DISAGIO MENTALE: QUANDO SI PUÒ PARLARE DI GUARIGIONE?

LE PAROLE DEL DISAGIO MENTALE

Per chi soffre di una patologia mentale quando si può parlare di guarigione? È importante per lo psichiatra sottolineare la possibilità di guarire? 

 

di Claudio Agostin

 

Tratto da LIBERALAMENTE, il giornale del fareassieme della salute mentale di Trento, n.151, Luglio 2021.

 

È un tema che abbiamo già affrontato più volte ma che volentieri riprendo cercando magari di sottolineare alcune questioni. Intanto, con il rischio forse di ripetermi rispetto a precedenti interventi, vorrei affermare con forza alcune cose:

1. La guarigione è probabilmente l’esito più frequente di molte malattie mentali, certamente dei singoli episodi di malattia. La guarigione è infatti il punto di approdo, sempre, degli episodi depressivi e di eccitamento, che invariabilmente si spengono dopo un periodo di acuzie, pur potendo a distanza di tempo ripresentarsi; è inoltre l’esito più frequente delle psicosi schizofreniche, che in un terzo dei casi guariscono senza più ripresentarsi e in un terzo guariscono per riaccendersi solo a distanza di tempo (dati OMS); è infine la norma per quanto attiene molte altre patologie in cui l’emergenza psicopatologica è un’esperienza transitoria che annuncia un nuovo equilibrio che seguirà alla rottura.

2. La guarigione non può identificarsi tout-court con la scomparsa dei sintomi e la restituzione allo stato antecedente il processo morboso (la cosiddetta restitutio ad integrum dei latini). Se infatti un equilibrio si è rotto significa che il mutare delle circostanze e degli assetti della vita - elementi distintivi del vivere - richiedeva nuovi assetti, diversi dai precedenti. Significherà anche, con buona probabilità, che alcune istanze emotive che non trovavano accoglienza nel precedente assetto dovranno essere riconosciute e accolte per poter essere integrate nella personalità.

3. Talvolta, quando gli equilibri saltano, sviluppiamo una malattia fisica (la classica influenza in periodi di forte stress o stanchezza); talvolta invece la malattia prende connotazioni più psichiche che fisiche. In ogni caso quando si guarisce il nuovo equilibrio dovrà fare tesoro dell’esperienza del malessere, pena una ricaduta a breve. Ciò vale a mio avviso per le malattie fisiche esattamente come per quelle psichiche.

 

Le malattie dunque, soprattutto quelle severe, bussano alle nostre porte e ci invitano a fermarci per ascoltare ciò che avevamo trascurato, ci suggeriscono di ripensare alle nostre vite. Sono dunque occasioni, per quanto dolorose, per affrontare cambiamenti che non dovrebbero essere evitati. La guarigione pertanto non può e non deve essere identificata con la sola scomparsa dei sintomi, ma come un nuovo assetto che permetta, almeno per un po’, di non ricadere malati. Questo nuovo assetto è ciò che definirei singolarità, ovvero il diritto (e in un certo senso la responsabilità) di essere se stessi in modo flessibile, adattando la nostra rotta al mutare degli scenari che la vita ci offre. Questa singolarità, talvolta, potrà anche differire in modo significativo da ciò che i più considerano come “norma”, ed in tal caso richiederà coraggio e, perché no, orgoglio della propria diversità. Vorrei chiudere con una risposta netta: certo, si può sempre guarire dalle patologie mentali e gli operatori della salute mentale hanno la responsabilità di trasmettere questo messaggio, incoraggiando sempre i pazienti a credere in questa prospettiva.

 

Claudio Agostin

 

Tratto da LIBERALAMENTE, il giornale del fareassieme della salute mentale di Trento, n.151, Luglio 2021.

 

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