LA FRAGILITÀ DEL SESSO FORTE (Lorenzo Zaccagnini)

In occasione dell’8 marzo, proviamo ad analizzare il tema della violenza di genere attraverso una diversa prospettiva

DA varieventuali@rossetorri.it

 

A  menteinpace@libero.it  

 

È arrivato di nuovo l’8 marzo. Il secondo senza grandi manifestazioni di massa, visto che lo scorso segnò involontariamente l’inizio di questo apparentemente infinito e singhiozzante lockdown.

Nonostante la realtà ci sbatta in faccia tutti i giorni il conto dei femminicidi, sempre più simile a un bollettino di guerra, mentre la giunta Cirio pensa a ridurre il numero di beneficiarie del fondo antiviolenza, non tutto va nel verso sbagliato: nell’ultima settimana diversi gruppi e associazioni attivi sulle questioni di genere si sono fatti sentire, dalle manifestazioni di Non Una di Meno (movimento promotore dello sciopero internazionale delle donne) in tutta Italia a quella delle WildCat a Torino, financo a Ivrea dove varie persone si sono incontrate in piazza per un flashmob silenzioso, mentre quest’anno l’8 marzo è stato dedicato da One Billion Rising(campagna mondiale contro lo stupro e la violenza di genere) alle donne polacche, in lotta per il diritto all’aborto.
Una nota insolita e piacevole arriva però da alcune manifestazioni esclusivamente o parzialmente maschili, gruppi di uomini datisi appuntamento in piazza per far sentire la propria voce contro il fenomeno dei femminicidi. Si inseriscono in questa categoria l’associazione Il Cerchio degli Uomini riunitasi in piazza Castello a Torino, la manifestazione degli uomini contro la violenza di genere a Biella, fino al video lanciato dall’associazione eporediese Violetta in collaborazione con le componenti del carnevale di Ivrea. Queste iniziative, nonostante abbiano diviso le opinioni tra chi ne vede la nuova avanguardia della parità di genere e chi fa giustamente notare che dovremmo smettere di incensare gli uomini ogni volta che fanno qualcosa che le donne fanno da sempre, sono state comunque vissute dal mondo progressista con generale approvazione, un segno che i tempi cambiano.
Nonostante questi esempi però, gli uomini rimangono i principali autori di violenza di genere, e di molto. Se nello scorso numero abbiamo parlato con La Casa delle Donne di Ivrea riguardo ai servizi forniti alle donne vittima di violenza, questa volta ci siamo spinti fino a Chivasso, per parlare con il dottor Pier Luigi Donetti, psicologo referente per la Tana del Lupo*, progetto che si occupa di ascolto e riabilitazione degli uomini maltrattanti.

 

Come funziona esattamente la Tana del Lupo?

Il servizio si inserisce all’interno dell’associazione onlus Punto a Capo di Chivasso. Come gli altri servizi è assolutamente gratuito: l’associazione si basa sul lavoro di volontari, sulle donazioni e quando riesce sui bandi regionali, molti indetti dalla chiesa Valdese. Forniamo un servizio di ascolto per gli uomini autori di violenza di genere e li aiutiamo a iniziare un percorso di riabilitazione e comprensione dei propri errori.

 

Quanti utenti usufruiscono del servizio?

Siamo attivi dal 2016 e abbiamo avuto all’incirca 35 casi, una media di 7 all’anno. All’interno di Punto a Capo è presente anche lo sportello antiviolenza per le donne ovviamente, così ci è possibile vedere che a livello statistico gli uomini che iniziano questo tipo di percorso sono circa il 7% della richiesta di aiuto da parte di donne.

 

Che tipo di percorso fanno gli utenti per arrivare da voi?

Molti ci vengono inviati dal UEPE (ufficio per l’esecuzione penale esterna), i servizi sociali insomma, mentre altri ci vengono segnalati o fanno richiesta dal carcere. Era iniziata una proficua collaborazione con il carcere di Ivrea, con incontri di gruppo e colloqui individuali settimanali, però l’emergenza Covid ha bloccato tutto. Poi ci sono gli utenti che vengono su base volontaria, di solito i casi meno gravi o quelli arrivati dopo che la partner si è rivolta allo sportello antiviolenza.

 

Come si struttura il percorso per un uomo maltrattante?

Una volta agivamo con piccoli gruppi, massimo 5 o 6 persone con un operatore, per far prendere consapevolezza all’uomo degli errori che ha commesso e per fornirgli un’opportunità di imparare a gestire la rabbia. Oggi questa possibilità è sfumata a causa del Covid e invece di sostituirla con delle video-riunioni di gruppo abbiamo preferito continuare con dei colloqui individuali in presenza rispettando tutte le norme di sicurezza del caso.

 

Questo tipo di percorso è sempre possibile?

Non sempre. Noi operiamo da subito dei colloqui di valutazione per capire se ci sono possibilità di cambiamento. Spesso i maltrattanti non hanno coscienza della gravità delle loro azioni. Se manca il riconoscimento delle proprie azioni, se negano o mentono, se non c’è quello che chiamiamo “frattura interiore”, non è possibile iniziare un percorso. Preferiamo dire che “non è ancora pronto”, nella speranza che un giorno prenda coscienza, ma non possiamo correre il rischio di un uso strumentale del servizio e vogliamo evitare atteggiamenti collusivi.

 

La maggior parte dei percorsi ha successo? Cambiare è possibile?

A parte pochi casi, con molti è possibile lavorare bene. Ovviamente è più facile con i casi meno gravi. Anche con i giovani è più facile, le norme di genere sono meno radicate, per cui spesso danno grandi soddisfazioni.

 

Da cosa scaturisce la violenza di genere? Come si diventa maltrattanti?

Iniziamo a dire che il fenomeno è assolutamente trasversale e interculturale. Deriva da un’errata percezione dei ruoli di genere, perciò non si differenzia per classe sociale o economica. È inoltre estremamente diffuso, soprattutto per quanto riguarda le forme di violenza psicologica o economica. Lo possiamo dire anche solo dai dati noti, senza considerare tutto il sommerso che è enorme. Spesso gli uomini maltrattanti vengono da modelli educativi simili, sono stati spesso perciò minori vittima di violenza diretta o assistita (spettatori involontari della violenza di genere). Non è sempre così evidente o facile da capire quando un uomo è maltrattante, anche perché questi modelli si trasmettono ugualmente per le donne, le figlie di madri maltrattate che seguono lo stesso percorso. Poi esistono una serie di giustificazioni, maschere che si danno alla violenza di genere. Prima fra tutte la gelosia ossessiva, che di solito è solo un travestimento per nascondere il bisogno di controllo.

 

Esistono casi di violenza di genere inversa?

I casi di donne maltrattanti e di uomini maltrattati sono estremamente rari, anche se almeno un paio negli anni ci sono capitati. Anche dando per scontato che altre situazioni simili avvengano senza che l’uomo denunci il fatto (per vergogna o per paura) il numero di casi è veramente esiguo se paragonato a quello delle situazioni classiche. Non che le donne non possano essere maltrattanti: abbiamo avuto in carico anche casi di donne violente, ma tipicamente lo sono con i figli, più spesso ancora con le figlie. Anche in questi casi l’ambiente famigliare dove si è cresciuti tende a riproporsi.

 

Esistono tipi di percorso parallelo tra uomo maltrattante e donna maltrattata?

Di base il centro antiviolenza e la Tana del Lupo sono in sedi distaccate, è facile che nessuno dei due sappia del percorso dell’altro. Esistono però casi di percorsi paralleli consapevoli: sono i casi diciamo spontanei, dove le violenze sono meno gravi e la donna vive ancora con l’uomo, il quale magari accetta consapevolmente di iniziare questo percorso. Tuttavia, anche se gli utenti non sanno del percorso del partner, è necessario per noi lavorare in rete insieme alle altre associazioni antiviolenza, così come alla polizia, ai servizi sociali e alla magistratura. Tale collaborazione è utile soprattutto perchè ci permette di fare una corretta valutazione sul rischio di recidiva per il soggetto.

 

Le recenti manifestazioni maschili contro i femminicidi e il progressivo abbandono delle norme di genere da parte di sempre più uomini fanno sperare bene nel futuro. Cosa si è fatto negli anni per favorire questo cambiamento?

Si è fatto molto prima che il Covid ci bloccasse: il progetto teatrale  del Teatro a Canone di Luca Vonella con le vittime di violenza ad esempio, con lo scopo di sensibilizzare le persone e insieme ridare sicurezza alle vittime, una forma di arteterapia. Alcune edizioni sono state fatte anche al carcere di Ivrea. Poi ovviamente tutto il lavoro di prevenzione che si compie nelle scuole: con i ragazzi è sempre molto interessante e soddisfacente lavorare e a volte vengono fuori le situazioni instabili che vivono a casa.

 

Come si potrebbe migliorare la prevenzione del fenomeno? Cosa è necessario cambiare?

Sicuramente nelle scuole andrebbe fatto di più! Quando si parla di questi temi se ne parla sempre in termini di pericolo, non di prevenzione, e non parlo solo della scuola: anche il dibattito pubblico e politico non riesce ad andare oltre a questo punto. Invece di fare solo terrorismo, potremmo sensibilizzare maggiormente i giovani attraverso cortometraggi o lavori di gruppo volti a stimolare il dibattito sulle cause della violenza e sulle norme di genere, soprattutto in un ambiente neutro come la scuola. Questo significa lavorare sulla prevenzione, mentre oggi ci si focalizza solo sulle misure da prendere quando la violenza è già in corso: la violenza non finirà mai fintanto che non si agirà sulle cause che la producono.

 

Lorenzo Zaccagnini

 

*per contattare il progetto la Tana del Lupo, si può chiamare questo numero:

391 7055574

 

Tratto da: http://www.rossetorri.it/la-fragilita-del-sesso-forte/

 

 

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«Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi trentatré anni di vita. Adesso le racconto. Ho lasciato le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità».

Inizia così la sconvolgente testimonianza di Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito, un giovane uomo che ha attraversato da osservatore privilegiato la storia dell’Afghanistan: dal potere dei mujaheddin ai talebani fino al governo attuale, che vive sotto l’ombrello occidentale.
Farhad nasce a Kabul nel 1986, ultimo di sei fratelli. Suo padre è un generale dell’esercito di Mohammad Najibullah Ahmadzai, il quarto e ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Ma, con la presa del potere da parte dei 
mujaheddin, nel 1992, le cose cambiano. Solo rinnegando il passato e diventando un mujahed, il padre di Farhad avrà salva la vita.

Da quel momento l’esistenza del giovane Farhad cambia radicalmente. La sua famiglia si trasferisce in una grande casa, presidiata dagli uomini della scorta. È a loro che Farhad chiede in prestito le armi, per i suoi giochi di bambino. Quello che sogna è un futuro da combattente, alla testa di un manipolo di uomini. Sparare, uccidere, avere potere e ricchezza: non c’è nulla che desideri di più. Ma le cose sono destinate a mutare ancora. Quando i talebani strappano il potere ai mujaheddin, la sua famiglia cade in disgrazia. Mentre suo padre si trova in prigione, Farhad conosce la fame, la miseria, l’indottrinamento forzato all’Islam. Condotto allo stadio, viene costretto ad assistere alle lapidazioni del venerdì, le punizioni per gli infedeli, coloro che trasgrediscono le leggi del fondamentalismo. Sarebbe facile cedere all’imbarbarimento, credere a ciò che viene inculcato, diventare come coloro che professano la pace, alimentando la guerra. Ma se fosse possibile un destino diverso? Si può attraversare l’inferno e uscirne redenti?
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