ALLA SCOPERTA DELLE R.E.M.S. (Michela Trigari)

La Rems “Casa degli Svizzeri” (Archivio Azienda Usl di Bologna).

 

DA nl@redattoresociale.it

 

 

A  menteinpace@libero.it  

 

 

di Michela Trigari

 

A cinque anni dalla nascita delle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, che hanno preso il posto degli ospedali psichiatrici giudiziari, luci e ombre su un nuovo modo di superare violenza (o reato) e disturbo mentale. Più normalizzante. Inchiesta pubblicata sulla rivista Superabile Inail.

 

A M. ogni tanto tremano le mani. Però è contento di parlare e sorride spesso. Sembra un buontempone. Racconta la sua giornata tipo all’interno della Rems “Casa degli Svizzeri” di Bologna”, la struttura che, insieme a quella di Casale di Mezzani (Parma), in regione ha preso il posto del vecchio Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. «Mi sveglio presto, aspetto che gli operatori aprano la zona notte, faccio colazione e alle 8, alle 14 e alle 20 vado in saletta terapia ad assumere i farmaci. Poi prendo un altro caffè, gioco a Machiavelli con gli altri pazienti e, una volta a settimana, vado in piscina a nuotare. Ma mi piace molto anche il karaoke e quando prendiamo la pizza, il kebab o il cinese da asporto. Qui non si sta male, ma non è vita reale: mi manca la libertà, la famiglia».

L’Emilia-Romagna, nei tempi stabiliti dalla legge 81/2014 che ha sancito definitivamente la chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), è stata tra le prime regioni italiane pronte ad accogliere in strutture alternative i propri internati, cioè quelle persone con disturbi mentali che hanno commesso un reato e per cui sussistono elementi di pericolosità sociale. Era il 30 marzo 2015. «Il primo anno abbiamo pagato l’inesperienza generale: non c’erano protocolli operativi, nessun modello di riferimento su come costruire una Rems, né a livello strutturale né metodologico. C’erano solo alcune linee guida del governo in merito alla sicurezza, alla gestione sanitaria, all’intesa con le prefetture e la magistratura di sorveglianza, all’attivazione di percorsi terapeutico-riabilitativi territoriali e poco altro, per cui ogni Asl si è mossa per conto proprio», spiega Federico Boaron, psichiatra, responsabile sanitario della struttura di Bologna. «Noi abbiamo cercato di coniugare la vocazione riabilitativa tipica delle comunità con un maggiore livello di sicurezza, essendo una struttura detentiva, ferma restando la volontà di aprirci il più possibile all’esterno per le attività riabilitative, anche perché la noia prolungata non è terapeutica. Il laboratorio di musica, il corso di scacchi e quello di italiano per stranieri o i gruppi di discussione vanno in questa direzione».

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Tratto da: https://www.redattoresociale.it/article/notiziario/alla_scoperta_delle_rems?UA-11580724-2

 

 

 

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 Matteo Spicuglia

Noi due siamo uno

Storia di Andrea Soldi, morto per un Tso

add editore

 

Il 5 agosto 2015 la città è caldissima, qualcuno è già in vacanza, altri cercano un po’ d’aria nei giardini del quartiere.

Anche Andrea Soldi è seduto su una panchina, ma quella è la “sua” panchina sempre, in ogni stagione. Lì si rifugia quando i pensieri lo assalgono, lì trova conforto e si sente a casa. Andrea soffre da anni di schizofrenia, la madre, il padre e la sorella sono il suo sostegno e piazza Umbria il posto del cuore.

Ha quarantacinque anni, non è violento, non è mai stato pericoloso, eppure, quel 5 agosto morirà a causa di un Trattamento sanitario obbligatorio eseguito da alcuni vigili urbani e dal personale medico. Il processo è arrivato ora alla fase d’appello, ma questa forse è la cosa meno importante della storia.

Dopo la morte, la famiglia Soldi ha trovato alcune pagine che erano il diario di Andrea in cui la trascrizione lucidissima della sofferenza illumina il percorso psicologico e i silenzi che per anni lo avevano avvolto.

Matteo Spicuglia è un giornalista che ha seguito il caso e che non ha voluto fermarsi alla cronaca: a partire da quel diario allarga lo sguardo dalla panchina su cui è morto Andrea alla realtà dei TSO, dalla sua esistenza difficile al mondo della malattia psichica, dalla famiglia torinese alle tante altre che si trovano a convivere con pregiudizi e inadeguatezza dei servizi medici e sociali nella gestione di patologie che soffrono ancora lo stigma sociale.

Nel diario Andrea aveva scritto di sperare che la sua fatica e il suo dolore non passassero invano; questo libro è il motivo per cui ciò non avverrà.

 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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