LA FRAGILITÀ È LA VERITÀ DELLE NOSTRE VITE (Maria Pia Veladiano)

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È incomprensibile come ci sorprenda la fragilità. Eppure siamo intessuti di fragilità. Ci ammaliamo, anche da giovani, anche da bambini. Si cade. Ci si dimentica. Ci sbagliamo. Siamo capaci di tradire. Veniamo traditi. A volte le forze, fisiche e psichiche, vengono meno. Ma teniamo, come dire, sotto orizzonte tutto questo, li consideriamo incidenti di un percorso luminoso e ben difeso. Difeso dalla consapevolezza, perché la fragilità è ovunque, e bisogna soprattutto impegnarsi per non vederla. Ci sono i timidi a scuola. “È timido” sembra una malattia da curare, si convocano i genitori, si dà un voto in meno in condotta perché lo studente non interviene, non si ha la pazienza di aspettare la risposta, di incoraggiare a essere quello che si è. E poi si continua col chiamare sfigati quelli che non si fanno valere, con l’allontanare la povertà dalle piazze per motivi di decoro, e poi le malattie dentro gli ospedali, i vecchi nelle case di riposo. Via dagli occhi, via via. Quel che non si vede non c’è. E così quando la fragilità si impone, nella forma di una torsione lancinante del nostro sguardo, costretto a vederla negli occhi sgomenti di chi amiamo, che non ci riconoscono, non riconoscono proprio noi, figli, mariti, affetti carissimi, allora almeno per un momento siamo fermi, un momento in cui dobbiamo decidere se questa volta vogliamo ancora scappare oppure se della nostra vita può far parte quella verità assoluta che è la sua fragilità.

C’è questa idea, mito, folle autoconvinzione che la vita sia vita solo se si riesce a ignorare la sua fragilità. Ma la fragilità, con tutto il suo disordine, è la verità delle nostre vite. La vita è sempre fragile e disordinata. Ecco la verità. I ragazzi a scuola sono fragili e disordinati. Ce lo ricordano ogni giorno con la forza del loro essere nuovi e noi ne abbiamo paura. ecco perché chiediamo una diagnosi. La diagnosi ci rassicura. È circoscritta la diagnosi. È un problema che va risolto con interventi dispensativi o compensativi.

La risposta giusta sarebbe: “È lui signora, tutto qui”. Invece preferiamo che sia malato, disturbo dell’attenzione, possibile lieve dislessia, possibile lieve disturbo dello spettro autistico, perché pensiamo di poterlo curare o di poter accusare i dottori, la scuola, il mondo.

Tutto qui.

 

 

 

Tratto da:

 

Maria Pia Veladiano, Adesso che sei qui, Ugo Guanda Editore, Milano, 2021, pagg. 182-183

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Farhad Bitani

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«Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi trentatré anni di vita. Adesso le racconto. Ho lasciato le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità».

Inizia così la sconvolgente testimonianza di Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito, un giovane uomo che ha attraversato da osservatore privilegiato la storia dell’Afghanistan: dal potere dei mujaheddin ai talebani fino al governo attuale, che vive sotto l’ombrello occidentale.
Farhad nasce a Kabul nel 1986, ultimo di sei fratelli. Suo padre è un generale dell’esercito di Mohammad Najibullah Ahmadzai, il quarto e ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Ma, con la presa del potere da parte dei 
mujaheddin, nel 1992, le cose cambiano. Solo rinnegando il passato e diventando un mujahed, il padre di Farhad avrà salva la vita.

Da quel momento l’esistenza del giovane Farhad cambia radicalmente. La sua famiglia si trasferisce in una grande casa, presidiata dagli uomini della scorta. È a loro che Farhad chiede in prestito le armi, per i suoi giochi di bambino. Quello che sogna è un futuro da combattente, alla testa di un manipolo di uomini. Sparare, uccidere, avere potere e ricchezza: non c’è nulla che desideri di più. Ma le cose sono destinate a mutare ancora. Quando i talebani strappano il potere ai mujaheddin, la sua famiglia cade in disgrazia. Mentre suo padre si trova in prigione, Farhad conosce la fame, la miseria, l’indottrinamento forzato all’Islam. Condotto allo stadio, viene costretto ad assistere alle lapidazioni del venerdì, le punizioni per gli infedeli, coloro che trasgrediscono le leggi del fondamentalismo. Sarebbe facile cedere all’imbarbarimento, credere a ciò che viene inculcato, diventare come coloro che professano la pace, alimentando la guerra. Ma se fosse possibile un destino diverso? Si può attraversare l’inferno e uscirne redenti?
Da guerriero islamista a dialogatore per la pace, attraverso questo libro possente e drammatico Farhad Bitani offre al mondo il vero volto dell’Afghanistan, raccontando in maniera vivida la guerra civile, la violenza gratuita, le perversioni del potere e l’uso della religione come strumento politico. 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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