L’ISOLAMENTO …(Karo)

L’isolamento …

Buongiorno a tutti sono Karo e oggi vi voglio descrivere la cella di isolamento e quello che si prova, umanamente parlando, nel restare chiuso lì dentro che può variare da un minimo di una settimana o due a un mese o più a seconda della punizione che si deve scontare per l’amministrazione penitenziaria o per il tribunale che emette la sentenza.

 

DA varieventuali@rossetorri.it

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Sono stato in isolamento circa un mese fa per una quindicina di giorni.

La motivazione non la dico ma se lo facessi ridereste e io non voglio farvi ridere ma riflettere immaginando come ci si possa sentire in una cella sporca che ho dovuto ripulire con uno sgrassatore comprato a mie spese per disinfettare tutto, cioè un tavolo e una panca in ferro, il primo fissato al muro e la seconda a terra, in parte arrugginiti per via dell’umidità, con macchie di vernice sopra cadute ai pittori detenuti in carcere appartenenti a una ditta interna. La ditta non fornisce i teli in plastica così il pavimento si trasforma in una “tavolozza”.

 All’interno c’è:  un letto in ferro, a castello, e  spesso arrugginito dove è posato un materasso in spugna, un mobiletto in legno piccolo, privo di sportelli ricoperto di polvere, di briciole, granelli di zucchero e caffè. Ora vi descrivo il bagno, che è il vano più importante, specie in periodo pandemico perché in isolamento ci passano detenuti trasferiti da altre carceri e persone appena arrestate che arrivano da fuori, a rischio coronavirus. Anche il bagno ha il pavimento in cemento come le pareti, e privo di piastrelle quindi meno igienico, non ci sono basi d’appoggio per prodotti per l’igiene personale, non c’è cestino chiuso per l’immondizia ma ti viene dato un sacchetto di plastica che devi tenere a terra e nella cella dove sono stato messo una mattina ho trovato un cordone di formiche che da una crepa nel muro, sotto la finestra, andavano fino alla spazzatura per tutta la lunghezza del bagno.

In isolamento il bagno è privo di porta e a volte si sta anche con un altro detenuto per carenza di posti interni, ecco cosa vuol dire sovraffollamento, vi lascio immaginare che in questo caso non c’è  privacy e che nel fare i propri bisogni il “cocellino” (coabitante della cella NdR) condivide gli odori. Ritorno alla pulizia, nel caso del bagno, che ho potuto usare il terzo giorno di permanenza in questo luogo “idilliaco” perché ho dovuto farmi mandare detersivo e spugnette dal mio compagno di cella dal secondo piano e fino a quando mi sono arrivati sono trascorsi due giorni. Un giorno per piano ovvio, visto che l’isolamento è al piano terra, e  in alcuni istituti è nel seminterrato, … lì quasi  per garantire umidità permanente. In estate si convive anche con la presenza continua di zanzare, mosche e insetti vari. Dopo aver passato mezza giornata a pulire il bagno ho potuto usufruirne senza il rischio di prendermi un’epatite, visto le condizioni in cui l’ho trovato, … altro che covid.

 Dopo aver descritto la cella ora cercherò di rendervi partecipe di quello che si può provare da rinchiusi: chiunque qui dentro rimane chiuso, oltre che  come nella cella normale dal cancello composto da sette sbarre di ferro,  anche dal blindo che è una porta pesante in ferro che sigilla il detenuto come in un caveau, anch’essa con lo spioncino che serve alle guardie per controllarti, quello che puoi vedere è solo attraverso lo spioncino e le finestre, una in bagno e una in cella.

La sensazione che si prova è quella di un animale in gabbia costretto, recluso e rassegnato. Puoi avere solo beni di prima necessità: acqua caffè e zucchero, latte e biscotti ma solo se li hai comprati, altrimenti… devi vivere nella solitudine più assoluta, non hai modo di socializzare con nessuno, chi lo ha provato, come me, sa che  non ha neanche la televisione o la radio: non devi avere contatti con nessuno e con niente. Devi solo abbandonarti ai tuoi pensieri, che ti fanno ricordare il motivo perché sei lì e ad un detenuto questo non giova. La mente ha bisogno di spaziare, di immaginare, di vivere serenamente o di tenersi occupata.

 La mia fortuna è quella di saper disegnare e mi sono dedicato a quello. Ho immaginato e realizzato sui miei fogli scorci di paesaggi,  figure astratte e la cella in cui stavo nei particolari, mantenendo sempre e comunque la calma, grazie alla forza d’animo e pensando che ho due figlie che mi aspettano fuori.

 Per chi non ha la fortuna di essere come me invece la rabbia e la frustrazione lo assalgono e vi assicuro che restare chiuso in preda a questi stati d’animo è terribile: ti sembra di impazzire, vorresti reagire a ciò spaccando tutto e c’è chi lo fa ma ne subisce le conseguenze con punizioni e  trasferimento, forse, al pagamento di ciò che rompe.

In isolamento puoi uscire per fare la doccia, per telefonare e per andare all’aria. L’ora d’aria è un’altra delusione, io infatti non ci sono mai andato in due settimane, ho preferito restare in cella. So dove passi l’ora d’aria perché quando sono arrivato in carcere ho dovuto fare la quarantena in isolamento per il covid, in pratica esci da una gabbia per entrare in un’altra: un cortile grande come un monolocale, delimitato da alte mura sulle quali ci sono scritte di ogni tipo e al posto del soffitto c’è una rete retta da pali di ferro, una voliera insomma, a terra è sporco, pieno di cicche e sputi. Un posto deprimente con una griglia centrale per la raccolta dell’acqua piovana dalla quale fuoriesce erbaccia e odore di acqua stagnante, un posto che serve non per svagarti ma per ricordarti dove sei finito. Non riesci neanche a farti una camminata, è come farla in una stanza, immaginate un po’ voi. Le persone purtroppo non sanno nulla di quello succede all’interno delle carceri pensano di sapere e magari giudicano o arrivano a conclusioni errate dettate dal pregiudizio. Non dico altro. Provate soltanto a pensare come ci stareste voi, IMMAGINATELO.

A rileggermi

Karo

 

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tratto da: http://lafenice.varieventuali.it/?p=984

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