UNA TESTIMONIANZA DI GUARIGIONE CONTRO IL GIORNALISMO ARROGANTE (Claudio Nappi)

Cari lettori, inizio l’articolo con questo “attacco” così inusuale, perché è il pezzo più personale che abbia mai scritto.

 

 

Chi vi scrive si chiama Claudio Nappi, da più di tre anni sono un redattore di Psicoradio (redazione giornalistica radiofonica, composta da persone in cura presso i centri di salute mentale dell’Emilia Romagna, insieme a giornalisti esperti di comunicazione). Convivo con un disagio psichico da circa trent’anni, o forse potrei dire da sempre. Non ho mai subito un TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e non sono mai stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, ma sono andato spesso a trovare persone che hanno frequentato questi luoghi. Ho dialogato con molti psichiatri, psicologi e operatori del settore, sia per il disagio che vivo sia come familiare di chi lo vive. Ho convissuto, i primi trent’anni della mia vita, con mia sorella che aveva la mia stessa disgraziata diagnosi, depressione bipolare. Ho assistito agli ultimi anni della sua dolorosa vita, erosa da questo male orribile; ero l’unica persona presente in casa quando disgraziatamente mia sorella, ormai priva di forze, si è tolta la vita. Mi offende profondamente l’articolo, che trasuda arroganza, di Massimo Fini.

I redattori di Psicoradio commentano l’articolo di Massimo Fini pubblicato su “Il Fatto quotidiano” il 29 agosto scorso, e intitolato “La vera follia fu far tornare i folli a casa: vittime due volte – A distanza di 40 anni contiamo solo i disastri”. Un articolo che qualche tempo fa ha fatto molto arrabbiare la redazione. Anche se è passato da tempo il 10 ottobre, giornata mondiale della salute mentale,  Psicoradio continua a tenere accesa la fiamma del rinnovamento che ha portato alla cosiddetta “legge Basaglia”, più di 40 anni fa.

 “Un articolo arrogante e offensivo per i “pazzi”, come li chiama Fini, ironizzando e fingendo di non capire che non è ipocrisia, o un problema di politically correct, chiamarli con correttezza: “persone con una sofferenza psichica” dice Cristina Lasagni, direttrice di Psicoradio.

Da qui in avanti leggerete anche alcuni commenti raccolti all’interno della redazione di Psicoradio. “Certo che per me non è la stessa cosa essere chiamata pazza o persona con un disturbo. Pazza fa venire in mente pericolo, e i film dell’orrore” (redazione di Psicoradio).

Ecco uno stralcio dell’articolo di Massimo Fini: “E’ assolutamente vero che in Italia c’erano  i manicomi, pardon ospedali psichiatrici, (…) in cui pazzi, pardon “i malati di mente”erano tenuti in condizioni disumane. (…) L’errore sta nel fatto che la legge fu applicata da Basaglia e soprattutto dai suoi discepoli, spesso teorici che un matto vero non l’avevano mai visto in faccia, con una coerenza omicida.” E poi continua elogiando alcuni ospedali psichiatrici del passato (pardon, manicomi!) ed elencando situazioni critiche di oggi, come la mancanza di strutture. Che però le associazioni di pazienti e familiari denunciano da anni, consapevoli comunque che la soluzione non è certo tornare ai luoghi di segregazione delle persone.

“Su questi temi deve scrivere chi vive questi disagi e li conosce bene, non giornalisti in cerca solo di audience” (redazione di Psicoradio).

“Mi sembra intellettualmente disonesto” commenta Cristina Lasagni “sottolineare quello che oggi non funziona perché la legge non è stata applicata, e dire che questo è il motivo per cui la legge non è giusta e va cambiata, o eliminata. Sarebbe come creare un nuovo reparto di maternità, senza dotarlo delle attrezzature che servono, e poi dire: ‘questo reparto non funziona, lo chiudiamo’. Ma no, dotiamolo di quello che serve per farlo funzionare!”.

“Ho visto alcuni filmati, grazie all’Istituzione Gianfranco Minguzzi e Home Movies, che testimoniano l’enorme lavoro fatto da Basaglia e i suoi, insieme ai familiari dei pazienti e ai pazienti stessi. Questo lavoro di transizione (dei pazienti dai manicomi al territorio) è stato un vero cambio di paradigma rivoluzionario, non è stato un salto nel buio e le testimonianze sono molte. (…) E’ vero che anche al giorno d’oggi vediamo che ci sono squilibri territoriali e grosse differenze nell’uso delle risorse in ambito psichiatrico. Questo semmai è il problema” (redazione di Psicoradio).

Chi vi scrive pensa che gli ospedali psichiatrici non curavano, anzi nel modo in cui erano portati avanti aggravavano all’ennesima potenza i problemi psichiatrici dei pazienti. Non si può curare realmente una persona privandolo della libertà. La riforma Basaglia era necessaria, e nessuno ha mai nascosto che la sua esecuzione non fosse perfetta, e men che meno lo sia oggi. Come può esserlo, visti i continui tagli alla sanità. Chiudere i manicomi, non a caso, è stato estremamente lungo e complicato. Restituire persone molto fragili e problematiche alle famiglie, che spesso non esistevano più o non volevano riportare a casa i loro parenti, o restituirle al territorio è stato impegnativo da entrambe le parti, sia per i pazienti che per chi li avrebbe accolti. Tante volte erano proprio i malati che non volevano lasciare l’ospedale, essendo ormai istituzionalizzati, o non avendo una famiglia da cui tornale, e avendo timore di entrare in una casa famiglia dove forse sarebbero stati stigmatizzati. I vicini delle case famiglie spesso non li volevano, avevano paura e a mio parere avevano ragione. Non perché i loro timori fossero reali, ma perché se nessuno spiegava loro con cosa si sarebbero dovuti confrontare era naturale avere un senso di repulsione, ciò che non si conosce fa paura.

Massimo Fini parla di malati mentali che strappano il catetere o i fili dell’ossigeno agli altri pazienti … non lo so, non ne ho mai visto. Sicuramente sarà successo questo e ben altro, ma non ho alcun dubbio che questi siano gesti di rabbia, consapevole o meno, che semmai i pazienti attuerebbero prima su se stessi, strappando i propri tubi. Che poi sono le stesse cose che avvengono nei reparti geriatrici, che potrebbero essere evitate se ci fossero più operatori sanitari adeguatamente formati, se non si facessero continui tagli sulla sanità e sopratutto se ci fosse la volontà e la consapevolezza che si può agire in un altro modo. In questo periodo di covid 19 abbiamo visto bene quanto sia controproducente non fare prevenzione e attuare tagli sconsiderati e scelte poco lungimiranti in ambito sanitario.

A differenza di quanto dice Massimo Fini, a quarant’anni dalla legge Basaglia, possiamo gioire nel non avere più l’orrore dei manicomi, con la loro disgustosa incuria, la totale perdita della dignità di chi ci entrava e disumanizzazione di molte delle persone che ci lavoravano, conseguente al convivere all’interno di un luogo dalle dinamiche perverse. Allo stesso tempo va fortemente migliorato il servizio di assistenza psichiatrica, psicologica, d’inserimento sociale, abitativo, lavorativo, relazionale e tanto altro ancora. Vanno implementati questo tipo di programmi, che intervengono a 360 gradi sulla vita dei pazienti, non solo nell’ambito medico farmacologico, che pure è molto importante.

Concludo con questa considerazione: “COME MAI una persona di 49 anni a cui è stata diagnosticata una depressione bipolare e che si è avvicinata al mondo della salute mentale poco dopo i vent’anni, oggi non ha più bisogno di prendere alcun psicofarmaco nè di vedere lo psichiatra, ormai da più di un anno, e si senta realmente bene da parecchio tempo, e identifica due momenti fondamentali nella sua vita di persona e di (im)paziente psichiatrico con estrema chiarezza come le cause fondamentali della sua quasi rinascita, quali l’inizio del lavoro a Psicoradio (da poco più di tre anni), e aver ricevuto la casa popolare da circa 5 mesi (con tanto di covid e lockdown in mezzo)? Dicevo, COME E’ POSSIBILE TUTTO QUESTO? Come è possibile essere praticamente “guarito” grazie a un tirocinio lavorativo e un bilocale in periferia? Io credo sia possibile perché viviamo in una società gravemente malata, dove di conseguenza anche le istituzioni della salute mentale sono malate, facendo tutti i distinguo del caso. Ovviamente ci sono delle eccellenze che io conosco solo in parte: tutta una serie di associazioni culturali con la partecipazione anche dei familiari dei “pazienti” (impazienti di “guarire”) psichiatrici, buona parte della sanità pubblica della salute mentale dell’Emilia Romagna, e immagino anche di altre regioni e tante altre realtà. Resta il fatto che la maggior parte delle istituzioni della salute mentale restano gravemente malate”. Ovviamente la persona di cui stavo parlando sono io, Claudio Nappi.

 

 Claudio Nappi

 

Tratto da:

https://www.ilmanifestoinrete.it/2020/12/10/istituzioni-malate-e-giornalismo-arrogante-la-legge-basaglia-oggi/?fbclid=IwAR2vff89qUhNjn72jSvywIloEMt8jbGNRPcYL7eGQmjSIJtyJ6YkKsHyC7Y

 

 

 

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 Matteo Spicuglia

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Storia di Andrea Soldi, morto per un Tso

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Il 5 agosto 2015 la città è caldissima, qualcuno è già in vacanza, altri cercano un po’ d’aria nei giardini del quartiere.

Anche Andrea Soldi è seduto su una panchina, ma quella è la “sua” panchina sempre, in ogni stagione. Lì si rifugia quando i pensieri lo assalgono, lì trova conforto e si sente a casa. Andrea soffre da anni di schizofrenia, la madre, il padre e la sorella sono il suo sostegno e piazza Umbria il posto del cuore.

Ha quarantacinque anni, non è violento, non è mai stato pericoloso, eppure, quel 5 agosto morirà a causa di un Trattamento sanitario obbligatorio eseguito da alcuni vigili urbani e dal personale medico. Il processo è arrivato ora alla fase d’appello, ma questa forse è la cosa meno importante della storia.

Dopo la morte, la famiglia Soldi ha trovato alcune pagine che erano il diario di Andrea in cui la trascrizione lucidissima della sofferenza illumina il percorso psicologico e i silenzi che per anni lo avevano avvolto.

Matteo Spicuglia è un giornalista che ha seguito il caso e che non ha voluto fermarsi alla cronaca: a partire da quel diario allarga lo sguardo dalla panchina su cui è morto Andrea alla realtà dei TSO, dalla sua esistenza difficile al mondo della malattia psichica, dalla famiglia torinese alle tante altre che si trovano a convivere con pregiudizi e inadeguatezza dei servizi medici e sociali nella gestione di patologie che soffrono ancora lo stigma sociale.

Nel diario Andrea aveva scritto di sperare che la sua fatica e il suo dolore non passassero invano; questo libro è il motivo per cui ciò non avverrà.

 

Per visualizzare il sito della casa editrice e la pagina dedicata al libro

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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