COME CAMBIERÀ LA SALUTE MENTALE DOPO LA PANDEMIA. Intervista a Fabrizio Starace (Roberto Loddo)

L’emergenza Covid-19  ha messo in luce la fragilità delle politiche per la salute mentale, un settore con risorse e servizi sempre più ridotti. La rivoluzione di Franco Basaglia, per le organizzazioni aderenti alla Conferenza nazionale per la salute mentale, sembra essersi fermata nei pochi territori che hanno applicato la legge 180, la riforma psichiatrica che ha superato la logica del manicomio.

“Per la prima volta, dopo anni di definanziamento, avremo a disposizione fondi da collocare sulla sanità e se perdiamo questa occasione non ci saranno altre possibilità” Sono le parole di Fabrizio Starace, psichiatra, direttore del Dipartimento di salute mentale di Modena, professore di psichiatria sociale all’Università di Modena e Reggio Emilia, presidente della Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica e componente del Consiglio Superiore di Sanità. Nell’aprile dell’emergenza, è stato nominato nella task-force presieduta da Vittorio Colao per la “fase due ”.

 

Quale impatto ha avuto la pandemia sulla salute mentale dei cittadini?

 

Devastante. Non si è tenuto conto degli effetti psicologici e comportamentali che la pandemia avrebbe esercitato sulle persone, non solo per la portata, ma per il modo con cui è stata affrontata sul piano della comunicazione. Si sono evocati sentimenti di paura che nelle persone hanno determinato sconforto, ansia, depressione, insonnia e preoccupazioni per la salute.

 

La comunicazione durante la pandemia è un elemento importante?

 

È fondamentale. Anche nel piano pandemico nazionale viene data molta importanza a questo aspetto. Perché se tu conosci gli effetti psicologici che un evento traumatico può determinare, allora puoi calibrare la tua comunicazione per alleviare lo stato di confusione e la mancanza di prospettiva delle persone.

 

Come ha inciso l’emergenza sanitaria nella qualità dei servizi di salute mentale?

 

In maniera significativa. Lo stress legato alla pandemia si somma alle condizioni di sofferenza preesistenti. Questo si è coniugato con altre difficoltà, per esempio l’azione del governo concentrata solo sul tema dell’ospedale, mentre ci si dimenticava dell’azione fondamentale dei servizi di salute mentale territoriali per la popolazione generale e le persone in carico.

 

Parliamo di questioni che riguardano più da vicino il sistema della salute mentale indipendentemente dalla pandemia. Guarire si può? Esiste il diritto alla guarigione per le persone con sofferenza mentale? 

 

Sì. Questo è un elemento che dovrebbe ispirare chiunque si avvicini a questo lavoro. Se non avessimo questa convinzione, cioè di perseguire il massimo dell’emancipazione possibile per ogni persona, sarebbe meglio che ci dedicassimo ad altro.

 

Nella maggioranza dei servizi di salute mentale non esistono percorsi di cura personalizzati. Perché i centri di salute mentale si trasformano in ambulatori per psichiatri che dispensano solo farmaci?

 

Perché esiste un cattivo modo di intendere la salute mentale di comunità nei servizi di salute mentale. La salute mentale di comunità non si fonda su una figura o una competenza professionale specifica, ma sulla sintesi del contributo di diverse figure professionali che lavorano in equipe, e che, mettendo insieme punti di vista, capacità e modalità di lettura, prendono in carico globalmente le persone migliorando le loro condizioni.

 

E perché non funzionano le altre figure previste dalla legge 180? 

 

Perché nei servizi di salute mentale c’è una prevalenza di medici e infermieri, e carenza di figure di area psicologica. E poi una assoluta carenza di figure professionali come i tecnici della riabilitazione e gli assistenti sociali. Per farle funzionare è necessario riequilibrare le presenze all’interno dei servizi.

 

Si può tutelare la salute senza legare le persone?

 

Assolutamente sì. In Emilia Romagna abbiamo notato che nel periodo dei due mesi di blocco, non solo sono diminuiti i ricoveri ospedalieri, e questo può essere comprensibile per la preoccupazione di entrare negli ospedali e prendere le infezioni, ma c’è stata una riduzione dei TSO, i trattamenti sanitari obbligatori. Questo ci deve interrogare sulla dimensione di questo fenomeno nei periodi ordinari. È uno strumento che viene utilizzato ancora oggi in maniera poco aderente alle caratteristiche di eccezionalità che la legge descrive.

 

Per la legge 180 il TSO deve rispettare i diritti della persona. Perché ciò non avviene?

 

La legge ha questo significato originario. Salvaguardare la persona e i suoi diritti anche in un momento in cui la persona non appare in grado di garantirgli al meglio. Purtroppo nella sua applicazione viene considerato come uno strumento di controllo sociale.

 

Le persone con sofferenza devono prendere i farmaci tutta la vita?

 

Niente affatto. Tutti gli studi dimostrano che assumere farmaci a lungo termine inevitabilmente ne riduce l’efficacia. È importante fissare all’inizio di un trattamento farmacologico i tempi che si presume siano necessari. Un percorso che deve essere costantemente verificato, ma la riduzione dei farmaci, fino a una loro possibile sospensione, deve rientrare tra gli obbiettivi del trattamento stesso.

 

Perché i servizi di salute mentale non sono aperti 24 ore e sette giorni su sette?

 

È una innovazione difficile da digerire. Non sempre le condizioni territoriali e del personale lo consentono. Perché c’è chi ancora considera i servizi di salute mentale come servizi ambulatoriali.

 

Sabato 30 maggio lei ha partecipato alla Conferenza nazionale per la salute mentale. Come si può praticare un cambio di rotta che renda compatibili le parole di Basaglia con l’organizzazione dei servizi di salute mentale?

 

Il cambio di rotta passa dall’applicazione della 833 e della Convenzione Onu per i diritti delle persone con disabilità. E poi ci stiamo apprestando a una occasione storica: il Recovery Fund e la presenza di fondi specifici per la sanità garantiti dal MES, il Meccanismo europeo di stabilità, detto anche Fondo salva-Stati.

 

Ma sul Mes  si dovrà superare la resistenza di alcune forze politiche…

 

È vero, ma per la prima volta, dopo anni di definanziamento, avremo a disposizione fondi da collocare sulla sanità. Sappiamo già come utilizzare quei fondi: per rilanciare la legge 833 e la legge 180 a più di 40 anni dalla loro entrata in vigore. Se perdiamo questa occasione non ci saranno altre possibilità. Dobbiamo preparare sistemi di welfare come i budget di salute per sostenere le condizioni di fragilità colpite maggiormente dalla crisi.

 

I budget di salute nella salute mentale sono la soluzione?

 

I budget di salute devono diventare un modello sistemico. Per troppi anni quella del budget di salute è rimasta una sperimentazione ma oggi deve diventare uno dei cardini del sistema.

Tratto da https://www.manifestosardo.org/come-cambiera-la-salute-mentale-dopo-la-pandemia-intervista-a-fabrizio-starace/

 

 

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