L’ASSORDANTE SILENZIO (L’uomo ombra Angelo S. )

Essere Isolati.  Si può essere isolati in tanti modi, ma l’isolamento che voglio raccontare è particolare perché parla di una condanna dentro una condanna.

 

DA varieventuali@rossetorri.it

18-08-2021 08:33

A  menteinpace@libero.it  

 

Mi sono chiesto molte volte se i giudici, quando danno la sentenza di condanna  e specialmente per certe condanne,  si ricordino cosa dice l’art. 27 della nostra Costituzione,  in particolare quando pronunciano condanne come l’ergastolo, che già di suo è anticostituzionale,  e poi come se non bastasse ci aggiungono “l’accessorio”, e cioè l’isolamento. Forse mi sono sempre chiesto una cosa  stupida,  perché i giudici, alla fine dei conti, quando pronunciano la sentenza si coprono dietro:…” visti gli articoli…!” E “… nel nome del popolo italiano”.

Quando la pena accessoria dell’isolamento viene data ad appartenenti ad associazioni mafiose o, a terroristi  ci può stare (anche se personalmente non sono d’accordo), perché si dice che altrimenti possono continuare ad avere contatti con l’esterno, e i capi possono continuare ad impartire ordini; ma quando la pena accessoria dell’isolamento viene data anche per reati “comuni” (ricordando che l’isolamento va da alcuni mesi ad alcuni anni e a volte fino all’ultimo giorno…di vita, a parte … nel caso dell’isolamento per ragioni disciplinari che viene inflitto all’interno dell’istituto dove si è reclusi), allora è come mummificare la persona. Per me una cosa del genere ha solo un nome: vendetta. E’ lo stato che si vendica, e Io stato non può, o meglio, non dovrebbe  permettersi una cosa del genere.

lo appartengo a quella schiera di “fortunati”;  perché il giorno che mi è stata inflitta la condanna all’ergastolo, fine pena mai, o meglio ancora fine pena 9999, la corte ha ritenuto giusto  farmi un regalo, aggiungendo l’isolamento. Praticamente ad una legge anticostituzionale ne ha aggiunta un’altra, e in confronto a tanti mi ritengo fortunato, perché ho avuto solo “‘pochi” mesi di isolamento.

Mesi durante i quali ero solo, uscivo dalla cella la mattina per andare in infermeria per il tempo di pesarmi e misurarmi la pressione (15-20 minuti); l’aria la vedevo, la sentivo  attraverso  le sbarre coperte da una rete tipo quelle dei pollai, con la differenza che la rete  davanti alle sbarre ha i buchi di mezzo centimetro quadrato, e perciò conveniva non guardare tanto altrimenti facevano male gli occhi.

 Durante quel periodo non mi è stato mai permesso (a parte le solite visite in infermeria) di uscire dalla cella per fare quattro passi all’aperto, … (oltretutto anche i “quattro passi” sono previsti dalla legge anche durante l’isolamento) e penso che il regolamento penitenziario, e le leggi italiane, dovrebbero essere uguali in tutta Italia e non soggette a libera interpretazione delle varie direzioni a seconda della città o regione nelle quali uno si trova a scontare la propria pena, ma a quanto pare a qualcuno i regolamenti piace farli rispettare dimenticandosi di rispettarli lui stesso.

Quando mi mancavano ormai circa una quindicina di giorni alla fine della mia “pena accessoria”, una mattina mi portano a fare la solita visita, e decido di lamentarmi con il dottore che era di turno quel giorno, e gli espongo il trattamento al quale ero sottoposto.

Il dottore nell’ascoltarmi rimane scosso, mi dice che la cosa è inammissibile e che ci penserà lui ad intervenire con la direzione, e la mattina dopo alle 9 si presenta un agente di custodia, e mi chiede se voglio andare all’aria, al che, io chiedo in quale aria sarei andato, e l’agente mi spiega dove, io rispondo che non mi sentivo un canarino (perché praticamente sarei andato a fare l’aria in un luogo grande come la cella in cui mi trovavo con la differenza che il soffitto invece dei mattoni aveva una grata metallica con i buchi grandi della stessa dimensione della rete che avevo alla finestra della mia cella), che piuttosto di andare in quel buco preferivo guardare l’aria dalla finestra della cella. Dopo 15 giorni finì la mia pena “accessoria” e cominciai la mia “normale” detenzione.

Spero che la riforma della giustizia proposta dalla ministra Cartabia (E DALL’UNIONE EUROPEA) serva finalmente a far cambiare le cose nelle nostre carceri, perché se continua così, noi non possiamo dire di vivere, possiamo solo dire di cercare di sopravvivere.

 

L’uomo ombra Angelo S.

 

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Farhad Bitani

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«Sono tante, forse troppe, le cose che ho visto nei miei primi trentatré anni di vita. Adesso le racconto. Ho lasciato le armi per impugnare la penna. Traccio i fatti senza addolcirli, senza velarli. Dopo aver vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza nell’ipocrisia, ho un tremendo bisogno di verità».

Inizia così la sconvolgente testimonianza di Farhad Bitani, ex capitano dell’esercito, un giovane uomo che ha attraversato da osservatore privilegiato la storia dell’Afghanistan: dal potere dei mujaheddin ai talebani fino al governo attuale, che vive sotto l’ombrello occidentale.
Farhad nasce a Kabul nel 1986, ultimo di sei fratelli. Suo padre è un generale dell’esercito di Mohammad Najibullah Ahmadzai, il quarto e ultimo presidente della Repubblica Democratica dell’Afghanistan. Ma, con la presa del potere da parte dei 
mujaheddin, nel 1992, le cose cambiano. Solo rinnegando il passato e diventando un mujahed, il padre di Farhad avrà salva la vita.

Da quel momento l’esistenza del giovane Farhad cambia radicalmente. La sua famiglia si trasferisce in una grande casa, presidiata dagli uomini della scorta. È a loro che Farhad chiede in prestito le armi, per i suoi giochi di bambino. Quello che sogna è un futuro da combattente, alla testa di un manipolo di uomini. Sparare, uccidere, avere potere e ricchezza: non c’è nulla che desideri di più. Ma le cose sono destinate a mutare ancora. Quando i talebani strappano il potere ai mujaheddin, la sua famiglia cade in disgrazia. Mentre suo padre si trova in prigione, Farhad conosce la fame, la miseria, l’indottrinamento forzato all’Islam. Condotto allo stadio, viene costretto ad assistere alle lapidazioni del venerdì, le punizioni per gli infedeli, coloro che trasgrediscono le leggi del fondamentalismo. Sarebbe facile cedere all’imbarbarimento, credere a ciò che viene inculcato, diventare come coloro che professano la pace, alimentando la guerra. Ma se fosse possibile un destino diverso? Si può attraversare l’inferno e uscirne redenti?
Da guerriero islamista a dialogatore per la pace, attraverso questo libro possente e drammatico Farhad Bitani offre al mondo il vero volto dell’Afghanistan, raccontando in maniera vivida la guerra civile, la violenza gratuita, le perversioni del potere e l’uso della religione come strumento politico. 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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