MAURO GUERRA, ucciso in un T.S.O. che non era un T.S.O. (Emilio Robotti)

LA STORIA DI MAURO GUERRA,

ucciso in un t.s.o. che non era un t.s.o.

 

argomento  segnalato da Anna Gatti

 

Presidente A.I.T.Sa.M.

Associazione Italiana per la Tutela della Salute Mentale,

Padova

Anna fa parte anche del Movimento nazionale LE PAROLE RITROVATE

 

 

La morte di Mauro.

 

Ho conosciuto Mauro Guerra - ucciso il 29 luglio del 2015 in un T.S.O. che non era un T.S.O. - prima attraverso la sentenza del giudice penale relativa ai fatti che hanno portato alla sua morte, per mano del comandante della Caserma dei Carabinieri del paese, Carmignano di Sant’Urbano, in provincia di Padova dove abitava. Poi, in una iniziativa pubblica a Padova, nella quale ero stato invitato proprio per commentare il caso e la Sentenza, ho conosciuto Mauro anche attraverso le parole di sua madre e di sua sorella.

Lo ammetto, se prima di incontrare la mamma e la sorella di Mauro ero riuscito a mantenere un certo distacco preparandomi una relazione, le parole di una madre che ha perduto un figlio e dell’altra figlia che ha perso il fratello hanno completamente azzerato il distacco.

Perché se sei portato ad immedesimarti con chi ha perduto un figlio, sai quale sia il dolore e sai che non potrà essere mai superato: puoi solo imparare a sopravvivere a quel dolore.

Questo era un avvertimento: cercherò di essere oggettivo, ma non è detto che ci riesca completamente, ammesso sia possibile essere assolutamente oggettivi: deciderete voi.

L’incontro con la mamma e la sorella di Mauro e con i due giornalisti (Roberta Polese e Ivan Grozny Compasso) che seguendo la vicenda, hanno dato un’immagine di Mauro e della  sua morte che ha contribuito ad una diversa direzione delle indagini fino ad arrivare al processo, con l’imputazione di eccesso colposo di legittima difesa.

 

Mauro era un ragazzo grande e grosso, palestrato, laureato in Economia e Commercio. Aveva svolto il servizio militare ausiliario nel Reggimento Paracadutisti Tuscania dei Carabinieri, abitava con i genitori ed il fratello più piccolo proprio a poca distanza dalla Caserma dell’Arma, dove era giunto da non molto tempo prima della sua morte, un nuovo comandante. Che ucciderà Mauro.

 

Nel luglio del 2015, Mauro apprende una notizia (falsa) secondo cui alcuni richiedenti asilo in un centro di accoglienza avrebbero rifiutato il cibo offerto.  Mauro è a casa, il suo tirocinio professionale come commercialista si è interrotto qualche tempo prima.

La notizia (falsa) lo colpisce; come molti suoi cittadini abbocca alla “fake news”, una delle tante simili che girano sui social network. Decide così di andare dai Carabinieri, a cui sente ancora di appartenere, a chiedere il permesso per fare una manifestazione di protesta. Senza sapere che così avvierà la macchina che lo ucciderà. 

In Caserma non trova il nuovo Comandante, che però viene informato della visita di Mauro e che vede i disegni, a contenuto mistico, lasciati nel corso della visita. Il Comandante decide di far convocare Mauro. Ma lo ritiene pericoloso, non vuole incontrarlo da solo e si preoccupa di avere un numero ritenuto sufficiente di uomini in Caserma per l’evento. 

A leggere la Sentenza, si percepisce il timore del comandante, imputato di eccesso di legittima difesa (dopo essere stato derubricato il reato inizialmente iscritto nella notizia di reato, omicidio volontario) nei confronti di Mauro e si percepisce l’immedesimazione in questo timore del Giudice, che ripetutamente fa riferimento alla prestanza fisica della vittima.

Il comandante incontra Mauro e di fronte a questo ragazzo grande e grosso, che gli espone l’intenzione di fare una manifestazione contro i richiedenti protezione o comunque i musulmani e gli consegna ancora questi strani disegni, gli propone di farsi curare, cosa che Mauro non gradisce affatto e lo fa capire: secondo la sentenza, cerca di fuggire temendo di essere ricoverato, tenta e di arrampicarsi sul reticolato di cinta della caserma perdendo le infradito che porta ai piedi. I carabinieri, di fronte a questa reazione - certamente non aggressiva -aprono il cancello della Caserma e Mauro può uscire, tornando a casa.

 

Il comportamento di Mauro, che non ha fatto male ad una mosca, conferma però il comandante nella sua idea; Mauro è grande e grosso, matto e pure pericoloso: bisogna fare un Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Anche se Mauro, in effetti, dopo la convocazione in caserma e la fuga, è nel frattempo tornato a casa sua e dipinge nel suo giardino tranquillamente. Il Comandante non si cura di questo. Non gli interessa, ha già fatto la diagnosi e la prognosi: ha deciso che occorre un T.S.O..

 

Chiama il 118, chiede un’ambulanza, poi chiama per avere uomini di rinforzo “per eseguire un T.S.O.”. Da lì in poi, è un crescendo di comportamenti assolutamente illegittimi e sbagliati sotto ogni profilo, sanitario come in diritto, dei carabinieri. Che in forza vanno dentro il giardino di casa di Mauro, tentano di fargli bere una bibita con dei calmanti - forniti dai militi dell’ambulanza - di nascosto. Se ne accorge e la cosa che lo fa infuriare.

Voi vi sareste infuriati, al suo posto?

Mauro sì… si infuria, ma ancora una volta, non fa male a nessuno e rimane in casa sua, nel suo giardino.

Sempre accerchiato e controllato a vista dai Carabinieri.

Mauro sarà anche stato così pericoloso e così matto. Ma risulta dalla Sentenza che ancora in casa sua e senza aver fino a quel momento fatto nulla, fa anche notare ai Carabineri che il loro comportamento è illegittimo, che lui ha dei diritti, chiede se ci sia un provvedimento dell’Autorità che abbia deciso che deve essere ricoverato o comunque che lo costringe a curarsi.

Il provvedimento non c’è.

Voi che avreste fatto al suo posto?

Non avreste potuto chiamare la forza pubblica: avreste forse chiamato un avvocato? Oppure, di fronte all’accusa - non prevista in nessuna legge - di essere matto, avreste chiamato il Vostro  psichiatra per certificare la vostra perfetta salute mentale? Mauro non fa nulla di questo e continua a non far nulla di male a nessuno. 

Nel giardino di casa sua, nel caldo afoso di agosto, circondato da tutti quei Carabinieri, Mauro è sempre più esasperato e compie una serie di atti forse dimostrativi, sempre senza far male a nessuno: agita un bilanciere e due pesi, si spoglia quasi completamente (cosa poi non così strana sotto il sole cocente in giardino, a pensarci), picchia per terra il bilanciere - già difficile da maneggiare e lo piega. Lo fa in casa sua e senza fare male a nessuno: la Sentenza dà atto che i Carabinieri non si sentono minacciati da questo ed infatti nemmeno si spostano di fronte a questo agito di Mauro.

Al Comandante dicono che un conoscente di Mauro potrebbe essere chiamato e intervenire per calmarlo.

Forse, però l’unica cosa che veramente potrebbe calmare Mauro, sarebbe lasciarlo senza tutti quei Carabinieri a casa sua, nel suo giardino, a riprendere a dipingere.

Anche la madre di Mauro è stata avvertita, non riesce a capire cosa stia succedendo, non viene fatta avvicinare a suo figlio, ancora a casa sua, le dicono che Mauro sta male ed è pericoloso.

Il fratello più piccolo di Mauro, che è sconvolto da quanto sta accadendo e piange, viene fatto rifugiare dalla sorella più grande, che abita poco lontano.

Il crescendo di tensione nel caldo soffocante del giorno è troppo: Mauro ad un certo punto decide di fuggire da una casa che non è più casa sua, ma è diventata il teatro di una operazione militare costruita per catturarlo e costringerlo a curarsi.

Scappa, scalzo ed in mutande, entra nel bar del paese chiedendo aiuto, poi prosegue la fuga nei campi, sempre a piedi nudi, sempre inseguito dai carabinieri in divisa ed armati, che seppure calzati, non riescono a tenergli dietro.

Solo uno dei Carabinieri, un Brigadiere che è un corridore dilettante, riesce a tenere il passo di Mauro. Più indietro, il comandante della caserma che ha disposto il T.S.O.

L’inseguimento prosegue fino a che Mauro, chissà perché, si ferma ed offre al suo inseguitore più prossimo le braccia per le manette, con un gesto plateale.

Il Brigadiere corridore non se lo fa dire due volte: perché lo inseguivano, non dovevano forse catturarlo? Il Brigadiere prende le manette e inizia a farle chiudere su uno dei polsi di Mauro.

Quando questo accade, Mauro ha cambiato idea, non vuole farsi ammanettare; o forse non aveva mai avuto intenzione di farsi ammanettare, il suo gesto voleva solo dire “non ho fatto niente, non ho commesso nessun reato, volete arrestarmi? Ecco, mettetemi le manette”.

Mauro non potrà mai spiegarlo.

La Sentenza spiega, sulla base delle testimonianze dei Carabinieri, che Mauro a quel punto agita la mano imprigionata e colpisce con la manetta il Brigadiere corridore. Che il Brigadiere corridore cade per terra, il sangue della ferita inferta con la manetta a coprirgli il viso. Che Mauro sale sopra al Brigadiere, bloccandogli le braccia e percuotendolo con la manetta. Che il Comandante è nel frattempo arrivato, un metro e mezzo circa, che il Comandante teme per la vita del Brigadiere a terra, teme per la sua incolumità, teme l’inefficacia di un intervento diverso. Che il Comandante estrae la pistola e spara, mirando al braccio ammanettato di Mauro. Che il braccio di Mauro si alza e si abbassa per continuare a colpire il Brigadiere a terra ed il proiettile, invece che il braccio, colpisce il fianco di Mauro, trapassando gli organi vitali e lasciandolo a terra agonizzante, per poi spirare.

 

La morte di Mauro è descritta così nelle testimonianze dei Carabinieri presenti e nella Sentenza, incerta nel determinare la esatta distanza da cui è stato sparato il colpo mortale. Sappiamo però, sempre dalla Sentenza, che il brigadiere colpito con la manetta da Mauro non ha avuto necessità di nemmeno un punto di sutura per la ferita alla testa e che il Comandante che ha sparato è un istruttore di tiro. Sappiamo dalla Sentenza che nella concitazione di fatti, la scena del crimine è stata involontariamente inquinata dagli stessi Carabinieri intervenuti e dai sanitari accorsi per soccorrere inutilmente Mauro che agonizzava.

 

Emilio Robotti

 

L’articolo continua

CLICCA QUI

 

 

Tratto da: http://www.psychiatryonline.it/node/8023

Scrivi commento

Commenti: 1
  • #1

    Susanna Brunelli (lunedì, 23 agosto 2021 20:00)

    TERRIBILE !!!!!

 Questo sito è iniziato

il 02-06-2014

 

TOTALE

VISITE: 111.325

 

MEDIA 

GIORNALIERA

VISITE 

negli ultimi 30 giorni: 85

Dati aggiornati

al 21-10-2021

---------------------------------

DATI COMPLETI SITO MENTEINPACE
anni 2014-2020
DATI SITO 2014-2020.pdf
Documento Adobe Acrobat 798.9 KB

PROGETTO

"COSA SI FA DI BELLO?"

anni 2020-2021

PROGETTO: "COSA SI FA DI BELLO?"
anni 2020-2021
cosa si fa di bello.pdf
Documento Adobe Acrobat 523.8 KB

PROGETTO

"ANCORA INSIEME" Relazione finale

PROGETTO "ANCORA INSIEME"
Relazione finale
ANCORA INSIEME - REL. FINALE.pdf
Documento Adobe Acrobat 83.2 KB
PROGETTO RESTART AND RECOVERY. Una rete di comunità per la salute mentale
Cooperativa Proposta 80
PROGETTO Restart and Recovery.pdf
Documento Adobe Acrobat 1'011.6 KB

---------------------------

---------------------------------------------

NEWSLETTER DI MENTEINPACE

per riceverla

     scrivi una mail a      menteinpace@libero.it

----------------------------------------------

 

GUARDA LE NOVITA' della

CASA DEL QUARTIERE DONATELLO

http://www.casadelquartieredonatello.it

---------------------------------------------------------

 a cura di: SUSANNA CIELO, ANNA RITA MANUELLO, LUCA NOVARA

 

GLI ELEMENTI INVISIBILI DELLA CURA

Malattia mentale: quello che abbiamo imparato dalle famiglie

 

Primalpe edizioni

 

Con il Progetto Arcipelago siamo partiti con la DI.A.PSI. di Cuneo “in navigazione” con i familiari che si trovano ad affrontare sofferenze, problemi e ricerca di cura nel campo della malattia mentale. Per la pandemia ci siamo fermati a Cuneo, a riflettere, con i partecipanti al gruppo, su questo viaggio. Tante terre esplorate, tante storie. Ma è stato soprattutto dal viaggiare con le famiglie che abbiamo imparato. Ci sono “elementi invisibili” della cura su cui poter tracciare anche nuove mappe per la Salute Mentale.

 

CLICCA QUI

 

-----------------------------------------------------------

 UNA BLOGGER IN CUCINA

 

Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

Cucini insieme a me?

 

Per visitare il blog

CLICCA QUI