AGRICOLTURA: PICCOLO È MEGLIO (Giovanni Costantini)

Agricoltura: piccolo è meglio. Intervista a Lucio Cavazzoni

 

Quale differenza tra la grande proprietà agricola e i piccoli agricoltori? Quali le ricadute sul territorio? Quale modello economico e sociale, e di civiltà, promuovono i piccoli agricoltori? Cosa possiamo fare noi come cittadini? Ne parliamo con Lucio Cavazzoni, uno dei pionieri del biologico in Italia, già presidente di Alce Nero e oggi presidente della start up agricola Good Land, perché ci aiuti a capire.

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di: Giovanni Costantini

 

Perché acquistare dai piccoli agricoltori rispetto ai grandi?

Una prima grande differenza tra grande produzione industriale e piccole aziende agricole, racconta Cavazzoni, è una differenza di approccio e di stile di vita: è la distanza che passa tra chi coltiva la terra e chi la terra la vive. I grandi produttori vivono di solito lontano dalle campagne, che vedono come semplice fattore produttivo. Chi vive la terra è colui che della terra si prende cura, che la custodisce, che ne garantisce la fertilità e la biodiversità per il presente e per le generazioni future. Non si tratta, necessariamente, di una questione di dimensioni ma di approccio: piccole aziende possono anche avere 100 ettari di terreno. C’è poi un’altra differenza: la piccola agricoltura, diversamente dalla grande, è una agricoltura partecipativa, un’agricoltura che considera la terra come bene comune. È un’agricoltura strettamente legata ai territori e alla comunità che vive in quei territori. È un’agricoltura che preserva la territorialità, la specificità dei singoli territori. È un’agricoltura che fornisce progettualità a quel territorio, di cui abbiamo tanto bisogno, e non certo di grandi opere, permettendo a quel territorio di sopravvivere. È un’agricoltura che dà lavoro, molto più di quanto non possa fare la grande agricoltura industrializzata. E produce ricchezza. Perché il valore che crea, soprattutto se riesce a combinare la fase produttiva con quella della trasformazione del prodotto, la mantiene sul territorio. Le aziende piccole sono quelle che preservano i territori, soprattutto quelli più depressi e abbandonati economicamente, come le zone interne del Paese. Soprattutto in queste aree le piccole aziende agricole diventano presidi essenziali e preziosi contro la desertificazione sociale e culturale, prima ancora che ambientale, in atto da decenni. Ecco, è la piccola agricoltura che permette a queste tante aree della provincia italiana di poter vivere e sopravvivere. E, come per l’aria pulita, di cui tutti abbiamo bisogno, così del lavoro di questi piccoli agricoltori abbiamo necessità tutti quanti, anche di coloro che vivono nei grandi centri urbani. Per questo la piccola agricoltura, chiosa Cavazzoni, è il nostro futuro.

Se la piccola produzione non usufruisce di economie di scala, i relativi prezzi saranno più elevati rispetto a quelli proposti dalla grande distribuzione?

Dobbiamo innanzitutto capire, ci ricorda Cavazzoni, che il cibo costa più di quanto non siamo abituati a pagare. Oggi in Italia le persone che lavorano nei campi in condizioni di sfruttamento, senza alcun diritto, sono circa 500 mila. Costoro, i nuovi schiavi dell’era moderna, rappresentano oltre il 15% della forza lavoro complessiva impiegata in agricoltura, pari a 3.2 milioni di persone. E poi c’è un problema di distribuzione dei margini di guadagno lungo la filiera produttiva. Se in passato i due terzi dei guadagni andavano alle fasi della produzione e della trasformazione dei beni, mentre il restante terzo andava alla distribuzione, adesso questo rapporto si è invertito. Agli agricoltori in particolare rimane il 5-6 per cento del valore complessivo. Allora diventa fondamentale poterla accorciare questa filiera, avvicinando i produttori a quelli che a Cavazzoni piace chiamare “fruitori” e non consumatori. Ovvero ai cittadini che, con le loro decisioni di acquisto decidono, non di consumare e quindi di distruggere, ma di fruire di un modo di produrre diverso e, nel farlo, di contribuire alla sua crescita. In un approccio di questo tipo, evidentemente le economie di scala non trovano spazio. L’agricoltura industriale applica l’economia di scala dove non si può applicare perché significa applicare un modello che porterà alla desertificazione dei territori. Nell’economia di scala c’è ad esempio la frutticoltura a spalliera, quella che con un’immagine plastica, incisiva e desolante allo stesso tempo, Cavazzoni chiama le “piante crocifisse”. È una frutta che non ha sapore, non ha valore nutrizionale. Qui Cavazzoni ricorda di una sua esperienza personale: era nel Mato Grosso e in aereo sorvolava da minuti un unico campo di mais, geneticamente modificato, con estensione pari all’Umbria. Ecco, questo significa economie di scala in agricoltura: ovvero l’eliminazione della biodiversità, la morte di qualunque forma di vita diversa dalla monocoltura, la progressiva scomparsa di sostanza organica nel terreno.

In una vita caotica, la spesa al supermercato semplifica la vita. Quali soluzioni per acquistare dai singoli produttori?

I supermercati devono smettere di fare gli ipermercati e cominciare a fare mercati veri, sottolinea con forza Cavazzoni. Devono poter vendere tutto ma nel cibo costruire relazione. Ci sono tante iniziative che hanno per obiettivo quello di avvicinare i “cittadini fruitori” ai produttori: i mercati dei contadini, i gruppi di acquisto solidale, gli accordi di pre-acquisto, i GSA. Sono tutte realtà che vanno sviluppate e che permettono di sostenere un diverso modello di agricoltura. E poi c’è un altro aspetto da considerare: l’agricoltura industriale è impostata sullo scambio. In realtà il cibo è relazione. Nel nostro corpo introduciamo due cose: cibo e parole. Bisogna fare attenzione alle parole di cui nutriamo la nostra mente; e al contempo dobbiamo fare attenzione al cibo con il quale alimentiamo il nostro corpo.

Cosa possiamo fare come singoli cittadini?

Come cittadini, ci spiega Cavazzoni, c’è tanto lavoro da fare. Un lavoro che deve partire dalla conoscenza di queste dinamiche, per arrivare alla consapevolezza delle implicazioni che le stesse comportano, per arrivare a un’assunzione di responsabilità nell’agire quotidiano. Perché, conclude Cavazzoni, per avere un’agricoltura diversa abbiamo bisogno dell’uomo, della cura, della filia. E per farlo bisogna costruire una nuova cultura del cibo. Non per filiera ma per filia, per amore del bene pubblico.

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