USO E ABUSO DI BENZODIAZEPINE (Cristina Tognaccini)

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo hanno accostato a “Lo stra­no caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” (o meglio “High dose lormetazepam dependen­ce: strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde”) citando il famoso rac­conto dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson. Metafora in questo caso dell’ambivalenza del lormetaze­pam, la cui forma orale in gocce (in soluzione alcolica) pare correlata alla maggior parte dei casi di abuso da alte dosi di benzodiazepine (Bzd) al contra­rio delle compresse, secondo uno studio pubblicato lo scorso anno su Internal and emergency medicine (giornale uffi­ciale della Società italiana di medicina interna, Simi) da un gruppo di ricerca dell’Università di Verona.

D’altra parte la figura retorica può essere estesa più in generale a tutta la categoria delle benzo­diazepine e agli psicofarmaci in partico­lare che, come ricorda Giovanni Biggio, professore ordinario di neuropsicofar­macologia all’Università degli Studi di Cagliari “possono potenzialmente tutti essere usati in maniera impropria”. Tra­sformando un farmaco sicuro e utile come le benzodiazepine, nel suo corri­spettivo “malvagio” e dannoso.

The strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde

Nel lavoro retrospettivo condotto dall’Unità di medicina delle dipendenze dell’Azienda ospedaliera uni­versitaria di Verona, i ricercatori hanno indagato l’impatto dell’abuso di ben­zodiazepine ad alte dosi, in oltre 1100 pazienti ammessi al centro, da gennaio 2003 a giugno 2018. Il primo dato che salta all’occhio è la percentuale di con­sumo di lormetazepam, principio atti­vo più comune tra i dipendenti da alte dosi di Bzd, abusato da oltre il 57% dei pazienti (630), nel 97,3% dei casi nella forma farmaceutica in gocce (contro i 13 casi da abuso di compresse). Seguito da lorazepam con l’11% (125), alpra­zolam 10% (111), zolpidem 9% (102), clonazepam 3% (37), bromazepam 3% (31), diazepam 2% (23), triazolam 2% (21) e un’altra benzodiazepina nel 3% dei casi (32).

La forma in compresse era invece quella più comune per le altre Bzd. Altro dato interessante è il pro­gressivo incremento dei consumatori di alte dosi di lormetazepam (sempre in base ai dati dell’unità di Verona), passa­ti da pochi numeri (3 casi) nel 2003 a oltre 70 nel 2018. Crescita molto mag­giore rispetto alle altre benzodiazepine.

L’abito fa il monaco

Chi ne abusa? Spiega Stefano Tambu­rin, professore di neurologia all’Uni­versità degli Studi di Verona, autore dello studio: “Si tratta di persone che assumono anche una o tre boccette o scatole di benzodiazepine al giorno: dosi altissime, che può permettersi solo chi ha un reddito annuo molto eleva­to, considerando che sono farmaci in fascia C, a totale carico del cittadino”.

Tant’è che la popolazione afferente al centro, un policlinico ospedaliero pubblico che eroga prestazioni conven­zionate con il Servizio sanitario nazio­nale, ha un alto livello di scolarità ed è costituita in genere da professionisti con un’età media di 45 anni: “Al mo­mento ho quattro persone ricoverate – spiega Fabio Lugoboni, altro autore del lavoro e responsabile dell’Unità di medicina delle dipendenze di Verona – il massimo che la mia struttura può contenere: tra cui un anestesista, uno psichiatra e un medico di medicina ge­nerale”.

Un profilo cognitivo devastante

Non è una casistica rappresen­tativa come precisa, ma generalmente i medici rappresentano il 10-13% della popolazione totale. Il resto dei pazienti in carico è rappresentato da manager o persone che svolgono attività stressanti e di responsabilità, che assumono ben­zodiazepine per aumentare la presta­zione, eliminare l’ansia, la stanchezza o l’insonnia. Lugoboni precisa che il suo centro accetta solo persone che su­perano di cinque volte la dose massima indicata sul foglietto illustrativo, non meno.

Continua Tamburin: “I pazienti sono professionisti con responsabilità, ma con un profilo cognitivo devastante e una qualità della vita bassa. Sono così dipendenti dal farmaco che senza non riescono a muoversi e chiedono aiuto (soprattutto chi è mono-dipendente da Bdz ad alte dosi) quando si accorgono di non riuscire più a gestire la giornata o operazioni pratiche di lavoro, come un intervento chirurgico, o perché si sento­no schiavi del farmaco”.

Studenti non esenti

Per persone come quella in carico al centro veronese, lungi dall’essere indi­viduate come addicted, i farmaci sono anche facili da reperire, come confer­mano i due ricercatori, complice la professione svolta (medici) e/o la pos­sibilità di viaggiare spesso per lavoro, cambiando continuamente farmacia. Tamburin precisa anche che il consu­mo abituale di alte dosi di benzodiaze­pine non comporta quasi mai rischi fa­tali di arresto respiratorio con overdose e decesso, come invece accade con altri sedativi tipo i barbiturici, ma può gene­rare problemi cognitivi.

Secondo uno studio attualmente in corso sempre presso l’Università di Verona, anche gli studenti di medicina sembrano avere la tendenza ad assumere benzodiaze­pine, oltre a sostanze per migliorare le proprie prestazioni cognitive: “C’è una richiesta di prestazione da parte della società che è molto elevata – aggiunge – così si inizia presto a prendere sostan­ze per aumentare la performance. È la strada più veloce, invece di migliorare le abitudini di vita”.

La sinergia con l’alcol

Come riportano gli autori del lavoro, il modello di regressione logistica mul­tivariata ha mostrato che la soluzione orale, la durata dell’abuso di Bzd e la prescrizione per i disturbi del sonno hanno aumentato il rischio di abu­so di lormetazepam rispetto ad altre Bzd. “La forma farmaceutica sembra favorire l’assunzione – commentano Tamburin e Lugoboni – e l’ipotesi è che le gocce agiscano più velocemen­te, poiché la soluzione alcolica facilita l’assorbimento. Il che generalmente favorisce tutte le dipendenze. L’alcol, inoltre, agisce sullo stesso recettore del­le benzodiazepine, quello del Gaba-A, ma in un sito differente, agendo in sinergia”.

La quantità di alcol assunta insieme a lormetazepam, con una boc­cetta, è pari a 20,5 g di alcol, come spie­ga Tamburin: fattore non trascurabile se si considera che la popolazione in esame può assumere anche tre boccette al giorno e che le linee guida del mini­stero della Salute raccomandano di in­gerire massimo 24 g di alcol al giorno per gli uomini e 12 g per le donne. La riflessione cui giungono i ricercatori è che forse si avrebbe una riduzione di di­pendenze da alte dosi di benzodiazepi­ne se fosse disponibile solo la forma in compresse di lormetazepam: “Magari poi i pazienti assumerebbero un altro farmaco – precisa Tamburin – ma al­meno si limiterebbe un prodotto che rischia di creare dipendenza”.

Un problema solo italiano?

I dati sui consumi di Bzd ad alte dosi sono scarsi. La prevalenza è stata stima­ta solo in Svizzera, intorno allo 0,16% della popolazione adulta, ma non ci sono informazioni provenienti da altri paesi. Inoltre mancano dati precisi sul lormetazepam, il cui abuso pare essere un problema peculiare con una grande prevalenza in Italia. Ma non solo. Un numero molto elevato e progressiva­mente crescente di Ddd (dose giorna­liera definita, dose di mantenimento giornaliera media di un farmaco uti­lizzato per la sua indicazione principa­le nell’adulto) di lormetazepam è stato  segnalato anche in Spagna, unico Paese insieme al nostro in cui la molecola è commercializzata come soluzione ora­le. Altre benzodiazepine – come lora­zepam, alprazolam, diazepam – sono invece più popolari in altre aree.

I farmaci più venduti

 

Una conferma sull’elevato uso di lor­metazepam in Italia arriva anche dal rapporto Osmed sull’uso dei farmaci in Italia 2018, stilato dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), da cui emerge che le benzodiazepine sono notoriamen­te i farmaci di classe C maggiormente acquistati dai cittadini rappresentando il 18,5% della spesa e il 26% delle Ddd della classe C con ricetta. Il consumo negli ultimi quattro anni è rimasto so­stanzialmente stabile attestandosi nel 2018 a 49,2 Ddd. Le benzodiazepine a effetto ansiolitico e quelle a effetto ipnotico rappresentano oltre il 90% del consumo della categoria e si collocano al primo e al quinto posto in termini di spesa tra i medicinali di classe C (le prime in aumento del 3,2% rispetto al 2017 e le seconde dell’1,9%).

Non solo, il lormetazepam (13,2 Ddd), il lorazepam (10,3 Ddd) e l’alprazolam (9,2 Ddd) sono i tre principi attivi più prescritti, mentre lo zolpidem si confer­ma quello con l’incremento più elevato rispetto al 2017 (+10,2%). Inoltre tra i primi venti farmaci a maggior spesa di classe C con ricetta compaiono nu­merosi principi attivi appartenenti a questa classe: lorazepam, alprazolam, zolpidem, lormetazepam, bromazepam, delorazepam, triazolam. Le regioni del Nord e la Sardegna mostrano inoltre un consumo superiore alla media naziona­le, mentre Lazio, Toscana e Valle d’Ao­sta sono le Regioni con l’incremento più elevato rispetto all’anno precedente.

 

Un’emergenza globale

L’uso non medico di benzodiazepine non è un problema solo italiano. Il World drug report della Unodc, 2018 e 2019, lo considera una delle minacce emergenti di salute pubblica, inseren­do le Bzd tra le prime tre sostanze di abuso comunemente usate in 40 Paesi. “L’uso improprio di benzodiazepine comporta gravi rischi – si legge nel report – non ultimo un aumento del pericolo di sovradosaggio se usato in combinazione con l’eroina”. Le benzo­diazepine infatti, benché da sole non  siano fatali, sono frequentemente ri­portate in casi di overdose anche mor­tali, che coinvolgono oppioidi come il metadone.

Sempre secondo il report, dalle Americhe all’Europa, la pre­valenza annuale media dell’uso non medico dei sedativi e tranquillanti era superiore al 2% della popolazione generale, con picchi anche più alti tra i ragazzi di età scolare e tra le donne. In particolare il fenomeno è abbastan­za comune nell’Europa occidentale e centrale, dove varia dal 19,5% della po­polazione adulta in Repubblica Ceca a meno dell’1% in Portogallo. In otto dei 14 Paesi che hanno riportato stime recenti, l’uso non medico di tranquil­lanti era maggiore dell’uso di cannabis.

 

Tutto inizia in Polonia

La storia delle benzodiazepine inizia a Cracovia, a metà degli anni ’30, quan­do Leo Sternbach lavorava su un grup­po chimico chiamato heptoxdiazines. In seguito si trasferì negli Stati Uniti dove continuò il suo lavoro presso il Di­partimento di ricerca di Hoffmann-La Roche nel New Jersey, finché nel 1957 trovò un composto con potere ipnotico, sedativo e anti-stricnina simile a quelli del meprobamato. Tale composto, non senza sorpresa, si scoprì subire un ri-ar­rangiamento molecolare per diventare una benzodiazepina. Sì arrivò così al clordiazepossido, introdotto in clinica nel 1960 e in seguito al diazepam nel 1963. Molti altri composti in seguito furono immessi sul mercato, come an­siolitici diurni (“tranquillanti”) o ipno­tici notturni o con entrambi gli effetti. In poco tempo sostituirono i barbituri­ci come ipnotici sedativi, perché erano più sicuri e avevano meno probabilità di causare una depressione fatale del Siste­ma nervoso centrale.

Un farmaco “straordinario”

Le Bzd sono classificate in tre gruppi in base alla loro farmacocinetica: a) breve durata d’azione con emivita inferiore a 6 ore (ad esempio oxazepam); b) azione intermedia, con emivita da 6 a 24 ore (ad esempio alprazolam); c) lunga dura­ta d’azione, con emivita di oltre 24 ore (ad esempio diazepam). Tutte aumen­tano l’effetto del neurotrasmettitore acido gamma-aminobutirrico (Gaba), legandosi a un sito allosterico del re­cettore del Gaba-A (non si posizionano sul sito del neurotrasmettitore Gaba, ma su uno adiacente migliorando l’a­pertura del recettore).

In questo modo ne aumentano la proprietà sedative, ipnotiche, ansiolitiche, anestetiche, an­ticonvulsivanti e miorilassanti. Motivo per cui questa classe di farmaci è oggi ampiamente utilizzata per il trattamen­to di breve durata di ansia, insonnia, convulsioni, spasmi muscolari, asti­nenza da alcol e alcune molecole come pre-anestetici e farmaci intraoperatori. “Sono farmaci straordinari e indispen­sabili se usati bene – commenta Biggio – non c’è farmaco ugualmente privo di tossicità che in tempi brevi possa sedare un soggetto in stato di agitazione. Ma devono essere usati in acuto per massi­mo 3-4 settimane, non in cronico”.

“L’era dell’ansia”

Negli anni a seguire l’uso di questi far­maci più maneggevoli aumentò sempre di più, toccando già un picco negli anni ’70 e “creando la percezione – scriveva nella review “History of Benzodiaze­pine Dependence” del 1991 Malcolm Lader, al tempo professore di psicofar­macologia clinica presso l’Institute of Psychiatry, dell’University of London – che l’uso diffuso di ansiolitici e ip­notici fosse un nuovo fenomeno, che identifica la seconda metà del XX seco­lo come l’Era dell’ansia”.

Un’intuizione niente affatto sbagliata che il tempo ha confermato ed esacerbato, se si consi­dera, un esempio su tutti, che appena qualche mese fa l’Organizzazione mon­diale della Sanità (Oms), ha riconosciu­to il burnout (lo stress da lavoro) come disturbo medico. Lader al tempo di­stinse tre condizioni principali: l’abuso con auto-somministrazione regolare o intermittente di grandi dosi di benzo­diazepine, fuori dal contesto medico; l’abuso con l’assunzione orale regolare di elevate quantità di benzodiazepine, iniziato nel contesto medico e a volte ma non sempre ottenute su prescrizione medica, il cui dosaggio iniziale è poi au­mentato oltre i normali livelli terapeu­tici; infine la dipendenza fisica a dosi terapeutiche normali come manifestato da una sindrome da astinenza.

Così a partire dal 1984 ben 36 ben­zodiazepine sono state poste sotto il controllo internazionale ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sulle sostanze psicotrope del 1971, progetta­ta per garantire l’accesso ai medicinali utili, ma al contempo contrastarne l’abuso e dipendenza. Le benzodiaze­pine, il diazepam, il lorazepam e il mi­ dazolam sono attualmente elencati nel ventesimo elenco dei farmaci essenziali dell’Oms e sono quindi considerati me­dicinali efficaci e sicuri che dovrebbero essere accessibili nei sistemi sanitari.

Mix fatale

Nonostante le benzodiazepine siano farmaci sicuri e ampiamente utilizza­ti in clinica, il loro uso non medico e ricreativo può portare a problemi di abuso, dipendenza e overdose se usate in associazione con altre molecole seda­tive. Biggio ricorda che anche l’alcol ne potenzia l’effetto e per tale motivo non va mai assunto in concomitanza “ne decuplica l’effetto e può essere fatale – sottolinea – a uccidere però non sono le benzodiazepine, ma il mix di sostanze ad azione sul Sistema nervoso centrale. È come prendere una dose almeno dieci volte superiore”.

In effetti negli ultimi anni sono aumen­tate le evidenze che l’uso di “poli-dro­ghe” e in particolare quelle ad effetto sedativo/ipnotico come benzodiazepi­ne, potrebbe essere collegato ad alcu­ne delle overdose mortali da oppioidi negli Stati Uniti. Un problema non da poco considerando l’epidemia in corso in Nord America e in parte d’Europa e che le benzodiazepine sono tra i far­maci più prescritti in tutto il mondo. Secondo l’European drug emergencies network (Euro-Den), le sostanze più comuni associate a casi di intossicazio­ne acuta correlati a farmaci da prescri­zione in Europa includevano benzodia­zepine e oppioidi.

Contraffazione e “design”

Ad aggravare ulteriormente la situazio­ne, sempre negli ultimi anni, è stata la disponibilità di benzodiazepine con­traffatte e la crescente comparsa di nuo­ve sostanze psicoattive, diverse da quel­le autorizzate e in commercio, definite “benzodiazepine di design” o “legali”.  Alcune sono state solo brevettate, altre sono etichettate per essere utilizzate esclusivamente come “sostanze chimi­che di ricerca”, anche se implicitamente sono destinate al consumo umano. La maggior parte non ha mai seguito l’iter di approvazione previsto per i medi­cinali prodotti dall’industria, con test preclinici e clinici e generando dati di sicurezza, efficacia e tollerabilità, ma ha un profilo farmacologico/tossicologico sconosciuto. Motivo per cui tali mole­cole risultano ancora più dannose dei prodotti in commercio.

I sequestri                           

Alcune di queste benzodiazepine non autorizzate sono vendute come versioni contraffatte di ansiolitici comunemen­te prescritti (come alprazolam e diaze­pam), utilizzando le reti di distribuzio­ne esistenti nel mercato delle sostanze illecite; altre sono vendute online, tal­volta con le loro denominazioni pro­prie, e commercializzate come versioni “legali” di medicinali autorizzati.

In particolare l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Emcdda) sta monitorando 28 nuove benzodiazepine, di cui 23 individuate per la prima volta in Europa negli ul­timi cinque anni, secondo quanto ri­porta la Relazione europea sulla droga 2019. Nel 2017 quasi 3500 sequestri di nuove benzodiazepine sono stati segna­lati al sistema di allerta precoce dell’Ue. La maggior parte di tali operazioni ha riguardato compresse, per un totale di oltre 2,4 milioni di unità, in notevo­le aumento rispetto al mezzo milione circa segnalato nel 2016. Tale aumento può essere attribuito a sequestri rilevan­ti di etizolam in un singolo Paese. Inol­tre, nel 2017 sono stati sequestrati circa 27 chilogrammi di polvere, 1,4 litri di liquidi e 2400 blotter contenenti nuove benzodiazepine.

Sorvegliati speciali

Le prime benzodiazepine illecite iden­tificate in Europa dall’Emcdda furo­no il fenazepam e il nimetazepam nel 2007. Il fenazepam è una benzodiaze­pina sviluppata nell’ex Unione Sovie­tica nel 1970, concessa in licenza solo nella Federazione Russa e alcune parti del Commonwealth of Independent States (Cis) come un farmaco per il trattamento dell’ansia e sintomi di asti­nenza. Negli anni successivi, fu rilevato un numero crescente di segnalazioni di uso non medico, associato ad un nu­mero crescente di vittime, soprattutto in Europa.

Il fenazepam può causare compromissione psicomotoria, arresto respiratorio, psicosi e delirio. Tanto che recentemente è stato inserito nel programma VI della Convenzione delle Nazioni Unite sul controllo della droga del 1971. Il nimetazepam invece (venduto frequentemente con il mar­chio “Erimin”) è una benzodiazepina autorizzata prodotta da un’azienda farmaceutica, la cui produzione era stata interrotta nel 2015.

Nonostante questo, preparati senza licenza di ni­metazepam sono disponibili e negli ultimi anni si trova anche online e vie­ne utilizzato nei club statunitensi come droga. Anche nel regno Unito continua essere venduto illegalmente in alcuni regioni. Il derivato etizolam appartie­ne a una classe di composti noti come tienodiazepine. Concesso in licenza in Giappone, Italia e India, è stato rilevato dall’Emcdda per la prima volta nel 2011 nel Regno Unito su Internet. Il suo uso ricreativo è stato molto diffuso in Sco­zia ed è stato associato a decessi in vari parti del Regno Unito. Tuttavia, ci sono informazioni limitate sul potenziale di dipendenza o il numero di vittime associate ad esso. Per questo motivo è attualmente sorvegliato dall’Oms. In seguito arrivò sul mercato pyrazolam, la prima benzodiazepina mai approvata in precedenza come farmaco da prescri­zione in nessun Paese.

Successivamente, sono stati segnalati all’Emcdda diversi altri composti non autorizzati per l’uso clinico, tra cui: flubromazepam e di­clazepam nel 2013 insieme a meclona­zepam, nifoxipam e deschloroetizolam (una tienodiazepina) nel 2014. Si ritiene che anche clonazolam e flubromazolam siano apparsi per la prima volta nel 2014 e siano stati successivamente segnalati all’Emcdda. Varie altre benzodiazepine come adinazolam, nitrazolam e metizo­lam (un’altra tienodiazepina) sono state segnalate nel 2015.

Quattro di questi farmaci – etizolam, diclazepam, flubro­mazolam e fenazepam – rappresentano oltre l’80% di tutte le compresse conte­nenti nuove benzodiazepine che sono state sequestrate in Europa dal 2005. Attualmente centinaia di benzodia­zepine sono state brevettate e descrit­te nella letteratura scientifica e non si prevede che siano le ultime rilevate nella cosiddetta esplosione di nuove sostanze psicoattive.

Un nuovo (vecchio) metodo per la disassuefazione

L’Unità di medicina delle dipendenze dell’Azienda ospedaliera universitaria di Verona è uno dei pochi centri pubblici al mondo che esegue un trattamento particolare per la disassuefazione da alte dosi di benzodiazepine. Come spiega Fabio Lugoboni, di­rettore dell’Unità, in pazienti che assumono fino a tre boccette al giorno, il classico sistema di riduzione della dose non funziona bene e i risultati tardano ad arrivare. Nel centro si ricorre invece alla somministrazione lenta di flumazenil, un antagonista compe­titivo delle molecole che si legano al sito delle benzodiazepine sul recettore Gaba di tipo A. Il metodo fu sviluppato quasi trenta anni fa da Malcolm Lader professore del King’s College London, che lo testò in modelli animali.

Anni dopo lo riprese in mano Gilberto Gerra – oggi responsabile prevenzione droga e salute dell’Ufficio antidroga e crimine dell’Onu (Unodc) a Vienna – che tra metà de­gli anni ’90 e i primi 2000 fu direttore del Ser.T. e del Centro di ricerca delle Dipendenze di Parma, lo applicò a una popolazione che abusava di Bzd ad alte dosi. Lugoboni racconta che Gerra pubblicò i dati su una rivista ad alto impact factor, sostenendo che fosse il sistema più rapido e migliore rispetto allo scalo pro­gressivo. “Così andai a Parma per impararlo e importarlo a Ve­rona – continua – e nonostante lo scetticismo iniziale lo trovai spettacolare. Oggi riusciamo a disintossicare anche persone con recidive”.

Negli ultimi due anni solo il 28% ha avuto ricadute e su 1400 pazienti trattati sinora dal 2003, solo sette hanno avuto un drop out. Lugoboni racconta che da circa 6-7 anni non sommi­nistra più il farmaco in vena ma sottocute, con un’infusione di 14 fiale di flumazenil tramite elastomero da sostituire una volta alla settimana. L’ipotesi di funzionamento, confermata anche da Giovanni Biggio, è che il flumazenil come antagonista permetta il ri-accoppiamento del recettore del Gaba (se bombardato da alte dosi di benzodiazepine tende a disaccoppiarsi e andare incontro a tolleranza). E dall’altra funzioni come agonista sulle subunità alfa-4 e alfa-6 dello stesso recettore – espresse solo in caso di tolleranza – non causando così crisi di astinenza. “Motivo per cui il paziente non soffre con questo metodo” afferma Biggio.

Nono­stante i dati promettenti il metodo è considerato tuttora off-label e viene praticato in pochi centri in via sperimentale. Secondo Lu­goboni per disinteresse verso una classe di farmaci la cui perico­losità viene spesso sottovalutata dai clinici. “Tempo fa – racconta – ci fu anche un botta e risposta sul New England Journal of Me­dicine sul considerare o meno questo metodo sperimentale”. In­tanto però sono diverse le cliniche private che si sono interessate alla procedura perché hanno fiutato l’affare. Alcune di queste l’hanno già messa in pratica facendola pagare dai 1200 ai cinque mila euro.

 

Cristina Tognaccini

Cristina Tognaccini è una giornalista scientifica. Subito dopo la laurea in Chimica e tecnologie farmaceutiche conseguita presso l’Università degli Studi di Sassari nel 2005, ha vinto una borsa di studio presso l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, dove ha lavorato per quattro anni presso il dipartimento di Neuroscienze.

Dopo una breve parentesi in farmacia, nel 2011 ha deciso di dedicarsi alla divulgazione scientifica conseguendo nel 2013 il Master in Comunicazione della Scienza presso la Scuola Internazionale di Studi Superiori Avanzati (SISSA) di Trieste.

Dal 2012, dopo uno stage presso il giornale web Linkiesta.it, collabora e ha collaborato con D la Repubblica, Linkiesta.it, AboutPharma, Airone, Osservatorio Malattie Rare e altri giornali generalisti e di settore. Iscritta all’albo dei pubblicisti dal 2019, ha vinto il Premio giornalistico Riccardo Tomassetti nel 2017, con l’articolo “Se a produrre anticorpi ci pensano le piante” (AboutPharma) e nell’edizione 2018-19 del Premio OMaR ha ricevuto una menzione speciale per l’articolo “Speranze da terapia genica e oligonucleotidi antisenso” (AboutPharma).

 

Tratto da: https://www.aboutpharma.com/blog/2020/02/03/benzodiazepine-ad-alte-dosi-labuso-si-diffonde-tra-medici-e-professionisti/

 

 

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Recensione di 

CHIARA MARINI

 

Il libro si intitola “ Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare”. Questo libro parla di un gatto nero grande e grosso che deve insegnare a una gabbiana dalle piume argentate. Il gatto nero grande grosso va in cerca di aiuto dai suoi amici gatti. Alla piccola gabbiana piace essere un gatto quando è piccola, man mano che cresce il gatto nero grande e grosso le spiega che lei nn è un gatto ma diventerà una gabbiana bella forte e dalle piume argentate e che le piacerà volare al sole nei cieli immensi, sotto l’acqua. I gatti amici del gatto nero grande e grosso lo aiutano in tutti i modi e quando vedono che la gabbiana vola i gatti sono tutti contenti. Questo è un po’ il riassunto del libro che ho letto spero si capisca e molto bello e facile da capire.

 

 

Chiara Marini

 

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