RIFLESSIONI SUL SENSO DEL FUTURO (Umberto Galimberti)

Dalla chat whatsapp di MenteInPace

Condivisa da Rossana Costa-Giani

 

 

16 aprile 2020

 

 

Dove credeva di essere arrivato, l'essere umano? Perché, costretto a fermarsi, non sa più chi è? E cosa pensa di fare davanti alla negatività della vita? Ecco il pensiero, spiazzante e urticante, del filosofo Umberto Galimberti

 

Umberto Galimberti, filosofo, sociologo, antropologo culturale, psicanalista e accademico: allievo di Emanuele Severino e Karl Jaspers, di cui traduce le opere, è un assoluto divulgatore. 78 anni il 2 maggio, cresciuto con altri nove tra fratelli e sorelle, sta lavorando a un nuovo libro (rigorosamente con la macchina per scrivere). Per GQ ha scritto questa riflessione.

 

 

«Il cambiamento imposto dal coronavirus sembra una sofferenza difficile da sopportare, anche se l’umanità ha superato di molto peggio. Succede perché ci troviamo nella condizione in cui tutta la nostra modernità, la tutela tecnologica, la globalizzazione, il mercato, insomma tutto ciò di cui andiamo vantandoci, ciò che in sintesi chiamiamo progresso, si trova improvvisamente a che fare con la semplicità dell’esistenza umana. Siamo di fronte all’inaspettato: pensavamo di controllare tutto e invece non controlliamo nulla nell’istante in cui la biologia esprime leggermente la sua rivolta. Dico leggermente, perché questo è solo uno dei primi eventi biologici che denunceranno, da qui in avanti, gli eccessi della nostra globalizzazione.
Se questo è il quadro, c’è forse un’incapacità di evolverci, come esseri umani? Il Cristianesimo ha diffuso in Occidente un ottimismo che ci ha insegnato a pensare in questi termini: il passato è male, il presente è redenzione e il futuro è salvezza. Questa modalità di considerare il tempo è stata acquisita dalla scienza, che a sua volta dice che il passato è ignoranza, il presente è ricerca e il futuro è progresso. Persino Karl Marx è un grande cristiano quando predica che il passato è ingiustizia sociale, il presente farà esplodere le contraddizioni del capitalismo e il futuro renderà giustizia sulla Terra. E Sigmund Freud, che pure scrive un libro contro la religione, sostiene che i traumi e le nevrosi si compongono nel passato, che il presente sia magico e che il futuro sia guarigione. Non è così. Il futuro non è il tempo della salvezza, non è attesa, non è speranza. Il futuro è un tempo come tutti gli altri. Non ci sarà una provvidenza che ci viene incontro e risolve i problemi nella nostra inerzia. Speriamo, auguriamoci, auspichiamo: sono tutti verbi della passività. Stiamo fermi e il futuro provvederà: non è così.
Quindi cosa dobbiamo fare? Non c’è niente da fare, c’è da subire. Accettiamo che siamo precari: ce lo siamo dimenticati? Rendiamoci conto che non abbiamo più le parole per nominare la morte perché l’abbiamo dimenticata. Ammettiamo che quando un nostro caro sta male lo affidiamo all’esterno, a una struttura tecnica che si chiama ospedale, e da lì non abbiamo più alcun contatto. Una volta i padri vedevano morire i figli quanto i figli vedevano morire i padri. C’erano le guerre, le carestie, le pestilenze. Esisteva, concreta, una relazione con la fine. Oggi l’abbiamo persa. Quando qualcuno sta male, mancano le parole per confortarlo. Diciamo: vedrai che ce la farai. Che sciocchezza. Che bugia. Perché abbiamo perso il contatto con il dolore, con il negativo della vita. E quindi come facciamo ad avere delle strategie quando il negativo diventa esplosivo?
Mi chiedete: il timore di cambiare è un limite valicabile? Facciamo prima un punto sulla realtà. Sono trent’anni che il Paese non è governato: accorgerci ora che abbiamo cinquemila letti in terapia intensiva quando la Germania ne ha 28 mila, scoprire che le carceri sono in subbuglio e che è possibile scappare sui tetti, ammettere adesso che andavano costruite altre strutture perché i detenuti potessero vivere in condizioni almeno vivibili; è il conto che stiamo pagando per essere stati distratti, per non aver preteso una guida vera. Per non parlare del debito pubblico: un macigno che si farà ancora più pesante per sopperire alle difficoltà economiche di questi mesi. È questo il limite, reale. E se lo troveranno davanti soprattutto i giovani, che al momento sembrano non morire con la stessa velocità e intensità dei vecchi: poi toccherà a loro, se non si ammalano, continuare a esistere in questo mondo.

È un momento di sospensione, specie dalla frenesia quotidiana. Mi dicono: per molti è un valore positivo, per altri un monito del fato. Io penso che la sospensione ci trovi soprattutto impreparati: ci lamentiamo tutti i giorni di dover uscire per andare a lavorare, ma se dobbiamo fermarci non sappiamo più cosa fare. Non sappiamo più chi siamo. Avevamo affidato la nostra identità al ruolo lavorativo. La sospensione dalla funzionalità ci costringe con noi stessi: degli sconosciuti, se non abbiamo mai fatto una riflessione sulla vita, sul senso di cosa andiamo cercando. Siccome non lo facciamo, poi ci troviamo nel vuoto, nello spaesamento. E allora chiediamoci: il paesaggio era il lavoro? L’identità era la funzione? Fuori da quello scenario non sappiamo più chi siamo? Questo è un altro problema. Non basta distrarsi nella vita, bisogna anche interiorizzare e guardare se stessi. Finora siamo scappati lontano, come se noi fossimo il nostro peggior nemico. I nostri week end non erano l’occasione per volgere lo sguardo a noi, ai nostri figli. Erano fughe in autostrada. Perché conosciamo due modalità dell’esistenza: lavorare e distrarci. Fuori dal quel cerchio, è il nulla.

Un quarto della popolazione italiana è estremamente fragile: il virus lo ha dimostrato. C’è chi si sorprende del relativismo della società rispetto ai più deboli. Ma è inevitabile. So bene che se mi dovessi ammalare io passerei in secondo piano, perché sono da salvare prima i giovani. Il problema è perché siamo arrivati a dover affrontare questo tipo di scelta, perché non abbiamo provveduto a creare le condizioni, e le strutture, per fronteggiare il dilemma. Moriremo per inefficienza. Se un virus si propaga con un numero di vittime paragonabile ai morti in guerra è chiaro che andrà tracciata − netta − la linea tra chi deve vivere e chi morire.

Ora: l’egoismo non sta diventando adesso un valore primario. È già il valore primario nella nostra cultura. La solidarietà è andata a picco in questi anni. Individualismo, narcisismo, egoismo: sono tutte figure di solitudine. La socializzazione si è ridotta alla propria parvenza digitale. E se anche l’istruzione, superata questa fase sperimentale, costretta dai tempi, dovesse poi venire diffusa via internet? I ragazzi hanno bisogno di imparare ma anche di guardarsi in faccia, di ridere, di capire attraverso lo sguardo se l’altro dice la verità o sta mentendo. Hanno bisogno di esperienze fisiche. Nell’isolamento e nelle avversità, gli esseri umani hanno bisogno di sentire di non essere soli a lottare. I cinesi di Wuhan se lo gridavano dalle finestre. Quindi se la rete digitale ha reso possibile la connessione là dove non c’è possibilità di incontro, mi viene da pensare: bene, ottimo, ha dimostrato la sua utilità. Ma per come ha funzionato fino a ora, Internet ha anche isolato i nostri corpi. Un conto è dirsi le cose in rete, un conto è dirsele di persona. Il problema, da qui in poi, è di continuare ad avere una relazione sociale secondo natura, in cui un uomo incontra un uomo, e non l’immagine di un uomo in uno schermo.

Quando potrà risollevarsi l’animo umano? E come? Il degrado è stato significativo. Secondo me l’animo umano era più all’altezza di queste situazioni all’epoca dei nostri nonni, quando la fatica e la penuria e la povertà erano le condizioni della solidarietà. Nelle società opulente abbiamo sviluppato invece l’egoismo, perché ci era consentito, non avendo più bisogno del nostro prossimo. Che l’umanità occidentale sia a perdere mi sembra evidente: siamo costretti in casa con le nostre scorte alimentari e il nostro letto caldo, l’unica pena che ci è inflitta è non poter uscire. Siamo il popolo più debole della Terra, il più assistito dalla tecnologia: se manca la luce per dodici ore andiamo nel panico. Mi spingo oltre: il razzismo di noi italiani, al di là di come viene indotto, ha una ragione radicata nell’inconscio. Abbiamo paura degli africani perché capiamo che quei signori capaci di attraversare i deserti, sopravvivere alle carceri e attraversare il mare sono biologicamente superiori a noi. Bios vuole dire vita. Ed è la biologia, accettiamolo, che vincerà.

 

Umberto Galimberti

 

Tratto da https://www.gqitalia.it/news/article/umberto-galimberti-filosofo-coronavirs

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Commenti: 1
  • #1

    MAURO PASTORE (mercoledì, 29 luglio 2020 18:44)

    Entro sofisma di falsa tragedia universale ed entro vera mondana tragedia, U. Galimberti dice con questo suo testo, di cui io commento, un negativo che non precisa con parole stesse. Un noi sprecato per il razzismo, non lo sarebbe stato se si fosse concesso lui un 'cosiddetti'... E da chi? La paura per il virus famigerato con l'appellativo della corona, è comunicata da stuoli di terroristi in società e ad imputare ad entità microbiologica una morte di tanti ma che era stata avvisata di già deboli morituri... Di questo troppi non vollero capire o se ne scordano.
    Questa la cornice cui si colloca omologamente il testo di Galimberti ma dentro cornice stessa altro contenuto, di possibilità:

    Semplicità naturale, grecità.
    Salvezza qual non il già noto non solo non tanto futuro.
    Pensare direttamente la morte.
    Intuire il dolore senza pensare troppo dopo...

    E di impossibilità:

    Distacco genitori/figli.
    Politica assente o troppo poca.
    Troppo ruolo al lavoro nella vita.
    Solitudine esistenziale.

    Ma in ragionamento di U. Galimberti, lungo pure ampio e colmo di riferimenti ai poteri dell'Occidente però che sono fuori da evento da lui considerato, sono stesse impossibilità che si palesano per tramiti di riuscita e riappropriazione; perché difficoltà si mostrano antitesi di tesi con sintesi non da osteggiamenti ma da ostensioni... E ciò corrisponde al sofistico cerchio, ne disintegra assolutezze false... E allora, forse questo implica che le difficoltà siano di apparenze... E così risulta, ma direttamente solo dal già riconoscersi, etnicamente, senza cadere in xenofilie di troppo, fosse pure che molti dovranno intendere d'esser poco o nulla della realtà cui ufficialmente appartenenti...


    Di fatto, senso di cambiamento sociale epocale non deriva da vere percezioni microbiotiche-virali ma da condizioni meteo mutate e con inizio di nuovo clima. Eccessi da Sud già accaduti, sono i mesi estivi percorsi da inusitati freddi nordici, realtà apparente e cui diverso inganno: la calura nasconde i nuovi geli.
    Quanto continua da Est e da Est, da Oriente e cinese, resta uguale e pare incubo e pericolo sinologica biologia perché parendo a stessi in incubo che nella calura domini ancora l'afa... E gli etnofobici non notando alcun vero imperio africano in Europa, fanno doppia fobia, cercando conforto in sorta di senso di maternità e proprio sognando l'afa: quel che era detto con grecismo incolto "mafia" da rozzi senza Stato cui farsi una onestà e poi con l'evenire democratico il dire corrispondendo ad Antistato e se, mentre lotta di Stato, essendo chi non Ne distingueva da nemico, allora costoro distratti organizzandosene in opposizione... Mentre però spudoratezza criminale "mafiosa", per sola negligenza o per astio, declina perché diretta e immediata, a suadenze biologiche minime cinesi, fascistismi e fascistoidismi, neo o non neo fascisti, sono coi sogni, sognano dolce morte impossibile, forse uccisi molti durante ricerca di suicidio con virus ma di certo perché in tanta erranza altri guai accadendo loro.

    Se in ogni caso una influenza cinese ordinaria tanto spaventa, è per odio massivo contro l'Era Glaciale; difatti non questa reca problemi di influenza, anzi ne toglie senza eliminarne.
    Invece di rovinare economie statali, si ammirino scellerati abbracci a vuoto sognando un orrore che nel Nord n o n c' è.


    +
    Di fuori evento, bisogna notare tempi, anche tutti quelli stagionali, ristretti bionicamente cosmicamente e per vite e anche umane.
    C'è assai meno tempo in un giorno. Non è roba da medici, però, il saperne né il reagire.



    MAURO PASTORE

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