COSTRUIRE LA SOCIETÀ DELLA CURA (Moreno Biagioni)

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20/11/2020 11:18

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18-11-2020 - di: Moreno Biagioni

 

C’era una volta la politica, quella dimensione della vita sociale che permetteva di affrontare i problemi per uscirne tutti/e insieme (in contrapposizione all’egoismo individualistico della ricerca di soluzioni personali), attraverso la dialettica, il confronto, il conflitto, se necessario, e anche progetti di trasformazione della società in cui collocare le proposte e le rivendicazioni più immediate. E c’erano i partiti, che erano gli strumenti in grado di dare a ciascuno/a la possibilità di partecipare a una elaborazione collettiva. Non solo, anche altri corpi intermedi – associativi, sindacali, di movimento –, oltre a portare avanti attività e obiettivi specifici, intervenivano su questioni di rilievo, di carattere non settoriale, contribuendo ad allargare la cerchia delle persone coinvolte nella dimensione politica generale. Certo, questo schema, che traduceva nella pratica quotidiana le indicazioni della Costituzione per una cittadinanza attiva, aveva delle falle: i coinvolgimenti in varie occasioni si trasformavano in clientele, la partecipazione all’attività dei partiti poteva diventare nominale e fittizia, si rischiava comunque che i poteri economicamente forti prendessero il sopravvento e condizionassero pesantemente le rappresentanze istituzionali. Nonostante tutto, però, il sistema politico italiano costituiva un modello alto di democrazia, che non si riduceva all’elettorato attivo e passivo ogni 4 o 5 anni.

Poi, progressivamente, a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, la rotta è cambiata: si è puntato sempre di più sulla rapidità delle decisioni piuttosto che sulla partecipazione (il “governismo” ha prevalso sulla democrazia partecipativa; il Parlamento ha finito per essere in secondo piano rispetto all’esecutivo; sono stati messi in un canto, o comunque depotenziati, gli organismi di partecipazione a cui si era dato avvio); è venuto meno il ruolo dei partiti, ridotti a macchine elettorali, ad aggregazioni di amministratori locali, e di loro supporter, a forme di adesione intorno ad una persona; i corpi intermedi sono diventati più settoriali, autoreferenziali, in gran parte scarsamente interessati a questioni generali che andassero al di là di competenze ed obiettivi specifici. Sintetizzando, l’individualismo ha prevalso sulla dimensione collettiva. Erano gli anni che seguono ad alcune sconfitte che segnano la fine di un periodo di parziali vittorie del movimento operaio e popolare: le sconfitte alla FIAT (con la cosiddetta marcia dei “quarantamila”, che poneva fine allo sciopero dei lavoratori contro i licenziamenti), dei controllori di volo negli Stati Uniti, dei minatori in Gran Bretagna. Sono gli anni in cui l’affermazione dell’economia di mercato e l’arretramento delle prospettive di cambiamento sono totali.

Le lotte del ’68 studentesco e del ’69 operaio avevano portato negli anni ’70 a importanti risultati sul piano dei diritti sociali e di quelli civili, nonché alla democratizzazione di apparati impegnati sul terreno dell’ordine pubblico (la nascita di Magistratura democratica, la sindacalizzazione della Polizia di Stato) e di categorie professionali fino allora chiuse in una dimensione corporativa quali i medici (pensiamo a Medicina democratica e a Psichiatria democratica). Nonostante uno slogan molto diffuso nelle manifestazioni fosse «lo Stato borghese si abbatte, non si cambia», si erano prodotti, a livello statale e di società civile, cambiamenti straordinari. Ma i «trent’anni gloriosi», come sono stati definiti quelli succedutisi alla seconda guerra mondiale, si stavano concludendo e il periodo successivo avrebbe visto all’opera le forze della restaurazione (Reagan negli USA, la Thatcter in Gran Bretagna, un po’ dopo Berlusconi in Italia, seguito a ruota da Renzi), comprese quelle di sinistra che si erano “modernizzate” ponendo al centro delle proprie politiche il mercato e l’impresa (Tony Blair ne è stato il prototipo).

Eppure anche negli anni ’80 e ’90, fino all’inizio del nuovo secolo, i movimenti continuano a essere efficaci, ad avere in certi momenti un seguito di massa, ad influire, in certi casi, sulle istituzioni. Mi riferisco in particolare: a quello pacifista, che mobilita milioni di persone contro le guerre che, sotto nomi diversi che cercano di renderle accettabili (umanitarie, per i diritti, contro il terrorismo), vengono periodicamente fatte scoppiare dagli Stati Uniti e dai loro alleati, fra cui l’Italia; a quello antirazzista, che reagisce con forza alle prime esplosioni di intolleranza di fronte all’arrivo di migranti sul territorio italiano; a quello dei Social Forum, che ha uno dei suoi momenti più importanti nel Social Forum Europeo di Firenze del 2002 (conclusosi con la partecipazione di un milione di persone a un’iniziativa contro la guerra). E va sottolineato che per tutti gli anni ’90 gli enti locali, in varie zone del paese, si sono mostrati validi interlocutori del movimento antirazzista per impostare insieme politiche di accoglienza e d’inclusione, al di là anche delle posizioni dei partiti.

L’arretramento degli anni ’80 e dell’individualismo diffuso ha incontrato resistenze e hanno continuato a esistere esperienze positive. Si è continuato ad agire in nome della solidarietà, con qualche riflesso anche a livello istituzionale. È stata ancora influente una cultura che potremmo definire sinteticamente di sinistra. Alla fine, però, come dicono gli economisti a proposito delle politiche monetarie, la “moneta cattiva” ha cacciato quella “buona”. E l’arretramento si è trasformato in una ritirata disastrosa.

Tutto questo percorso sta alle radici di quanto accade oggi, durante la pandemia. Le risposte che, comunque, vengono date a una situazione, del tutto nuova e inaspettata, di grave crisi, che riguarda in primo luogo la salute, ma ha riflessi notevoli sulla società e sull’economia, risultano disarticolate e settoriali, essendo il frutto del processo di individualizzazione, di atomizzazione sociale, di azzeramento della politica come elemento centrale e condiviso della vita democratica, processo di cui ho cercato di dare un sintetico quadro in precedenza. E all’interno del quale si colloca la quasi scomparsa di una sinistra visibile ed efficace, a cui spetterebbe il compito di ricomporre in un progetto complessivo le diverse spinte, in direzione di un cambiamento nel segno del progresso, che provengono dal Paese.

Invece, stiamo assistendo in questi giorni a proteste e rivendicazioni di categorie e di settori, che spesso non tengono conto della crisi in atto e dei rischi che corriamo tutti/e o che, comunque non avvertono le esigenze di chi non fa parte di quel settore, di quella categoria. I tentativi di ricomposizione, che pur ci sono, non sono riusciti finora ad acquistare la forza necessaria per essere realmente incisivi. Si ha l’impressione che chi vorrebbe riproporre prospettive di trasformazione rimanga chiuso nelle piccole cerchie delle persone che gli sono vicine nell’impegno, senza entrare in contatto con l’insieme della popolazione, e che i propositi di far sì che dopo la pandemia non si ritorni alla situazione di prima, più volte enunciati, siano destinati a rimanere, appunto, delle pure enunciazioni. Come se il processo di “sfarinamento” della società fosse giunto a un punto di non ritorno.

Di fronte a una situazione che il pessimismo della ragione ci disegna come gravissima, non resta, ancora una volta, che affidarci all’ottimismo della volontà, con la convinzione che «la notte più lunga eterna non è» (Brecht lo affermava rispetto ad eventi tragici che sembravano negare ogni possibilità di recupero di una convivenza civile, pacifica, umana). Per questo acquistano grande importanza proposte di ricomposizione delle energie positive in campo come quella della Società della Cura (https://comune-info.net/la-societa-della-cura-fuori-dal-profitto/) , che si prefigge di mettere insieme, sul territorio, soggetti e persone che stanno operando con il fine di dare risposte concrete alla crisi attuale nell’ottica però di un futuro diverso. Il manifesto da cui tale Società parte è frutto di un lavoro in progress e può quindi essere arricchito man mano che il processo di aggregazione dal basso va avanti.

La rivalutazione del pubblico rispetto alle privatizzazioni che hanno imperversato fino ad oggi, l’importanza di sistemi pubblici funzionanti, adeguatamente finanziati, per quanto riguarda sanità, istruzione, servizi, trasporti, la riproposizione con forza di forme di lavoro non precario e non schiavizzato, la centralità della questione ambientale, l’impulso ad assumere come punti di riferimento l’accoglienza, l’inclusione, la solidarietà, l’antirazzismo, l’antisessismo, l’antifascismo sono elementi essenziali per la Società della Cura, che intende contrapporsi a quella del profitto e vuole essere un punto di riferimento per le esperienze in atto,  

in modo che siano più incisive, e per costruire, tutti insieme, vertenze di carattere generale. Si tratta di dare risposte nell’immediato e nel medio periodo, ma anche di avere una visione, anche utopica, per il futuro un po’ più lontano, avendo piena coscienza che l’utopia, l’orizzonte che non si riesce a raggiungere per quanto si proceda, è quella che ci spinge a camminare, ad andare avanti.

Facciamo nostra quindi, e coltiviamo, l’utopia di una Società che sostituisca pienamente l’idea della cura (di sé, del prossimo, degli altri e delle altre, vicini/e e lontani/e, dell’ambiente) a quella del profitto, del mercato, dell’individualismo aggressivo e concorrenziale. Ci sarà di sostegno e di spinta ad affrontare con maggior vigore anche l’emergenza Covid. Intanto partecipiamo alla giornata di mobilitazione che la Società della Cura ha lanciato, con moltissime adesioni, per il prossimo 21 novembre, su tutto il territorio nazionale. Per rilanciare la politica, quella che ci può permettere davvero di uscire dalla situazione attuale.

 

Tratto da: https://volerelaluna.it/politica/2020/11/18/costruire-la-societa-della-cura/

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