DOPO IL COVID IL SSN NON POTRÀ RESTARE LO STESSO (Grazia Labate)

 

Passata la pandemia nulla può rimanere come prima, occorrerà riorientare il sistema vincendo la battaglia delle “centralità”, facendo finalmente diventare la salute di comunità, l’obiettivo primario per una comunità in salute.

 

Diceva Einstein: “Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi. Non si può risolvere un problema usando la stessa mentalità che lo ha generato”.

Dunque la saggia esperienza da Galilei ad Einstein o ci guida per il futuro o rischiamo di nuovo di impattare con un sistema sanitario che ha retto, ma che al tempo stesso ha mostrato la sua falla principale: tagliare i posti letto ospedalieri senza irrobustire ed incrementare la rete territoriale dei servizi di medicina primaria, preventiva  e territoriale, provoca un blackout inaccettabile  di morte e di abbandono al proprio destino, così come lo abbiamo vissuto in questi mesi in presenza della pandemia da Covid 19.

Non mi interessa tanto discutere se le “Case delle salute” hanno fatto flop o un floppino, né se le geometrie variabili del ns. sistema a livello regionale ci propongono spurie modellistiche a seconda delle visioni organizzative e programmatiche delle diverse regioni. Ciò che appare evidente è che, ahinoi, non hanno centrato gli obiettivi per cui erano state pensate. Prevenzione, cura e riabilitazione non sono ancora riuscite a divenire la variabile concettuale ed operativa del nostro sistema salute, che continua ad agire per compartimenti stagni, in omaggio al diverso grado di potere delle diverse categorie professionali e burocratiche, di una stanca e spesso parolaia programmazione, che a fianco degli obiettivi che essa medesima si da, non ha fatto corrispondere risorse umane, economiche e finanziarie adeguate.

E la nostra salute? E la prevenzione? Come è possibile che non sia stato aggiornato il piano Pandemico nazionale? Come è possibile che nessuno ha mai controllato se esistevano o meno piani pandemici a livello regionale?

 

Certo il Coronavirus è stato uno tsunami, abbiamo cercato di parare l’onda devastante, il Ministro Speranza e l’intero Governo hanno cercato di guidare una macchina impazzita con il massimo del rigore scientifico ed il massimo di prudenza e sicurezza per tutelare la nostra salute e tutt’ora invitano giustamente al rispetto delle regole perché non ne siamo ancora fuori. Finalmente abbiamo alla prevenzione un direttore generale di tutto rispetto, il Prof. Giovanni Rezza, abbiamo la conversione in legge del DL 34/2020, che ci spinge a riorganizzare il potenziamento della rete assistenziale, e qui sarebbe decisivo ed opportuno da parte del Ministero della salute, avvalendosi dell’Agenas, di dare un orientamento contenutistico coerente all’impianto, delle case della salute in generale e pro Covid.

Nel Patto della salute sottoscritto con l’Intesa Stato Regioni del 28 settembre 2006, dal Ministro Turco, la Casa della Salute era un’altra cosa. Io c’ero in quel periodo accanto al ministro come sua consigliera. Riprendendo una idea dell’Assessore della regione Toscana Bruno Benigni, il Ministro lanciò l’idea della Casa della Salute, come strumento di riorganizzazione delle Cure Primarie, ma più in generale come “la sede pubblica in cui la Comunità locale si organizza per la promozione della salute e del benessere sociale e dove trovano allocazione, in uno stesso spazio fisico, i sevizi territoriali che erogano prestazioni sanitarie e sociali per una determinata e programmata porzione di popolazione. La proposta, contenuta nel Decreto Ministero della Salute 10 Luglio 2007, attuativo della Legge 27 Dicembre 2006 n. 296 (Legge Finanziaria 2007), il Ministro Livia Turco, prevedeva la possibilità della "sperimentazione del modello assistenziale Case della Salute" (Allegato A al Decreto). Alcune Regioni hanno nel tempo, seppure in modo diverso dalle indicazioni nazionali, messo in atto, prima in via sperimentale e poi, in alcune realtà, in via definitiva, modelli organizzativi di aggregazione funzionale che riguardano l'assistenza primaria, nonché la continuità assistenziale e il coinvolgimento di differenti professionalità.

Anche se in alcuni casi hanno preso denominazioni diverse, si tratta sostanzialmente di Centri Sanitari Polifunzionali. La proposta evidenziava come servissero connessioni fondamentali con il sociale, ma soprattutto nel territorio e con il territorio; la Casa della Salute nasceva come una sollecitazione in tal senso, anche se metteva in connessione soltanto sanità e sociale. Ma la salute ha uno spettro più ampio, abbraccia tutte le dimensioni del vivere sociale e un sistema di welfare è sostanzialmente la forma storica con cui una comunità concretizza la propria idea di democrazia e si identifica con l’idea stessa di welfare. La scommessa era che i luoghi dell’educazione/formazione, i luoghi della gestione del territorio, i luoghi della cultura, quelli del vivere civile, quelli della cura delle malattie e del disagio, i luoghi della produzione, per fare degli esempi, fossero considerati, tutti, luoghi della salute. La nostra scommessa era ed è la “Casa della salute di Comunità” intesa come luogo della relazione, dello scambio, della sintesi, in cui professionisti, cittadini, servizi, prestazioni, si offrono e vengono richiesti per costruire le condizioni del vivere e della salute/benessere. Non si pensava tanto a un luogo fisico “onnicomprensivo” ma a qualcosa che sapesse interconnettere esperienze, costruire opportunità di scambio, aprire orizzonti nuovi e diversi da quelli che le singole parti possono, anche con la massima buona volontà, mettere in campo.


“Casa della salute” che l’Istituzione sanitaria doveva costruire, immaginandosi a due livelli, quello del suo contributo (in termini di servizi sanitari e sociosanitari) e quello della voce della comunità e delle persone che la abitavano.


Un’analisi condivisa dei problemi e delle risorse, la costruzione di percorsi integrati in modo da “avere cura” della persona e della comunità e non solo erogare prestazioni, valutazione dei risultati che per un verso dovevano essere risultati dell’offerta ma, soprattutto, esiti sul benessere sociale che era anche conoscenza, consapevolezza critica e partecipazione. Era questa la sfida della politica, del governo, cioè della “polis”, quella, che ha il bene comune come primario riferimento della propria azione, partendo dai diritti dei più vulnerabili senza distinzioni di etnia, censo, genere, livello di istruzione.
La Casa della Salute diventava metafora di questo impegno diffuso, guidato dall’Ente locale, offrendo una opportunità per concretizzare l’incontro, lo scambio, la progettualità e il presidio permanente per la tutela della salute collettiva. Ma non è andata così.

Chi oggi reintroduce il tema salute nella sua accezione globale di benessere (OMS) rileva la necessità di interconnettere 12 dimensioni diverse per tale benessere (ambiente, salute fisica, psichica e spirituale, benessere economico, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione tempi di vita, relazioni sociali, sicurezza, benessere soggettivo). Sa che ciò richiede la riduzione della asimmetria tra le parti, pariteticità, reciprocità e alleanza attorno a valori comuni.


Allora l’idea di un nuovo patto sociale che definisca le risorse in campo e le priorità diventa ineludibile come premessa per ripensare al ruolo di ognuno rispetto al disegno di salute.

Il documento Salute 2020, che riassume la strategia politica per la salute approvata dai 53 Paesi della Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e il nuovo Piano Nazionale della prevenzione, che dovrà essere disegnato, offrono l’occasione per costruire una nuova cornice innovativa per orientare gli sforzi per prevenire le condizioni di malattia e disabilità e per promuovere la salute e il benessere della popolazione.


Entrambi i documenti utilizzano la dimensione del coinvolgimento sia per aumentare i livelli di collaborazione tra le organizzazioni, sia per ridisegnare un nuovo rapporto tra la persona e la salute.


In essi sono considerati vincenti, sostenibili ed eticamente appropriati gli approcci che mirano a fare in modo che gli individui e la comunità acquisiscano un maggior controllo nelle scelte che hanno un impatto sulla salute, sposando appieno la definizione di empowerment” offerta dal glossario OMS della Promozione della salute fin dal 1998.

Questo approccio richiama la proposta già tracciata dal documento europeo Salute in tutte le politiche, dove, per raggiungere obiettivi di salute, viene suggerita l’adozione di una strategia che mira ad abbracciare settori tradizionalmente lontani dall’ambito strettamente sanitario.

Propone inoltre di realizzare nei confronti dei soggetti maggiormente a rischio interventi orientati a potenziare le risorse personali (empowerment individuale) per l’adozione consapevole di stili di vita corretti.


Il Piano indica di adottare questo modello in tutto il ciclo di vita, a partire dall’infanzia e dall’adolescenza, quando si instaurano la maggior parte dei comportamenti non salutari, fino alla terza età.


Spetta dunque ai professionisti della salute porsi non solo come erogatori di interventi o promotori di iniziative, ma anche come collaboratori e fornitori di supporto alle iniziative e alle richieste dei cittadini.


Per far ciò occorre riformare il sistema di formazione e di aggiornamento dei professionisti della salute promuovendo una forza lavoro, dotata di competenze multiple e orientata al lavoro di équipe al fine di erogare nuove forme di servizi (comprese le cure domiciliari e quelle a lungo termine) e incoraggiare l’empowerment del paziente e l’autonomia nella cura.

Inoltre, il Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025 dovrà mirare a ridurre le principali disuguaglianze sociali e geografiche, che si osservano in Italia, dotandosi di indicatori omogenei, misurabili e robusti, collegati al monitoraggio dei LEA, con un’azione attiva mirata a intercettare i bisogni di salute.

Dunque dovrà costruire alcune linee prioritarie per il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2020-2025, di concerto tra lo Stato e le Regioni, che soprattutto tenda ad eliminare il divario Nord Sud di risposta del SSN. L’attuale Piano 2014-2018, che ci sta traghettando direttamente verso quello con partenza nel 2020 attraverso una proroga in vigore quest’anno, ha delineato un sistema di azioni di promozione della salute e di prevenzione, che accompagnano il cittadino in tutte le fasi della vita, nei luoghi di vita e di lavoro. Una scelta strategica, che va ricondotta alla convinzione, suffragata da numerosi elementi della letteratura scientifica di settore, che un investimento in interventi di prevenzione costituisce una scelta vincente, capace di contribuire a garantire, nel medio e lungo periodo, la sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale.


Ricordiamo, infatti, che ad oggi le malattie croniche (ad esempio le cardiopatie, l’ictus, il cancro, il diabete e le malattie respiratorie croniche) sono i principali killer a livello mondiale. Il Piano Nazionale della Prevenzione per ridurre le disuguaglianze entro il 2025 dovrà invece, come priorità trasversale a tutti gli obiettivi, avere la riduzione delle principali disuguaglianze sociali e geografiche che si osservano nel Paese, correlate, in gran parte, alla esposizione ai principali fattori di rischio affrontati dal Piano di Prevenzione stesso, in una prospettiva coerente con l’approccio di salute in tutte le politiche. Le aree strategiche, invece, resteranno quelle della prevenzione delle malattie trasmissibili e delle malattie croniche non trasmissibili, anche attraverso la promozione di stili di vita sani e l’attenzione ai determinanti ambientali che impattano fortemente sulla salute e sulle disuguaglianze.
 
Si punterà anche sull’approccio di genere con un investimento ulteriore sul benessere dell’infanzia e dell’età evolutiva, cercando di muoversi con un approccio multilivello della prevenzione che sia in grado cioè di promuovere una collaborazione tra Stato, Regioni, aziende e tutti i soggetti che concorrono al raggiungimento degli obiettivi di salute. Il sistema sanitario nazionale dunque deve assumere sempre più una funzione di stewardship nella governance delle azioni orientate al miglioramento della salute della popolazione attraverso la promozione di un confronto diretto con i possibili interlocutori (organizzazioni e stakeholder) per promuovere collaborazioni intersettoriali, e fornendo strumenti e conoscenze per l’attuazione delle iniziative. Insomma dopo la vicenda Covid nulla può rimanere come prima, occorrerà riorientare il sistema vincendo la battaglia delle “centralità”, facendo finalmente diventare la salute di comunità, l’obiettivo primario per una comunità in salute.



Grazia Labate
Ricercatrice in economia sanitaria  
Già Sottosegretaria alla sanità

 

 

Tratto da https://www.quotidianosanita.it/

 

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