NON C’È NESSUN FUTURO DA IMMAGINARE (Federico Nejrotti)

La devastazione psichica è ovunque, non c’è nessun futuro da immaginare

 

DA posta@che-fare.com

 

A  menteinpace@libero.it  

 

di Federico Nejrotti

Da sette giorni mi sveglio con la tachicardia e mentre tento di portare il mio battito ad una frequenza che ricordo normale mi lascio sfuggire l’incubo di turno — di questa notte ricordo soltanto che moriva qualcuno e più ci penso e meno riesco a pensare al “dopo”, a quello che dovrebbe succedere quando finirà tutto questo.

Insomma, la tachicardia passa ma ormai il petto è più stretto del solito e non c’è verso di allentarlo: sono le conseguenze logoranti di una trincea personale in cui sono finito per colpa della pandemia e della quarantena necessaria a contenerla. Le statistiche dei contagi italiani sembrano direttamente collegate ai miei tassi di produzione di cortisolo, l’ormone dello stress, e i tentativi di mantenere i contatti con la mia famosa ‘rete sociale’ sono sempre più faticosi tanto che, in un certo senso, si potrebbe dire che mi stia quasi abituando all’isolamento.

Tutti dicono che sarà “un po’ peggio della crisi del 2008” e se penso che quello è stato il singolo evento più negativamente influente per ogni aspetto della vita della mia generazione, quella nata a metà degli anni ‘90, mi viene da ridere. Ho ancora un lavoro, lo posso fare da una casa in cui — sebbene manchi un balcone per lucertolare quotidianamente — sto largo e in solitudine apparentemente serena, sono bianco, sono un maschio, sono in salute e tutti i miei bisogni di base sono soddisfatti — anche la mia famiglia sta piuttosto bene. Quasi tutte le mie conoscenze sono come me, sono in tutto e per tutto un privilegiato.

La crisi del Coronavirus non è come le altre: nessuno di noi ha mai vissuto una quarantena durante una pandemia.

Nella sua pesantezza il momento sembra propizio per immaginare qualcosa di nuovo rispetto allo status quo — sono emersi dei nervi scoperti nella coscienza politica, civile e sociale della collettività, e non ci dovrebbe essere momento migliore per tracciare un’alternativa, per creare una risposta ad un bisogno che è così urgente da essere, stato addirittura, proiettato sulle mura di un edificio a Santiago del Cile durante le proteste di ottobre 2019, “Non vogliamo tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.”  Ma questa situazione non è come le altre: nessuno di noi ha mai vissuto una quarantena durante una pandemia.

Il tentativo di formulare un futuro è ossessivo e in queste settimane l’unico orizzonte è quello del “dopo” — il “dopo” quarantena, il “dopo” pandemia, la crisi che succederà “dopo”, il modello cinese, il modello coreano, i conti che faremo “dopo” con le fabbriche, gli affitti che “dopo” andranno pagati, le feste che faremo “dopo”, il “dopo” fondato su una collettività solidale, quanto “dopo” servirà rimboccarci le maniche, l’idea che la normalità non esista più e il “dopo” sia tutto da immaginare e infine quanto la normalità si perpetui anche nella pandemia, con i più vulnerabili lasciati alla mercé del contagio, tanto da farmi credere che il “dopo” non sarà per niente diverso dal “prima”.

Non vi è ombra di dubbio che il “dopo” si stia costruendo ora e sia misurabile dalla capacità di reazione dei singoli individui, delle città, delle regioni, dei paesi, dei continenti e del pianeta intero: servono nuovi modelli e una ristrutturazione completa dei confini dell’immaginario per poter far emergere un “dopo” che non esacerbi, fino a portarle a rottura, le dinamiche di profonda disuguaglianza sociale, economica e cognitiva che la pandemia sta rendendo più che mai evidenti.

(…)

Possiamo, però, rifiutarci di esercitare il dopo per insistere sull’ora. Possiamo emergere insieme, giorno dopo giorno, con una memoria così forte e vivida del dolore che stiamo tutti vivendo da rendere ogni centimetro di spazio attorno a noi totalmente inospitale a qualunque azione che non sia imperativamente solidale. Quando il dopo verrà dobbiamo pretendere di ricordarci che questo dolore c’era già, e non dobbiamo più permetterlo.

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Sono andato in pensione l’1 marzo del 2020. E, invece della tanto agognata libertà del “finalmente faccio quello che voglio quando voglio”, mi sono ritrovato tre mesi di arresti domiciliari!  
Così ho cominciato a buttar giù schizzi di sensazioni, brevi storie che riecheggiassero le esperienze straordinarie che tutti stavamo facendo in quel periodo, da pubblicare sulla mia pagina Facebook, per condividere emozioni e “tenere memoria” di quanto stava avvenendo: una condizione talmente fuori dal normale che, una volta superata l’emergenza, potrebbe essere rimossa e magari in gran parte dimenticata. Ma della quale sarebbe bene non scordare mai quel che ci ha tolto, insieme a ciò che ci ha insegnato. 

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Alberto Arnaudo, medico, ha diretto il Servizio di Patologia delle Dipendenze (SerD) di Cuneo fino al 2020. In pensione, si dedica ad attività di formazione nel campo delle Addiction, e può coltivare con maggior tranquillità la sua passione per la letteratura. 

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