UNA TESTIMONIANZA SULL’ISOLAMENTO E LA SOFFERENZA (Claudio Domolato)

L’isolamento e la sofferenza portata dal corona virus, mi ha portato ad ascoltarmi un'altra  volta, per fare il punto della situazione del mio percorso di vita ed è uscita questa considerazione inerente alla ”và Pensiero” (associazione legata all’UISP di Parma. Per saperne di più  CLICCA QUI) che mi ha aspettato tutte le volte che sono caduto rialzandomi e facendo di me una persona resiliente.

Arrivavo dall’immondizia... ecco da dove arrivavo,con l’aggravante di uno stigma e zombizzato dai psicofarmaci.

Tanto tempo fa, approdavo al servizio con 20 kg di troppo, erano 20 anni che non toccavo un pallone, ma avevo dentro di me un educazione sportiva latente, da risvegliare.

Il primo impatto con i ragazzi è stato pazzesco, mi trovavo in mezzo a della gente che non conoscevo e che mi faceva paura come la mia malattia.

Mi misi in discussione e cominciai a giocare in stato di ascolto delle mie emozioni.

Allora come oggi, il mio impegno e stato al 100% come la mia invalidità lavorativa.

Con gli allenamenti continui e le varie partite, sono arrivato a conquistare quella forma fisica di un tempo e ho cominciato a lavorare su me stesso e la mia angoscia, manifestandola spontaneamente.

Mentre mi allenavo e mi ascoltavo, andavo a lavorare e le due opportunità vanno ancora di pari passo , l’unica cosa che differenziava l’uno dall’altro è la spontaneità che attuavo nella ”và Pensiero” rispetto all’ autocontrollo che mi imponevo sul lavoro.

In campo parlavo ,sfogavo la rabbia e il risentimento che provavo per le persone, mentre quando lavoravo, stavo attento e disciplinato.

Tante volte ho ritenuto d’essermi divertito, trascinandomi le immagini nella memoria, dopo aver fatto, in partita,con colpi da campione , innalzando la mia autostima.

Due frasi mi accompagnarono frequentemente : “ Dopo un buon ragionamento si ottiene una buona azione”(si potrebbe dire anche che dopo una buona teoria, si ha una buona pratica.) nel senso che se riuscivo ad essere positivo, lavorando sulla mia angoscia, a casa, ottenevo risultati positivi anche in campo di gioco.

Sul lavoro ragionavo allo stesso modo, cercavo la positività in maniera onesta, cercando di capire per essere costruttivo ma ci volle più tempo per essere notato e stimato.

La seconda frase che mi accompagna e mi ripeto tuttora è, che più si fa , meno si pensa, cioè se sei concentrato sul corpo il mio cervello e già impegnato.

Un trucchetto che adotto,per non pensare è anche quello di guardare il cielo.

Vivere il presente non ti fa pensare né al futuro e tanto meno al passato , la fatica dell’azione mi faceva lavorare sui sentimenti che mi dilaniavano lo stomaco.

Ho imparato quindi a respirare con la pancia per soffocare temporaneamente i sentimenti di imbarazzo, che avevo nell’affrontare le persone con cui non avevo ancora stabilito un rapporto di fiducia e non potevo essere spontaneo.

Finalmente dopo tanto tempo ,cominciai ad ottenere risultati, anche sul posto di lavoro,

venni considerato valido e questo mi ha permesso di esprimermi in maniera spontanea,

rendendo i rapporti meno tesi.

Io penso che il gioco del calcio sia il “ lavoro” del bambino, mi ha formato il carattere insegnandomi le regole facendomi divertire , facendomi capire il valore di una vittoria conquistata con impegno e fatica; è una vera e propria filosofia di vita che mi ha insegnato la miscela del sacrificio e costanza per ottenere costanti miglioramenti.

Nel mio caso si parlava di risveglio e di equilibrio mentale, sul quale ho lavorato riguardandomi e lavorando sulla spontaneità dei sentimenti, che allora avevo infettati per mancanza di fiducia nel prossimo.

La “và Pensiero” mi ha fatto ritrovare pensieri positivi che ormai avevo dimenticato, come la gioia di un goal o di un passaggio perfetto; mi sta facendo conoscere i miei limiti (giocatori più in forma o più bravi ) e diversi obbiettivi da raggiungere ( nuove sfide da affrontare ) esattamente come sul lavoro dove ho incontrato persone più competenti che mi hanno fatto accettare i miei limiti, come gli sbagli del passato ,riconciliandomi con me stesso rendendomi migliore e più maturo.

Ho avuto un sano egoismo (mi sono risvegliato e ricostruito ), ho avuto un’onorificenza ricevendo il trofeo del miglior giocatore che mi ha aperto la mente nel raggiungimento di un altro obbiettivo: l’insieme.

Il mio obbiettivo si e spostato sullo spirito di squadra sacrificandomi anche per il gruppo.

Anche sul posto di lavoro ho lavorato a testa bassa fino a che non si sono accorti di me, mettendomi alla prova e assegnandomi mansioni diverse che fortunatamente sono andate al di la delle aspettative dei miei colleghi.

Sono riuscito a conquistare , un ruolo alla pari, come i miei colleghi, nonostante la mia malattia che non ho mai nascosto.

Con la “và Pensiero “ abbiamo condiviso : sofferte vittorie, pizzate e gite indimenticabili che ci hanno uniti sempre più, diventando amici con quel pizzico di competizione che è il sale della vita.

Ho iniziato ascoltandomi e costruendomi una nuova vita (tenendo presente il mio passato) ... da solo , mi sono sacrificato per la squadra giocando nei più svariati ruoli, compreso il portiere per avere altre visioni e condivisioni, ho cercato di essere sempre di esempio prima di tutto a me stesso, poi a chi captava.

A questo punto pensavo che il mio percorso, alla “va Pensiero” fosse finito (anche perché ho raggiunto 48 anni ) ma quello che mi ha fatto restare è l’amicizia che si è formata col passare del tempo (quasi 10 anni ) e una variante, che ha visto l’inserimento di persone che hanno abusato di sostanze e persone provenienti dalle rems ; che ritengo siano più lucide mentalmente .

Questa novità la vedo molto positiva perché restando a contatto con persone aventi gli stessi disturbi, ci si identifica e si possono avere delle ricadute.

Credo sia questo, uno dei motivi per cui, alcune persone si allontanano per poi tornare mentre stando con le persone che hanno problematiche diverse ma mentalmente più lucide, ti fanno compiere un passo meno lungo verso la normalità.

Nel frattempo nel mondo del lavoro, mi hanno tolto l’assegno di invalidità perché ritengono che io abbia delle capacità lavorative, questo mi ha fatto volare via la paranoia dello stigma, che mi opprimeva da 20 anni, ed ho anche, conquistato un ruolo ben preciso all’interno dell’azienda per cui lavoro, interagendo sempre più con i miei colleghi, diventati ormai amici, pure loro.

Sono diventato ormai un veterano e spesso indosso la fascia da capitano, cercando di motivare i miei compagni di squadra,facendo “spogliatoio” cerco di fare sempre meglio e migliorare sempre più i rapporti interpersonali, con lo stesso impegno del primo giorno, ma con obbiettivi diversi, sto maturando.

Indossare la maglia della mia città, mi fa onore e questo mi aiuta a non mollare, a volte andiamo allo stadio tutti insieme ed è fantastico il pensiero di poter giocare in quel campo con quei tifosi .

Questo ci alimenta la passione per il calcio come tante altre persone dandoci un senso di appartenenza.

Nel tempo libero indosso spesso la tuta del Parma special ed è, a volte, motivo di discussione, quindi integrazione, permettendomi di allargare la cerchia dei miei amici. (FORZA PARMA, questo è il grido di battaglia, che vorrei trasferire alla squadra, prima di una partita ufficiale, che onora la maglia in segno di riconoscenza).

Nell’ultimo periodo ho cominciato a vedere gli utenti da un punto di vista diverso.

In loro rivedo me stesso, nelle varie fasi che ho affrontato anche io, e mi dispiace per quelli che hanno più bisogno di aiuto, e non riescono, mi dispiace vedere la sofferenza di alcuni che peggiorano, ma mi piace vedere quelli che compiono passi in avanti migliorandosi.

Senza ombra di dubbio, la vita lavorativa, e stata meno faticosa, anche se piena di difficoltà, ma non è paragonabile al lavoro della riabilitazione mentale.

Ho cercato di paragonare il mondo del calcio, a quello del lavoro, perché trovo delle similitudini con qualche variante.

La “và Pensiero” è stata per me, un grande laboratorio emozionale, che mi ha dato la possibilità di riprendermi e migliorarmi, seppur con qualche ricaduta, in attesa di trovare la giusta cura farmacologica e il raggiungimento dei miei obbiettivi personali.

In tutti questi anni non ho mai perso tempo e ho lavorato sodo su di me, diventato mentalmente adulto, non mi sono mai commiserato ma ho accettato i miei errori e i miei limiti.

Il mio non vuole essere un addio, ma la conclusione di un percorso spirituale, dove credo di avere raggiunto un equilibrio mentale ed una pace interiore, per vivere l’oggi in funzione del domani.

Ritengo che la differenza tra me, e le persone che popolano la società , è che io, accettato con consapevolezza la mia malattia e la tengo a bada con una terapia di mantenimento farmacologico, mentre le persone “normali” non sanno di essere malati o rifiutano la loro malattia per ignoranza o paura.

Ritengo, come tante persone, che la malattia del secolo sia la depressione, essa ti rapisce dalla realtà addormentandoti.

Ritengo che, l’unico modo per risolvere il problema, sia quello di farsi l’esame di coscienza, almeno a 40 anni di vita .

Ad oggi, godo di un autostima ,dettata dal superamento di molti problemi, e godo di un autonomia basilare che condivido con la mia amata.

Mi scuso per lo sfogo ma mi sono tolto un grosso peso dallo stomaco.

Ringrazio tantissimissimo Stefano Cavalli che ha moltissima pazienza e professionalità.

Ringrazio Andrea Panizzi che tanto ha dato, sapendo sdrammatizzare, la gravità di tante situazioni.

Con affetto

 

Claudio Domolato

Le Parole Ritrovate

 

Parma

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Commenti: 2
  • #1

    Massimo Fornasini (mercoledì, 15 settembre 2021 13:48)

    Complimenti per aver evidenza questo problema nel suo articolo.

  • #2

    antonietta (mercoledì, 15 settembre 2021 21:46)

    ❤bella il va pensiero sei stato bravo e ti meriti tt e spero dimenticherai penso che la mitezza e la strada verso la guarigione grazie

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Benedetto Saraceno

LE LINGUE DELLA PAURA

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In un bosco nei dintorni di Ginevra, in circostanze casuali, si consuma il cruento omicidio del vicedirettore della HEGA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di economia sanitaria mondiale.

L’autore materiale è un alto funzionario della stessa agenzia, Andreas Krause, per il quale la vittima rappresenta l’unico ostacolo apparentemente insormontabile alle proprie ambizioni di carriera. Assediato dal timore di essere scoperto e dai sospetti che cominciano ad addensarsi su di lui, si ritrova lentamente risucchiato in un gorgo di paure e ossessioni, che degenera in un’autentica paranoia. Arriva addirittura ad assoldare un killer per sbarazzarsi di un collega che, secondo il suo lucido delirio, sarebbe pronto a denunciarlo. In breve tempo la sua vita privata e professionale va a rotoli, e ogni tentativo di fare marcia indietro e confessare il proprio delitto è vanificato da continue oscillazioni emotive e confusi progetti di fuga. Nel chiuso, ovattato quanto spregiudicato ambiente diplomatico internazionale affiorano intanto intrighi e personaggi di dubbia moralità, disposti a tutto pur di non perdere potere e privilegi. Tra rituali bizantini, scandali messi sotto silenzio e subdoli conflitti d’interesse, emerge un quadro a tinte fosche tratteggiato con inquietante precisione. Nella sua pur riluttante connivenza, di questo perverso mosaico Krause è un tassello fondamentale.

 

Le lingue della paura è un raffinato noir psicologico, una storia intrisa di cinismo, avidità e umana fragilità, con un finale sorprendente.

 

L’Autore

Psichiatra, dal 1999 al 2010 è stato direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Abuso di Sostanze dell’Organizzazione mondiale della Salute a Ginevra. In precedenza ha lavorato all’Ospedale psichiatrico di Trieste sotto la direzione di Franco Basaglia e Franco Rotelli, ed è stato a capo del Laboratorio di Epidemiologia e Psichiatria sociale presso l’Istituto Mario Negri.

Membro onorario del Royal College of Psychiatry, attualmente è segretario generale del Lisbon Institute of Global Mental Health. Ha all’attivo oltre duecento articoli su riviste scientifiche internazionali.

Tra i suoi ultimi volumi pubblicati ricordiamo: Psicopolitica. Città, salute, migrazioni (DeriveApprodi, 2019); Sulla povertà della psichiatria (DeriveApprodi, 2017); Discorso globale, sofferenze locali. Analisi critica del Movimento di salute mentale globale (il Saggiatore, 2014).

 

 

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Federica Giuliani, Gelso nella vita e nel web, la cucina nel DNA e tante cose da raccontare, tra una ricetta e l’altra! Nella mia cucina convivono ordine, precisione e il caos della creatività, citazioni classiche e poeti maledetti, accostamenti insoliti e ricette base, racconti vicini e lontani, dal mito alla leggenda, a volte tristi, a volte dal finale lieto, innaffiati di buon vino e buoni propositi. 

 

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