IL MIO LABORATORIO DELLA FELICITÀ (Mila Brollo, Le Parole Ritrovate)

Sta rinascendo il mio laboratorio. Lo sto preparando ad accogliermi tutta intera. Mi siedo e guardo.

Qui tanti anni fa creavo tutti i giorni oggetti e, mi pareva, anche bellezza.

Un giorno è entrato un caro amico psichiatra. Mi ha chiesto di collaborare con il centro di salute mentale. Ho iniziato ed è stato subito amore. In pochi anni ho ceduto il lab e sono passata a lavorare in salute mentale. Ho studiato prendendo tre lauree attinenti, combattuto, creato condizioni e metodo, lavorato moltissimo, preso batoste dai dirigenti (con qualche eccezione) e grandi soddisfazioni dagli utenti.

Ho cercato con ogni forza e ingegno di trasferire quanto avevo imparato sulla riabilitazione psichiatrica, ovvero su come le persone possono riprendere nelle loro mani la vita, ai miei colleghi. Alcune delle persone con disagio incontrate sono riuscite, credo anche grazie alla mia creatività, a riprendere la “vita senza csm”. Sono cose che mi scaldano il cuore in questi momenti di gelo.

Mi siedo e chiudo gli occhi: cos’è la felicità?

Per me è due cose: essere utile e creare qualcosa che senza attraversare me e la mia storia, non potrebbe esistere.

Sto seduta con gli occhi chiusi e con gli occhi chiusi, ci vedo benissimo: è questo il nido della mia felicità.

 

Mila Brollo

Le Parole Ritrovate, Gemona del Friuli

(dal profilo facebook e dalla chat whatsapp COORD. PAROLE RITROVATE)

 

Elio Tedeschi

Brava ci vogliono persone così, altruiste.

 

Mila Brollo

sai che non credo all’altruismo? Ognuno di noi fa il meglio di quello che puó per salvarsi. Io mi sono salvata cercando la bellezza, sempre, nelle cose e nelle persone.

Credo che questo abbia calmato l’ansia

 

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Commenti: 1
  • #1

    Mila (domenica, 05 luglio 2020 12:53)

    Grazie

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Daniele Mencarelli

Fame d'aria

 Mondadori

Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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