L’INUTILE DISCUSSIONE SULLE QUOTE ROSA (Lea Melandri)

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di Lea Melandri

 

Io non nego l’importanza della presenza femminile nei “luoghi dove si decide”, è sul modo di arrivarci che sollevo critiche e perplessità. Le “quote” anche se riconosciute obtorto collo sono una resa alla logica dello svantaggio da colmare e di una “parità” che presuppone un metro maschile di confronto posto a priori. Se le donne che vogliono entrare nelle istituzioni ponessero da subito, senza temere le contrarietà a cui vanno incontro, condizioni dove è evidente il rapporto uomo-donna in tutti i suoi aspetti, dal modo con cui si fanno le leggi a come si intende la rappresentanza, ecc., otterrebbero sicuramente un largo consenso presso altre, deluse dalla facilità con cui le loro simili si omologano a modelli già dati pur arrivare a un posto di rilievo.

Tutto ciò che si ottiene per benevola concessione, per solidarietà o per adeguamento a ciò che è “politicamente corretto”, non è senza prezzo e, soprattutto, a mio avviso, non è da lì che passa un cambiamento reale e duraturo della convivenza tra i sessi. Non vedo perché un presidente di regione o provincia, un sindaco, un presidente del consiglio non dovrebbero desiderare nella loro squadra donne che hanno scelto e perciò legate a loro da gratitudine, preoccupate perché conservino quel ruolo.

Se manca la consapevolezza che le “discriminazioni”, gli innumerevoli “svantaggi” femminili nella vita pubblica dipendono dai ruoli di genere e dalla divisione del lavoro che da essi ha tratto finora la sua legittimazione “naturale”, le donne possono solo tentare con fatica di fare propri linguaggi, competenze, poteri, creati in loro assenza e svincolati dai bisogni essenziali della conservazione della vita. Il conflitto tra posizioni che potremmo definire di tipo emancipatorio e richiami a un’autonomia di pensiero che richiede processi di liberazione più profondi, era già presente tra le donne impegnate di inizio Novecento. In particolare in Sibilla Aleramo (vedi anche Dovremmo tutti leggere Aleramo). Sappiamo che la storia torna continuamente sui suoi passi. Si può solo sperare che non si limiti a replicare il già noto, e apra invece la strada a sviluppi nuovi e imprevisti.

Se invece di inscrivere in una legge elettorale la parità numerica tra due sessi – perché di sessi si tratta e non di generi, in questo caso, di biologia e non di storia -, ci si impegnasse a cambiare uno dei pilastri della cultura e dell’immaginario maschile presente nella Costituzione, l’articolo 37? Non stiamo parlando di riforme costituzionali? Quale migliore occasione, per le parlamentari che vorrebbero mettere fine alle tante “discriminazioni” riguardanti le donne nella sfera pubblica, che mettere mano all’articolo che, nella sua contraddittorietà, ne costituisce il presupposto originario, e cioè la divisione sessuale del lavoro? Da un lato si dice che «La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore»; dall’altro che «le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare».

Uguaglianza e differenza: ecco il dilemma, ma sarebbe meglio dire il tormentone, che la modernità ha messo sulle spalle delle donne, per non dover ammettere che affrontare le questioni dell’emancipazione femminile comporta affrontare punti di fondo della società in generale. Finché le “condizioni di lavoro”, così come costruite dai sistemi economici e politici maschili, si pensano svincolate dalla riproduzione della società – cura, conservazione della vita, ecc.- solo perché questo sarebbe compito e responsabilità dell’altro sesso, non ci sarà numero di seggi parlamentari femminili sufficiente a garantire alle donne la libertà di esprimere a pieno la loro umanità, e agli uomini di procedere meno soli e distruttivi nel governo del mondo.

Tratto da:

 

https://comune-info.net/linutile-discussione-su-quote-e-parita-di-genere/?utm_source=mailpoet&utm_medium=email&utm_campaign=La+nostra+cecit%C3%A0

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