UNA DONNA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS: in bilico tra speranza e disperazione (Anna Maria Pacilli)

Oggi per la prima volta al risveglio ho pianto. Oggi, per la prima volta dopo l’inizio di questo incubo. Non è stato un brutto sogno a svegliarmi triste, uno dei brutti sogni che mi risvegliava al mattino quando ero bambina e pensavo che non avrei trovato la mamma o il papà. Non uno di quei sogni dei tempi dell’università, quando mi svegliava la paura di non aver studiato abbastanza per quell’esame e che sicuramente il professore mi avrebbe domandato quello che meno sapevo. No, nulla di tutto questo. Stamattina l’incubo era fuori di me. Come da giorni, ormai. Ho aperto gli occhi ed ho ritrovato gli stessi oggetti nella mia stanza. Rassicurante? Tutt’altro. Nulla si è mosso, eppure nulla è più come prima. Nulla. Tutto incredibilmente irreale. Mi sono svegliata con una sensazione di sfiducia ed impotenza. Un virus, una particella della grandezza dell’ordine di micron, fatta di un singolo filamento di RNA, ci ha cambiato la vita.

La fase della negazione, credo, sia la prima che abbia attraversato l’animo di tutti noi esseri umani, certo non quella degli specialisti del settore, i virologi, che, purtroppo, con gli scarsi mezzi che ha la ricerca scientifica, da tempo avevano iniziato e continuano alacremente a studiare.
Tutti (o molti di noi) hanno pensato che la Cina fosse troppo distante da noi perchè questa tragedia potesse coinvolgerci così da vicino. L’essere umano è profondamente egoista :” Non capiterà mai a me”. Tutti noi abbiamo, inizialmente, sottovalutato i viaggi, gli spostamenti, i percorsi di vita, le fughe, che uniscono e fanno incrociare la vita delle persone. Purtroppo si tratta di un virus nuovo, ancora sconosciuto, almeno in gran parte, una variante che replica e replicandosi muta, rendendo sempre attivo il contagio e forse le reinfezioni. Mi sono chiesta, al di là del disastro presente, se nel futuro, superata la crisi, chi di noi sopravviverà, riuscirà a dare valore ad altro, uscendo dal guscio del proprio egoismo, ma temo di no: c’è chi continua ad essere egoista anche ora, in questo momento di profonda crisi e di contagio.

Poi, alzandomi, bevendo il solito caffè assonnato, mi sono detta “Forza, non posso, si va avanti”. E così è cominciata una nuova giornata. Devo continuare ad essere forte, non solo per me ma per tutti coloro dei quali mi prendo cura e che curo. Ho guardato fuori, non c’era l’aria di primavera di ieri, il cielo era un po’ plumbeo, forse anche lui oggi avrà voglia di piangere.

Ringrazio di non essere in prima linea nella cura degli infetti, almeno per ora, ma non per la fatica fisica, quella non mi ha mai spaventato. Ringrazio di non esserlo perchè il dolore psicologico di assistere impotente a tante morti non so se potrei sopportarlo. L’angoscia in bilico tra la speranza di poter salvare una vita e la disperazione di non essere riuscita a farlo. Leggere negli occhi la sofferenza di chi non ha neppure la possibilità di morire con qualcuno della sua famiglia che gli stringa la mano per l’ultima volta. Noi esseri umani non siamo più abituati a soffrire se non per noi stessi, per il nostro egoismo. Ci addolora solo ciò che ci tocca direttamente. Il resto sono immagini televisive.

Ringrazio di non avere figli, in questo momento: un genitore non sopravvive “dentro” alla morte di un figlio. Ringrazio di avere la consapevolezza dei miei limiti e delle mie fragilità che non nascondo, se non quando non posso permettermi di esternarle. Ringrazio i miei colleghi di lavoro, in questo team che cura i Disturbi Alimentari ci facciamo forza l’un l’altro, senza invidie ed ipocrisie. Ieri pomeriggio ho parlato con una brava collega psicologa dei nostri progetti: lei infonde fiducia, ha sempre con sé il dono del sorriso. Ed oggi non è cosa da poco. Ringrazio la mia mascherina che mi limita nella possibilità di infettare gli altri, ma che, dicono, non copre del tutto il mio sorriso. Ringrazio i miei studi di filosofia, soprattutto ellenica: mi hanno insegnato a non avere paura della mia morte: se avrà la meglio lei, non potrò guardarla deridermi. Non mi spaventa neppure l’idea che potrei morire soffocata: la fame d’aria è anelito alla morte, che è l’altra faccia, l’ultima, della nostra vita. Temo la morte delle persone che amo, quella sarebbe la vera morte dell’anima. Ecco, ora sono pronta, preparo la pappa al mio cagnolino quasi diciannovenne, Devo continuare anche per lui: ha bisogno di me. Poi un saluto veloce al mio compagno di vita: non viviamo insieme. Ed i risvegli sono diventati sempre più faticosi da lontano. Sono pronta, arrivo al lavoro, affronto un’altra giornata. Farò delle videochiamate: abbiamo limitato al minimo i contatti interumani, e questi mi mancano molto. Ma le nostre ragazze sono, per lo più, così fragili ed immunodepresse. Mi manca molto non poter dare la mano, a volte salutare con un bacio. Mi manca il mio lavoro che ora, e chissà per quanto, è ridotto alla freddezza di uno schermo del pc. Ma, meno male che c’è. Sulla mia scrivania ritrovo il libro di Arianna Fermani ” Vita felice umana. In dialogo con Platone e Aristotele” con la sua bella copertina adorna di fiori. Prima o poi arriverà la vera primavera.

Anna Maria Pacilli

Psichiatra, Cuneo

Pubblicato con il consenso dell’Autrice

 

Dal blog https://www.annamariapacilli.it/2020/03/20/una-donna-ai-tempi-del-coronavirus-in-bilico-tra-speranza-e-disperazione/?fbclid=IwAR2ECuv2ElfGF9RuWEqDwbtnPSXPpzhKGccA5oygjhiBwIxWvmnkwvYZGDw

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