ECONOMIA CIRCOLARE E COMUNITÀ RESILIENTI: UNA VISIONE SISTEMICA (Norberto Patrignani)

In natura esistono solo cicli, dal quello dell’acqua a quello del carbonio, da quello dell’azoto a quello dell’ossigeno, fino al ciclo della vita stessa. Nel lungo termine possono sopravvivere solo processi chiusi, che possono essere rappresentati con cicli. La vita stessa probabilmente si è sviluppata sul pianeta Terra a partire dallo stabilirsi di cicli a livello molecolare. Ad esempio il “ciclo di Krebs” dentro le cellule descrive la centrale per la generazione di energia chimica da carboidrati, grassi e proteine (Krebs e Weitzman, 1987). Tutto questo è durato per miliardi di anni.

 

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Dal XVI secolo l’homo sapiens ha iniziato a pensarsi come “esterno” a tutto questo e a sviluppare una visione dell’economia basata sul dominio sulla natura, sull’idea che i sistemi economici e i mercati siano basati sulla competizione: la cosiddetta economia politica di Adam Smith (Smith, 1776). Una visione che da allora è diventata dominante.
Purtroppo la visione dell’economia come 
competizione, portata all’estremo, ha giustificato anche l’uso della forza da parte dei paesi dominanti nei confronti del Sud del mondo. La guerra è diventata strumento per accaparrarsi ulteriori risorse da sfruttare verso una crescita indifferenziata di tipo estrattivo.

Questo ha portato a pensare in termini esponenziali e non in termini di cicli ed i risultati sono una serie di problemi globali interconnessi: crisi climatica dovuta al riscaldamento globale, pandemie causate dalle distruzioni degli ecosistemi da parte degli umani, disuguaglianze sociali mai viste nella storia dell’umanità e migrazioni di moltitudini di persone.

 

Verso l’economia circolare

Eppure negli stessi anni di Adam Smith viene formulata una visione alternativa: i sistemi economici e le imprese vanno visti anche come luoghi di reciprocità, gestione di beni comuni, mutua assistenza e condivisione di valori. Il benessere della società è il risultato di “virtù civili“, i sistemi economici e i mercati sono basati sulla collaborazione: la cosiddetta economia civile di Antonio Genovesi (Genovesi, 1765). Per fortuna questa visione più solidale dell’economia e della società è stata recentemente riscoperta (Olivetti, 1955; Zamagni e al., 2019).

Nel XXI secolo diventa urgente una proposta di una concezione alternativa dell’economia, non più basata su una crescita indifferenziata di tipo estrattivo ma su una crescita qualitativa di ordine rigenerativo, su una diversa visione della scienza e della tecnica: non più come strumenti di dominio sulla natura ma come processi di conoscenza che aiutano a convivere in armonia con i cicli naturali e ne rispettano la complessità.

I primi segni di un pensiero critico nei confronti della crescita indifferenziata di tipo estrattivo iniziano negli anni ’60, quando la scienziata Rachel Carson apre una riflessione sistemica contro i pesticidi: “… nonostante un biocida sia finalizzato all’eliminazione di un organismo, i suoi effetti si risentono attraverso la catena alimentare, e ciò che era inteso per avvelenare un insetto finisce per avvelenare altri animali e uomini” (Carson, 1962), nasce così una nuova sensibilità ambientale. Quando il 28 Gennaio del 1969 avviene la prima catastrofe ecologica, con una fuoriuscita di sedicimila metri cubi di petrolio sulle spiagge californiane di Santa Barbara, il movimento ambientalista scende nelle strade di tutto il mondo: il 22 Aprile del 1970 si tiene la prima “giornata della Terra”. Nel 1972 viene finalmente dimostrato che una crescita infinita è impossibile su un pianeta finito: con il rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita nasce l’ambientalismo scientifico, grazie al gruppo di ricerca guidato dalla scienziata Donella Meadows (Meadows e al., 1972). Per la prima volta la visione di una crescita indifferenziata di tipo estrattivo basata solo su esponenziali viene dimostrata come insostenibile, emerge la necessità di recuperare una visione in termini di cicli e di progettare un futuro basato su una diversa relazione tra umani, animali e pianeta.
Nel 1987, dopo i limiti della crescita, emerge un nuovo termine, sviluppo sostenibile: la presidente della 
Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, la medica norvegese Gro Harlem Brundtland, esperta di diritti delle donne e questioni ambientali, propone nel rapporto “Il nostro futuro comune” la definizione: “…uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri” (Bruntland, 1987). Eppure queste nuove idee ancora non incidono in profondità nei meccanismi economici basati da secoli su una visione esponenziale-estrattiva e sul mercato come competizione a qualsiasi costo: nel 2019 esplode in tutto il mondo il movimento Fridays-for-Future
 che chiede urgenti azioni concrete per affrontare il riscaldamento globale che compromette il futuro del pianeta e delle giovani generazioni. L’obiettivo di arrivare ad azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050 e di abbandonare al più presto le fonti fossili, richiede scelte coraggiose.

 

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