“STO CCÀ” (poesia di Eduardo De Filippo)

Questa poesia è stata segnalata da Rossana Costa-Giani

Volontaria di MenteInPace

 

La proponiamo in italiano ma anche nella versione originale

 

Eduardo De Filippo dedicò a sua moglie Isabella una intensa Poesia dicendole: “Sai, quando non ci sarò più, guarda bene, perché, in tanti segni, io mi paleserò e tu mi troverai”.

 

“Sto ccà”

 

Sto, qua, Isabella, sto qua.

Che c'è? Non mi vedi?

Già, non puoi vedermi,

ma sto qua, sono in mezzo ai libri,

tra le carte antiche,

dentro ai cassetti del comò.

Mi trovi quando il sole entra di sguincio,

s'intrufola di taglio e fa brillare queste cornici dorate

d'argento grandi e piccoline di legno pregiato

acero noce palissandro mogano

sembrano finestrini e finestrelle

aperte sul mondo..

Mi trovi quando il sole si fa rosso

prima che tramonti

dipingendo d'oro i rami degli alberi

e s'infila tra le foglie

per farsi guardare.

Altrimenti mi potrai trovare

quando è notte

in cucina, per cercare qualcosa da mangiare

un pezzetto di formaggio, un'insalata,

quel poco che ti sostiene lo stomaco

e poi te ne vai a letto.

Prima della luce dell'alba poi

mi trovi alla scrivania,

con la penna tra le dita

e gli occhi al cielo,

pensando a ciò che ti ho raccontato

e non ho scritto

e chissà se non sia stato un bene

che questi pensieri si siano persi,

distratti, e stanchi di essere pensati,

che volteggiano nell'aria insieme a me.

E se guardi lassù

può succedere

che se ci sono le nuvole

mi trovi.

Il vento straccia le nuvole

e, così, come viene viene,

puoi trovare certi occhi che ti guardano.

Sotto una fronte larga larga

e lunga

e due solchi lungo il viso

sì, li puoi trovare.

 

 

Eduardo De Filippo.

 

VERSIONE ORIGINALE

 

Sto ccà, Isabè, sto ccà…
Ch’è, nun me vide?
Già, nun me può vedé…
ma stongo ccà.
Sto mmiez’ ‘e libre,
mmiez’ ‘e ccarte antiche,
pe’ dint’ ‘e tteratore d’ ‘o cummò.
Me truove quann’ ‘o sole tras’ ‘e squinge
se mpizz’ ‘e taglio
e appiccia sti ccurnice
ndurate
argiento
grosse e piccerelle
‘e lignammo priggiato –
acero
noce
palissandro
mogano –
pareno fenestielle e fenestelle
aperte ncopp’ ‘o munno…
Me truove quann’ ‘o sole se fa russo
primmo ca se ne scenne aret’ ‘e pprete
ndurann’ ‘e rame ‘e ll’albere
e se mpizza
pe’ mmiez’ ‘e fronne,
pe se fa guardà.
Si no, me può truvà, scurato notte,
rint’ a cucina
p’arrangià caccosa:
na puntella ‘e furmaggio,
na nzalata…
chellu ppoco
ca te supponta ‘o stommeco
e te cucche.
Primmo d’ ‘a luce ‘e ll’alba
po’
me trouve a ttavulino,
c’ ‘a penna mmiez’ ‘ ddete
e ll’uocchie ncielo
pensanno a chello ca t’aggio cuntato
e ca nun aggio scritto
e ca
va trova
si nun è stato buono
ca se songo perduto sti penziere
distratte
e stanche d’essere penzate
che corrono pe’ ll’aria nzieme a me.
E si guarde pe’ ll’aria
po’ succedere
ca si ce stanno ‘e nnuvole
me truove.
‘O viento straccia ‘e nnuvole
e comme vene vene,
e può truva ciert’uoccie
ca te guardeno
sott’ ‘a na fronta larga larga
e luonga
e ddoje fosse scavate…
‘e può truvà.

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