NON SMETTERE DI LAVORARE SU TE STESSO (Daniele Mencarelli)

“Non esiste un farmaco che ti farà guarire, o che su di te sarà efficace a vita. Ti ho già parlato di queste cose e me ne sono pentito, tu sei tanto giovane, pure troppo, ma quello che puoi trovare dai medici e dalla medicina è nel migliore dei casi un piccolo aiuto, il resto sei tu, il modo in cui vedi le cose, la forza con cui la vita ti arriva, negli anni capirai che non è tutto un male.”

                Lo scetticismo di Mario mi sembra precostituito, quasi ideologico, somiglia a quello di certi fricchettoni che vivono nei boschi del lago, rifiutano tutto del nostro tempo, a parte le droghe sintetiche.

“Scusa Mario se mi permetto, ma allora perché stai qui? Qui ti curano con quello che dicono loro.”

Annuisce, sembra dire che la domanda è più che pertinente.

“Dal tuo punto di vista non fa una piega, sto qui perché ho bisogno di aiuto, come te, e perché anche se non ci credo più non ho altra scelta che affidarmi alla medicina. Io voglio solo metterti in guardia, potrei anche farmi gli affari miei, ma mi sembri un bravo ragazzo. Ti faccio un esempio, nelle mie classi da un giorno all’altro arrivarono le calcolatrici a posto degli abachi, anche io le facevo usare, ci mancherebbe, ma dicevo ai miei alunni di non smettere di fare i calcoli a mente, di non affidarsi solo a quelle macchinette. A te dico più o meno la stessa cosa: fidati pure dei farmaci, dei medici, ma non smettere di lavorare su te stesso, di fare di tutto per conoscerti meglio.”

               

Brano tratto dal romanzo TUTTO CHIEDE SALVEZZA di Daniele Mencarelli, (edito da Mondadori, 2020) e vincitore della settima edizione del Premio Strega Giovani 2020 (pagg. 72-73).

 

 

Nel romanzo di Daniele Mencarelli si descrivono i sette giorni di trattamento sanitario obbligatorio che il protagonista affronta a vent'anni nel 1994. È estate, il ragazzo vorrebbe guardare le partite dei Mondiali con gli amici e invece si trova intrappolato a causa di un momento di follia, in cui si è drogato, ha distrutto la casa e aggredito il padre.

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 Matteo Spicuglia

Noi due siamo uno

Storia di Andrea Soldi, morto per un Tso

add editore

 

Il 5 agosto 2015 la città è caldissima, qualcuno è già in vacanza, altri cercano un po’ d’aria nei giardini del quartiere.

Anche Andrea Soldi è seduto su una panchina, ma quella è la “sua” panchina sempre, in ogni stagione. Lì si rifugia quando i pensieri lo assalgono, lì trova conforto e si sente a casa. Andrea soffre da anni di schizofrenia, la madre, il padre e la sorella sono il suo sostegno e piazza Umbria il posto del cuore.

Ha quarantacinque anni, non è violento, non è mai stato pericoloso, eppure, quel 5 agosto morirà a causa di un Trattamento sanitario obbligatorio eseguito da alcuni vigili urbani e dal personale medico. Il processo è arrivato ora alla fase d’appello, ma questa forse è la cosa meno importante della storia.

Dopo la morte, la famiglia Soldi ha trovato alcune pagine che erano il diario di Andrea in cui la trascrizione lucidissima della sofferenza illumina il percorso psicologico e i silenzi che per anni lo avevano avvolto.

Matteo Spicuglia è un giornalista che ha seguito il caso e che non ha voluto fermarsi alla cronaca: a partire da quel diario allarga lo sguardo dalla panchina su cui è morto Andrea alla realtà dei TSO, dalla sua esistenza difficile al mondo della malattia psichica, dalla famiglia torinese alle tante altre che si trovano a convivere con pregiudizi e inadeguatezza dei servizi medici e sociali nella gestione di patologie che soffrono ancora lo stigma sociale.

Nel diario Andrea aveva scritto di sperare che la sua fatica e il suo dolore non passassero invano; questo libro è il motivo per cui ciò non avverrà.

 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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