IL PRIMO APPROCCIO IN UN REPARTO PSICHIATRICO (Gianfranco Conforti)

 

Susanna, delle Parole Ritrovate1 di Verona ed Alba, delle Parole Ritrovate di Aosta mi hanno dato un suggerimento che forse è una (giusta) provocazione: nel mondo della psichiatria si cercano le testimonianze di utenti e familiari sui loro vissuti, sulle loro emozioni. Ma perché non leggere anche i vissuti di chi in psichiatria riveste il ruolo di operatore?

Ad onor del vero vi sono tantissimi libri scritti da psichiatri, infermieri, psicologi, educatori sui propri vissuti professionali.

Ma io non ho mai scritto più di tanto.

Per cui accetto la sfida e ci provo, anche se sono passati due anni dal mio ultimo giorno di lavoro in un reparto psichiatrico. Non sono in grado di usare termini tecnici per cui farò riferimento a quanto ricordo.

 

Provo ad iniziare dal primo momento in cui si entra in un reparto psichiatrico o SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura).

 

Noi operatori, quando apriamo la porta del reparto, spesso chiusa a chiave, per far entrare un paziente2, dovremmo tenere sempre presente che chi abbiamo di fronte è già stato a contatto con altre persone (familiari, forze dell’ordine, operatori del 118, del Dipartimento di Emergenza ed Accettazione, barellieri, ecc.) che spesso o sono in conflitto con lui (incomprensioni e tensioni familiari) o non lo conoscono e spesso cercano di inviarlo il prima possibile in psichiatria per smaltire l’afflusso degli utenti al DEA. Se lo conoscono, perché giunge spesso in Ospedale, possono avere un atteggiamento ambivalente: o sono espulsivi e stigmatizzanti e ciò fa aumentare la tensione, oppure sono professionalmente accoglienti e ciò facilita il nostro compito. Questa ambivalenza vale anche per le forze dell’ordine: a volte un carabiniere o poliziotto, che conosce l’utente e sa come prenderlo, ti risolve la tensione. 

 

Il primo momento è molto importante: occorre valutare, rimanendo in contatto con le proprie emozioni, se ed in che misura c’è la disponibilità alla relazione. Lo sguardo dice molto. Il nostro deve essere il più neutro possibile, e deve “vedere” se chi ci sta di fronte ha “voglia” di guardarci. Se, cioè, ha mantenuto o vuole mantenere il contatto con l’esterno. Queste considerazioni valgono soprattutto per un primo accesso, perché con i nostri utenti abituali è (quasi sempre) tutto più facile.

 

Nell’accompagnare l’utente in sala visita (ammesso che si lasci accompagnare) occorre valutare il linguaggio non verbale (che non mente mai, ma bisogna saperlo decodificare), stando attenti al nostro linguaggio (sia verbale che non). Ad esempio mi ricordo di una donna che aveva agiti autolesivi (si tagliava e poi nascondeva il braccio facendo il “muso”): guai a dirle: “non fare la bambina!”, e purtroppo una volta mi scappò di dirglielo. Lei me lo fece notare per cui me lo attaccai all’orecchio e fu un bell’insegnamento. Oppure ricordo un’altra utente (adesso in buon compenso) che, oltre ai disturbi del comportamento alimentare che l’avevano portata due volte sul punto di morire, aveva anche un grave disturbo psicotico. In un ricovero in cui era una settimana (e forse anche di più) che non solo non mangiava ma non riusciva neanche a bere, non aveva senso dirle che “doveva” bere. Bere è la cosa più naturale, ma non per lei, in quel momento. Anche qui a me scappò di indicarle il rubinetto invitandola a bere: lei mi guardò con uno sguardo intensissimo come per dire “Eh…se ci riuscissi…”. Con lei ci frequentiamo ancora e spesso, perché abbiamo costruito una piccola rete territoriale di volontari (siamo in tre) che l’aiutano a fare la spesa o altre commissioni e, ogni tanto, andiamo a mangiare fuori (che, per chi ha sofferto di disturbi alimentari, non è cosa di poco conto).

 

Durante il primo colloquio occorre “spingere” sul rapporto empatico, senza esagerare perché i nostri pazienti sono molto sensibili, lo notano e dà loro fastidio. Ad esempio se noti una sudorazione profusa o secchezza delle fauci costa poco e aiuta molto nella relazione porgere un bicchiere d’acqua senza che te lo venga chiesto. Se chi è giunto in reparto e cerca di trattenere le lacrime può servire mettersi, con delicatezza, al suo fianco e porgere una salvietta di carta. Se ti ringrazia con gli occhi, ciò dà una bellissima emozione perché ti fa capire che il tuo aiuto è stato apprezzato.

 

Sembrano cose banali ma sono la base di una relazione umana, che purtroppo a volte manca.

 

C’è una bellissima frase dello psichiatra Eugenio Borgna:

“Non è necessario avere fatto studi di psicologia, o di psichiatria, per avviarsi a conoscere quali siano gli stati d’animo e le emozioni di una persona malata, e di quale aiuto questa abbia bisogno, e sono invece necessarie doti di sensibilità e di attenzione, di generosità e di intuizione, che sono presenti, o assenti, al di là degli studi che si siano fatti”3

 

Sulla stessa lunghezza d’onda sono le parole della poetessa  Emily Dickinson, dove dice:

 

“Ad un cuore spezzato

nessun cuore si volga

se non quello che ha l’arduo privilegio

d’aver altrettanto sofferto”4

 

Queste due citazioni non fanno altro che avvalorare la tesi di quanto sia importante il coinvolgimento del supporto fra pari e cioè degli “esperti per esperienza”, siano essi utenti o ex utenti e loro familiari.

 

Gianfranco Conforti

Volontario di MenteInPace

 

 

1 – Le Parole Ritrovate è un movimento a livello nazionale che opera per il superamento del pregiudizio nei confronti dei malati psichiatrici e delle loro famiglie. È nato a Trento, ma si è diffuso in quasi tutte le regioni. Propone la metodologia del fareassieme e cioè una gestione dei servizi di salute mentale che coinvolga, insieme agli operatori ed alla pari pur con diverse competenze e ruoli, anche gli utenti ed i familiari come “esperti per esperienza” (UFE, Utenti e Familiari Esperti). Mette in rete varie associazioni che si muovono, a livello locale, con gli stessi principi.

2 – Brutta  parola che indica, oltre al patire, anche la pazienza, atteggiamento che dovremmo avere noi operatori e non gli utenti.

3 – Eugenio Borgna, La solitudine dell’anima, Feltrinelli, Milano, 2011, pag.130.

 

4 – Eugenio Borgna, op. cit., pag. 55. Da Tutte le poesie, a cura di Marisa Bulgheroni, Meridiani Mondadori, Milano, 1997

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Commenti: 1
  • #1

    Susanna Brunelli (martedì, 03 agosto 2021 09:33)

    Grazie Gianfranco, detto PACO per aver aver accolto la proposta mia e di Alba, è molto importante conoscere i sentimenti, i comportamenti e le risposte al disagio di tutti, perchè il parere dell'utente spesso non è il parere del famigliare e il parere del famigliare non è quello dell'operatore e/o del dottore ancora meno dei cittadini che non conoscono l'argomento, ognuno vive la situazione da vari punti di vista dai quali la prospettiva cambia , molto interessante quello che hai raccontato, dalle tue parole si capisce che c'è attenzione alla persona e una certa sensibilità all'ascolto dell'altro, questo può farmi solo che piacere
    Vera mente se non ci mettiamo insieme vedremo tutto da un solo punto di vista ma basta spostarsi un pò per cogliere qualcosa che prima non si vedeva , Grazie che hai " ri trovato le parole " ! Susanna B.

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La mente e il cuore. Platone invita a privilegiare la mente razionale capace di governare le passioni del cuore. Ma noi non possiamo dimenticare che anche il cuore ha le sue ragioni. Anzi, prima che la mente giungesse a guidare la vita dell’uomo, per i nostri antenati la vita era governata dal cuore, che con le sue sensazioni giungeva a capire, come peraltro fanno gli animali, in modo rapido e senza riflettere, che cosa è vantaggioso e che cosa è pericoloso per il mantenimento della vita. Il cuore promuove le azioni più rapidamente della ragione e senza troppo indugiare sul da farsi, perché il mondo non è ospitale e i pericoli, che sono a ogni passo, richiedono decisioni immediate. Le decisioni del cuore sono promosse dalle emozioni come la paura che il cuore avverte di fronte al pericolo, o come il desiderio che approda all’accoppiamento per la preservazione della specie. Tutto questo senza riflettere, perché la luce della ragione ancora non c’è. La nostra è un’epoca di spaventosa espansione della razionalità tecnica. Da un lato, questa espansione impone la rimozione delle emozioni e dall’altro innesca una reazione di ritirata emotiva nel proprio sentimento, assunto come unica legge di vita. A questo si aggiungono la ricerca costante di visibilità e di notorietà, che trasformano le nostre emozioni in merci. Ma allora siamo ancora capaci di riconoscere che cosa sia un’emozione? Umberto Galimberti costruisce un cammino straordinario nelle profondità del nostro vissuto e ci insegna a ritrovare il nostro spazio intimo, cioè lo spazio che si nega al pubblico per concederlo a chi si vuol fare entrare nel proprio segreto profondo e spesso ignoto a noi stessi.

 

 

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