CURARE O COMBATTERE? (Nicoletta Cinotti)

 

DA info@nicolettacinotti.net

1/11/2020 11:38

A  menteinpaco@libero.it

 

Ciao 

C'è una storia che descrive bene la differenza tra curare e combattere. Un giorno il Buddha decide di mandare un gruppo di praticanti a meditare nel bosco ma i demoni degli alberi di quel bosco non erano contenti di ospitare questo gruppo di meditanti, così iniziarono a disturbarli e perseguitarli con ogni sorta di dispetti. Allora tornarono dal Buddha chiedendo di poter andare a meditare in un altro bosco ma il Buddha rispose loro che non era proprio il caso di fuggire da questa difficoltà. E nemmeno di combatterla. Avrebbe dato loro un antidoto - La pratica di Gentilezza amorevole o Metta - ma avrebbero dovuto tornare a meditare in quel bosco, anche se questo voleva dire incontrare la loro rabbia e la loro paura. E così fecero fino a che la pratica di Metta addomesticò gli spiriti demoniaci degli alberi e divennero amici dei meditanti.

Ovviamente questa è una metafora del fatto che meditando incontriamo, prima o poi, i nostri demoni. Possono essere demoni miti o demoni crudeli ma se siamo solidi possiamo affrontarli. Se stiamo male però i nostri demoni potrebbero vincere perché siamo già sopraffatti dalla loro presenza: non è quello il momento di fare mindfulness. In quel momento dobbiamo fare psicoterapia e usare i modi leciti e compassionevoli che conosciamo per placare la nostra rabbia e la nostra paura.

Chi stabilisce il confine? Visto che è un confine interiore è necessario stabilirlo per prima noi e, successivamente, avere il parere dell'insegnante di mindfulness.

Te ne parlo meglio nell'articolo di fondo della settimana, "La confusione tra curare e combattere"

 

Nicoletta Cinotti

Psicologa e psicoterapeuta

 

 

https://nicolettacinotti.net/la-confusione-tra-curare-e-combattere/?ct=t(EMAIL_CAMPAIGN_11_01_2020_COPY_01)&mc_cid=e6d1017e43&mc_eid=cdd39350d6

 

 

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Incontriamo zia Camilla sulla piazza di un piccolo paese non lontano dal lago di Garda e dal corso dell’Adige. Per le borsette e i cappellini tutti la chiamano la Regina, e in effetti nel portamento assomiglia alla regina d’Inghilterra, con qualche stranezza in più. Qualcuno l’ha fatta sedere sulle pietre della fontana dove la raggiunge la nipote Andreina, e un pezzo di realtà di zia Camilla si ricompone. È l’esordio, così lo chiamano, di una malattia che si è manifestata a poco a poco, a giorni alterni, finché il mondo fuori l’ha vista e da quel momento è esistita per tutti, anche per lei. Zia ­Camilla è sempre vissuta in campagna tra fiori, galline e gli amati orologi, nella grande casa dove la nipote è cresciuta con lei e con zio Guidangelo. Ora Andreina, che è moglie e madre mentre la zia di figli non ne ha avuti, l’assiste affettuosamente e intanto racconta in prima persona il presente e il passato delle loro vite. Una narrazione viva ed energica, come zia Camilla è sempre stata e continua a essere. Intorno e insieme a loro, parenti, amiche, altre zie, donne ­venute da lontano che hanno un dono unico nel prendersi cura, tutte insieme per fronteggiare questo ospite ineludibile, il «signor Alzheimer», senza perdere mai l’allegria. Perché zia Camilla riesce a regalare a tutte loro la vita come dovrebbe ­essere, giorni felici, fatti di quel tempo ­presente che ormai nessuno ha più, e per questo ricchi di senso.

 

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