LA VIOLENZA DI CHI, DOVENDO DIFENDERE LA VITA, LA UCCIDE (Pierangelo Scala)

DA varieventuali@rossetorri.it

 

07/07/2020 – 01:07

 

A  menteinpace@libero.it  

 

Il ginocchio sul collo e la violenza di chi, dovendo difendere la vita, la uccide

 

Razzismo da bandire o razzismo da superare

 

Il “ginocchio sul collo”, come tecnica di immobilizzo per bloccare chi incappa in un controllo della polizia americana, ha svelato al mondo intero di quanta brutalità e violenza siano capaci certi energumeni travestiti da poliziotti. George Floyd, l’afroamericano di Minneapolis, ucciso da un agente che gli ha pressato il ginocchio sul collo, per più di otto minuti fino a causarne la morte, ha scatenato proteste negli Usa e nel mondo intero contro la discriminazione razziale, che in America ha radici lontane.
In seguito all’assassinio di George altre violenze commesse, dalle cosiddette forze dell’ordine, sono venute alla luce rendendo ancora più chiaro il quadro a matrice razzista e l’abuso di potere che hanno caratterizzato queste aggressioni. Le tragiche parole “I’can’t breath”, ripetute vanamente da George mentre moriva, sono diventate simboliche, così come il gesto di inginocchiarsi mimando le modalità del suo assassinio. Questi simboli peseranno sulla storia come il pugno nero guantato dei velocisti Tommie Smith e John Carlos alle olimpiadi del 1968 a Città del Messico.

Sull’onda dell’indignazione generale, la morte di Floyd ha scatenato una rabbia dirompente che ha costretto lo stesso Trump a rintanarsi pavidamente nel bunker della Casa Bianca con i manifestanti schierati ai cancelli. Senza questa rabbia anche distruttiva, il più potente dei terrestri, pronto a porre l’accento più sugli atti di teppismo che sulle ragioni dei manifestanti, forse non avrebbe ripiegato, almeno temporaneamente, dalla sua cinica spavalderia.

Tuttavia occorre stigmatizzare, ancora una volta, l’uso della violenza, da qualsiasi parte essa arrivi, in quanto questa non fa altro che generare un’onda di ritorno dalle conseguenze imprevedibili.

Tra gli atti della protesta pubblica, infatti, un video ha anche mostrato un manifestante appiccare il fuoco a un poliziotto con una bomboletta incendiaria. Le lingue di fuoco fiammeggiavano sulla schiena dell’uomo in divisa che si contorceva dandosi alla fuga.
Scene del genere svalutano le proteste antirazziste derubricandone le sacrosante ragioni.
D’altronde in una nazione come quella degli Usa, dove alle manifestazioni si portano le armi e l’ideologia dominante è quella di ribattere colpo su colpo, è difficile pensare che tutti i poliziotti, sicuramente anche mal addestrati, sappiano intervenire all’insegna della moderazione.

L’America non ama le mezze misure ed è probabile che molti agenti, legittimati all’uso della forza, sfoghino personali frustrazioni nell’odio razziale e in una violenza fuori controllo anche in circostanze oggettivamente non pericolose. E’ il caso del povero George e anche di quelli più recenti di Manuel Ellis, ucciso a Tacoma e di Rayshard Brooks, giustiziato per strada ad Atlanta con tre colpi sparatigli alla schiena dalla polizia.
Sull’onda delle proteste di massa i colpevoli di questi fatti sono stati licenziati e incriminati per omicidio. La categoria dei poliziotti può però contare sulla forza dei suoi sindacati, tra i più potenti del sistema americano, ed è facile prevedere che, forse, i rei non sconteranno pene proporzionate agli abusi commessi. Secondo il refrain di stampo ideologico, prettamente americano, un giornalista di laggiù e, molto noto anche da noi, ha già espresso il suo pensiero difensivista: “Attenzione a criminalizzare la polizia americana perché numerosi onesti cittadini hanno già perso la vita in quanto gli agenti, adesso, nel timore di sbagliare, si astengono dall’intervenire per difenderli”.

Ogni sistema di pensiero tende a perpetrarsi rafforzando se stesso. Uscire dalle logiche stabilite, contemplare le sfumature della complessità è difficile, così come superare il razzismo e le sue innumerevoli facce. A proposito del razzismo, si sono sentite sollecitazioni verbali identificabili in espressioni come “abbattere il razzismo o bandire il razzismo!”.
L’uso di questi verbi implica già l’uso di una forza, richiama l’idea di una contrapposizione che non serve a maturare una coscienza veramente non razzista.
Nella sua ingenuità di base l’uomo distrugge le statue che gli sono invise, quelle che evocano un passato e una storia che, nell’attualità del presente, non depongono a suo favore.
Mentre nascono nuove simbologie e slogan (black lives matter) si eliminano bandiere e si detronizzano figure che invece dovrebbero restare al cospetto dell’attenzione se non altro come esempi da non seguire.

Purtroppo oggi impera l’egemonia della sterilizzazione completa da tutto ciò che è avverso. Il polo negativo dell’esistenza non viene compreso e integrato nella propria consapevolezza, ma bandito appunto dallo scenario della vita.

E’ come se abbattendo le famose statue dei Buddha di Bamiyan, in Afghanistan, i talebani fossero diventati più religiosi, è come se il semplice fatto di portare una stella sul petto qualificasse le virtù di uno sceriffo, è come se una plastica facciale consentisse non solo di barare con l’età, ma anche di eliminare la vecchiaia e la morte.

Per diventare poliziotti di qualità ci vorrebbero uomini come il fratello di George Floyd che, a poche ore dall’assassinio, già invitava i manifestanti a non reagire con la violenza.
La retorica dell’eroe americano si appoggia comunemente sulle dimostrazioni di forza, sugli atti di coraggio che dimenticano il valore dell’umiltà. Abbiamo invece bisogno di poliziotti veri come quelli che, bianchi o neri che fossero, si sono inginocchiati per onorare la memoria di George Floyd, gente che si identifica più con l’importanza della vita umana che con la canna della pistola appesa alla cintola.

Abbiamo bisogno di gente che dia testimonianza della propria significativa esperienza come nel caso di quel bianco, razzista dichiarato, che, perdendo la giovane figlia, ha saputo che il trapianto del suo cuore avrebbe salvato la vita di un ragazzo nero.
I due si sono poi incontrati e abbracciati, rimanendo a lungo il padre contro il petto del giovane nero per sentire ancora battere il cuore della figlia.

Ecco, il razzismo si può superare, a mio avviso, soprattutto ricordando e amando questi esempi.

 

Pierangelo Scala

 

Tratto da http://www.rossetorri.it/il-ginocchio-sul-collo-e-la-violenza-di-chi-dovendo-difendere-la-vita-la-uccide/

 

 

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Psichiatra, dal 1999 al 2010 è stato direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Abuso di Sostanze dell’Organizzazione mondiale della Salute a Ginevra. In precedenza ha lavorato all’Ospedale psichiatrico di Trieste sotto la direzione di Franco Basaglia e Franco Rotelli, ed è stato a capo del Laboratorio di Epidemiologia e Psichiatria sociale presso l’Istituto Mario Negri.

Membro onorario del Royal College of Psychiatry, attualmente è segretario generale del Lisbon Institute of Global Mental Health. Ha all’attivo oltre duecento articoli su riviste scientifiche internazionali.

Tra i suoi ultimi volumi pubblicati ricordiamo: Psicopolitica. Città, salute, migrazioni (DeriveApprodi, 2019); Sulla povertà della psichiatria (DeriveApprodi, 2017); Discorso globale, sofferenze locali. Analisi critica del Movimento di salute mentale globale (il Saggiatore, 2014).

 

 

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