insieme a ciò che ci ha insegnato. 

L'autore
Alberto Arnaudo, medico, ha diretto il Servizio di Patologia delle Dipendenze (SerD) di Cuneo fino al 2020. In pensione, si dedica ad attività di formazione nel campo delle Addiction, e può coltivare con maggior tranquillità la sua passione per la letteratura. 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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