LA VITA OFFESA… DALLA PANDEMIA (Gianfranco Conforti)

Quello che stiamo vivendo in questo periodo non l’avremmo neanche immaginato solo un mese fa. Eppure, se ci pensiamo bene, è niente in confronto a quello che tutti i giorni vivono milioni di persone (pensiamo ai bambini in Siria che conoscono solo violenza e morte) o che si è vissuto in passato. Questo dovrebbe aiutarci a sopportare meglio le limitazioni che ci vengono imposte per la salute di tutti.

 

Mi è sempre piaciuta la Storia, già da bambino alle elementari. Quella che preferisco è riferita al periodo contemporaneo. In particolare la seconda guerra mondiale e, più nello specifico, la Shoah, il Terzo Reich, l’organizzazione follemente lucida del Nazismo. Leggendo mi sono sempre chiesto come sia potuto accadere tutto ciò, come certa gente possa essere stata così cattiva.

 

In questi giorni sto leggendo “LA VITA OFFESA. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti” 1 in cui, tra l’altro, vi sono le testimonianze di Lidia Beccaria Rolfi e tanti altri deportati delle nostre zone.

È un libro molto interessante perché fa capire, essendo basato su testimonianze fatte con un linguaggio immediato, come si è vissuto in prima persona il passaggio dalle leggi razziali, alle segregazioni, agli arresti, alle deportazioni, alla vita nei campi di sterminio, sino al rientro a casa con il pesante fardello del passaggio del testimone della memoria alle nuove generazioni.

 

La lettura mi ha fatto riflettere sulla situazione attuale.

 

Innanzitutto sul concetto di precarietà. Certo la vita è precaria, non sempre si gode di buona salute, non sempre le cose vanno bene. Ma sino ad un mese fa eravamo tutti sicuri che, in un modo o nell’altro, si sarebbero riuscite ad affrontare le difficoltà. Si facevano progetti, anche a lunga scadenza. Ora siamo ancora così sicuri? Anche in passato gli ebrei vivevano più o meno sicuri della loro cittadinanza, della loro più o meno agiata situazione. Di colpo si sono ritrovati cacciati in un inferno. E come loro tanti altri. Esemplare è la storia di Trudi Birger, raccontata nel suo libro autobiografico “Ho sognato la cioccolata per anni” 2; la storia di una bambina che viveva una vita agiata a Francoforte ed è finita nel campo di sterminio di Stutthof da cui, per fortuna, si salvò.

 

In secondo luogo la relatività della condizione umana. A noi sembrano insopportabili le privazioni a cui siamo sottoposti con l’hashtag #iorestoacasa.

Il mio amico Walter Biancotto ha scritto sul suo profilo facebook che, leggendo il diario di Anna Frank ha paragonato il suo iorestoacasa ben più pesante del nostro, perché non poteva certo andare a cantare sul balcone ma doveva restare in silenzio dietro ad un passaggio segreto.

 

Io, leggendo appunto “La vita offesa”, ho appreso condizioni così avvilenti, dolorose e penose da non riuscire nemmeno ad immaginarle.

Questo concetto di relatività ci fa spesso dire che il mio dolore è immenso, anche se non è niente paragonato a quello di tanti altri. Dovremmo invece guardare attorno e non solo noi stessi. Perché la solidarietà che noi abbiamo negato quando altri avevano bisogno ci può essere negata quando siamo noi in difficoltà. La solidarietà paga non solo perché è eticamente giusta e ci fa star bene con noi stessi ma anche perché è intelligente.

                                                                  

Ci rialzeremo, questo periodo buio passerà. Ma,come sempre, ci sarà chi si arricchirà in modo onesto ma anche ci sarà chi se ne approfitterà, come dall’altra parte ci sarà molta gente che vedrà il suo futuro seriamente compromesso e faticherà a rialzarsi. Sicuramente le cose non saranno più come prima. L’importante è che non siano peggio di prima. Non sono così sicuro che impareremo da questa pandemia ad apprezzare le cose vere e semplici, a cambiarci nel profondo andando dall’avere all’essere. Ho paura che quando si potrà tornare ad una vita “normale” (o quasi), seppur tra molto tempo, non solo ripeteremo, per pigrizia, gli stessi errori ma anzi ci lasceremo andare ad esagerazioni che non sono sopportabili, sia sotto il punto di vista ambientale, economico, sociale, etico. Eppure l’unica strada che può farci uscire da questa tragedia mondiale porta verso una maggior consapevolezza interiore, stili di vita individuale più calmi, caldi ed umani e modelli di coesistenza non conflittuali ma collaborativi.

 

Voglio terminare in modo positivo citando una testimonianza di una deportata. Si tratta delle parole di Natalia Tedeschi, di Genova, arrestata a Casteldelfino in Val Varaita dalle SS. Sono parole che sembrano state scritte adesso, ma sappiamo quanto più tragica fu la situazione di quel periodo:

 

“ci si attaccava a tutto, anche alle piccole cose. Era primavera, e fuori da questo campo c’era una pianta che fioriva – poteva essere una specie di biancospino, con dei fiori bianchi – non le dico che speranza che ci ha dato quella pianta, proprio un ritorno alla vita, una cosa meravigliosa. Ogni giorno che si usciva: torneremo anche noi a vivere come fa quella pianta lì…torneremo a vivere!”. 3

 

                                                                                                       Gianfranco Conforti

Volontario di MenteInPace

 

1 - Anna Bravo e Daniele Jalla (a cura di), LA VITA OFFESA. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Franco Angeli, Milano, 1986;

2 – Trudi Birger, Ho sognato la cioccolata per anni, Edizioni Piemme Economica, Casale Monferrato, 2006;

3 - Anna Bravo e Daniele Jalla (a cura di), LA VITA OFFESA. Storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti di duecento sopravvissuti, Franco Angeli, Milano, 1986, pag.261.

            Natalia Tedeschi, nata a Genova nel 1922, studentessa, non può continuare gli studi a causa delle leggi razziali. Nel ’43 è costretta a rifugiarsi con la madre e la nonna in Val Varaita, mentre due dei fratelli si uniscono ai partigiani. Arrestata dalle SS a Casteldelfino nel marzo 1944 in seguito a una delazione, è portata a Venasca, alle Nuove, infine al campo di Fossoli. Di qui parte a fine maggio destinazione Auschwitz (n. di matricola 5404). In seguito passerà per Bergen-Belsen, Dessau, sottocampo di Buchenwald, e Theresienstadt, dove sarà liberata. Perde ad Auschwitz la mamma, la nonna e un fratello.

 

 

 

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Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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