I VERSI DI UNA BAMBINA CHE NON È DIVENTATA DONNA

Chi sono io?

 

Di chi gli occhi quando guardo nel mondo?

Di amici, familiari, belve, alberi ed uccelli?

Di chi le labbra per bere rugiada

dalla foglia caduta sulla strada?

*

Di chi le braccia per stringere

il mondo, così fragile, indifeso?

La voce è persa in quella di tormente,

campi, diluvi, boschi e notte.

*

Chi sono, in tutto questo, io?

Dove cercare in me?

E come dar risposta a tutte

queste voci, alla natura?

 

[scritta nel 1982 all’età di 8 anni]

Nika Turbina 

Forse il caso più sconcertante di enfant prodige. Così integralista da rifiutare di vivere l’età adulta.

 

“Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna”, scrisse Nika Turbina nei suoi diari.

E infatti non restò donna a lungo. Yalta, 1974 – Mosca, 2002: questi gli estremi cronologici della sua fulminea esistenza, conclusa con un volo dal quinto piano. Ventisette anni. La nota biografica che chiude questa miniantologia fa sapere che “I primi componimenti di Nika risalgono all’età di quattro anni, dettati di notte alla mamma. Raggiunge l’apice della notorietà all’inizio della vita, quando a soli sette anni i suoi versi appaiono su un quotidiano nazionale, grazie all’interessamento dello scrittore già affermato Julian Semenov. Nel giro di un anno la sua prima raccolta, Quaderno di appunti, viene pubblicata a Mosca, con prefazione di Evgenij Evtušenko. In occasione del festival internazionale di poesia ‘Poeti e pianeta Terra’ tenutosi in Italia, nel maggio del 1985 le viene conferito il Leone d’oro di Venezia. Prima di lei, solo un altro poeta russo è stato insignito dello stesso riconoscimento: Anna Achmatova”.

Anche Turbina ha lasciato un ricordo dei quei suoi precoci esordi: “Ho iniziato componendo versi ad alta voce quando avevo tre anni. Picchiavo i pugni sul pianoforte e componevo. Le poesie venivano come qualcosa di incredibile, che ti raggiunge, poi ti lascia”. E ancora: “Quando scrivo, ho l’impressione che una persona possa fare tutto ciò che vuole. Ci sono così tante parole dentro da smarrirsi”.

Dopo il 1991, Nika si allontanerà progressivamente dalla poesia. Studierà regia, reciterà, diverrà moglie, ma trascorrerà l’ultimo decennio di vita lontana dall’attenzione pubblica, lontana dalla letteratura.

Il bambino e l’adolescente sperimentano un’identificazione tragica con la vita che li fa essere naturalmente poeti. Dal loro sentire scaturiscono senza troppa difficoltà combinazioni di parole nuove, visioni insolite. Da adulti, però, se si vuol fare poesia, si deve leggere, se ne debbono imparare gli strumenti, e non tutti hanno le spalle abbastanza larghe da mettersi a fare gli allievi da grandi, dopo essere stati, da piccoli, dei maestri. Nika Turbina però è stata un caso diverso. Le sue doti non erano solo immaginative e verbali. Sembrava che quella bambina fosse venuta al mondo con una sensibilità già adulta, con una consapevolezza e un dolore già adulti. Solo l’intensità era infantile. La dichiarazione riportata all’inizio suggerisce che, spenta l’intensità, le sia rimasto, forte, il dolore, e che l’abbia sopraffatta. Eppure, a modo suo, questa creatura sfortunata è riuscita a imprimere il suo nome nella storia della letteratura russa, e a rendere vera un’altra sua frase: “Una persona deve capire che la vita non è lunga. E se dà valore alla propria vita, allora questa vita sarà lunga e, se davvero lo merita, sarà eterna, persino dopo la morte”.

 

A cura di Giorgio Galli

 

Tratto da: https://perigeion.wordpress.com/2019/09/20/nika-turbina-sono-pesi-queste-mie-poesie/

 

 

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