IN MEMORIA DI MIO PADRE (Michelangelo D., Uomo Ombra)

DA varieventuali@rossetorri.it

 

28/5/2020 - 03:30

 

A   menteinpace@libero.it

 

 

 

Finché la luce del sole lo illuminò mi fu accanto. Sembra passata un’eternità da quando se n’è andato.

 

 

Il ricordo di lui che viene a trovarmi in carcere è sempre presente ed accompagna ancora oggi le mie giornate… Furono tempi molto duri quelli che seguirono il giorno del mio arresto. Fin da subito fui sottoposto al regime del carcere duro e trasferito a Pianosa. Poi, qualche tempo dopo si svolse e concluse l’ ultimo processo che sancì definitivamente la mia condanna. In nessuna occasione, durante tutte le trascorse udienze ebbi modo di vedere il viso di mio padre, nemmeno in occasione della mia sentenza.
Quando arrivano delle giornate così difficili, si sente più di ogni altra cosa la necessità di rincuorare il proprio padre, di fornirgli speranza, di cercare di comunicargli che quel “FINE PENA MAI’ non deve rappresentare l’inevitabile, poiché può esserci ancora speranza, nonostante tutto…
Era quello il mio pensiero: che per il resto della mia vita ci sarebbe sempre stata la possibilità che qualcosa potesse cambiare, svoltare un destino ineluttabile, inesorabile. Sentivo forte in me la necessità di nutrire il desiderio del “possibile”, del “qualcosa cambierà”. Soprattutto per infondere tale speranza nel cuore e nei pensieri di mio padre, in virtù del mio e soprattutto del suo futuro.

Riuscii a reincontrarlo in un colloquio presso il carcere nel quale ero detenuto, qualche mese dopo la sentenza, ma erano già passati ben tre anni dall’ultima volta che lo vidi di presenza. Nello stesso istante in cui entrò nella saletta del colloquio, tutto intorno a me parve fermarsi. Lui era invecchiato, nonostante si dica che i padri non abbiano età…

 

Quando ero bambino, la vita insieme a lui mi sembrava un lungo giorno: morivo con il sonno e risorgevo al risveglio e lui era lì, sempre accanto a me. Al colloquio era davvero difficile guardarlo in volto, così scavato e piegato dal dolore, ma nonostante ciò io gli sorrisi. Mi ricordo bene che i suoi occhi mi fissavano con tenerezza, nonostante mi pareva che facesse fatica a riconoscermi, come fosse estraniato.

Ciò che io e lui stavamo vivendo non era l’occasione in cui ci stavamo curando le ferite a vicenda, bensì pareva solamente l’ istante in cui ignoravamo in forma improvvisata l’inevitabile, quello che realmente poi sarebbe successo in futuro. Avrei voluto con tutto il mio cuore abbracciarlo e sostenerlo in quegli istanti, ma quel vetro divisorio ci impediva qualsiasi tipo di contatto, ciò nonostante per qualche momento ricordo che ci sorridevamo vicendevolmente, come potessimo vivere per sempre, come potessimo morire insieme, senza stare ad immaginare quale sarebbe stata l’ultima volta in cui ci saremmo potuti di nuovo incontrare.

Quando se ne andò per sempre, capii per la prima volta nella mia vita che esistono davvero situazioni irreparabili, irrimediabili, dalle quali non si torna decisamente più indietro, qualunque tentativo si tenti di fare successivamente.
Le parole saranno sempre poche e saranno solo parole, forse sincere, conservate, mai dette o inutili e mai potranno sostituire i colpi, le carezze, le speranze, le stanchezze.

Oggi ho qualche difficoltà a riguardare le sue fotografie: è come percepire intenso il suo sguardo nei miei occhi, e nei suoi rivedo i miei, colmi di dolcezza. Quel tempo di sguardi è passato; ora esiste solo illusione di governare il mio tempo. A separare le nostre vite non c’è più solamente quel maledetto vetro divisorio della saletta colloqui, attraverso il quale io e lui immaginavamo il futuro incerto e le speranze, forse anche illusorie. Bensì oggi mi è rimasta l’immagine di lui che mi correva incontro tra le spighe dorate di un campo di grano, mentre toccava uno stelo con le dita.
Sono io la spiga ed il figlio che lui dolcemente accarezzava; ma quelle carezze che avevo imparato a riconoscere anche dietro un vetro divisorio, non le sentirò e non ci saranno mai più.

 

Michelangelo D. (Uomo Ombra)

 

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Tratto da: http://lafenice.varieventuali.it/?p=561

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 Matteo Spicuglia

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Storia di Andrea Soldi, morto per un Tso

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Il 5 agosto 2015 la città è caldissima, qualcuno è già in vacanza, altri cercano un po’ d’aria nei giardini del quartiere.

Anche Andrea Soldi è seduto su una panchina, ma quella è la “sua” panchina sempre, in ogni stagione. Lì si rifugia quando i pensieri lo assalgono, lì trova conforto e si sente a casa. Andrea soffre da anni di schizofrenia, la madre, il padre e la sorella sono il suo sostegno e piazza Umbria il posto del cuore.

Ha quarantacinque anni, non è violento, non è mai stato pericoloso, eppure, quel 5 agosto morirà a causa di un Trattamento sanitario obbligatorio eseguito da alcuni vigili urbani e dal personale medico. Il processo è arrivato ora alla fase d’appello, ma questa forse è la cosa meno importante della storia.

Dopo la morte, la famiglia Soldi ha trovato alcune pagine che erano il diario di Andrea in cui la trascrizione lucidissima della sofferenza illumina il percorso psicologico e i silenzi che per anni lo avevano avvolto.

Matteo Spicuglia è un giornalista che ha seguito il caso e che non ha voluto fermarsi alla cronaca: a partire da quel diario allarga lo sguardo dalla panchina su cui è morto Andrea alla realtà dei TSO, dalla sua esistenza difficile al mondo della malattia psichica, dalla famiglia torinese alle tante altre che si trovano a convivere con pregiudizi e inadeguatezza dei servizi medici e sociali nella gestione di patologie che soffrono ancora lo stigma sociale.

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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