QUANDO NON CONTENERE SI PUÒ (Roberto Zanfini)

Il 17 agosto 2019 il giornalista Fabio Paravisi nell’edizione di Bergamo del Corriere della Sera riporta che il Presidente della SIP, dott. Enrico Zanalda, avrebbe affermato quanto segue: «In medicina la contenzione viene fatta spesso: nei casi di necessità si sceglie il male minore, quando non farlo rappresenta un rischio per il paziente. In Italia solo il 5% dei reparti non la pratica ma con il rischio di creare problemi maggiori». Ciò è stato riportato come commento al drammatico decesso di una degente avvenuto qualche giorno prima presso un SPDC (è l'acronimo del reparto psichiatrico ospedaliero e sta per Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura - NdR), ed il dott. Zanalda ha ribadito questo concetto anche il 19 agosto nel corso della trasmissione radiofonica Tutta la città ne parla, come se a sbagliare fossero gli operatori e le associazioni che si impegnano per abolire la contenzione meccanica.

Nel reparto dove lavoro l’ultima contenzione è avvenuta il 16 agosto del 2016. Le affermazioni del Presidente della SIP mi hanno allarmato e sono andato a verificare se tra i dati del SPDC dove lavoro si erano verificati, a partire dalla data dell’ultima contenzione, eventi se non di maggiore criticità almeno di pari a persona ricoverata bruciata viva mentre è legata a letto. Ho verificato più volte ma fortunatamente non ne ho trovati. Però ho notato, relativamente al 2017 e al 2018, come nel nostro SPDC, rispetto ad altri tre SPDC che comunque stanno cercando di superare anche loro la contenzione, vi sia una tendenza ad un minor numero di giornate di lavoro perse per episodi di aggressività eterodiretti (infortuni), come pure un minor utilizzo di risorse sanitarie. Paradossalmente ciò che mi ha colpito di più è che ho trovato invece diversi drammatici eventi sentinella nel periodo in cui eseguivamo più di un centinaio di contenzioni all’anno.

Il vero problema però è un altro, come pure la vera domanda è un’altra.

Nel reparto dove lavoro c’è una procedura per la contenzione meccanica e ci sono le cinghie di contenzione. Perché dall’agosto del 2016 non abbiamo più dovuto attivare questa procedura? Come è stato possibile? Non credo che abbiamo situazioni di crisi diverse dagli altri, come neppure che siamo una squadra con competenze superiori alle media. Sì, siamo un buon gruppo di lavoro che ha chiarezza rispetto alla mission e una vision ben chiara. Ma siamo persone come gli altri. Certe volte penso che anche la fortuna ci abbia aiutato molto. La nostra forza maggiore fino ad ora (dico fino ad ora perché non posso escludere che oggi stesso nel nostro SPDC una persona possa essere contenuta) è che siamo stati in grado di applicare un metodo di lavoro, metodo che è anche rintracciabile in letteratura. Come gruppo di lavoro infatti abbiamo più volte sottolineato che alla base del superamento della contenzione meccanica ci sono: a) fattori strutturali; b) fattori organizzativi; c) fattori clinici; d) fattori formativi.

Non ritengo opportuno in questa sede elencare per ogni fattore gli elementi alla base del superamento della contenzione, ma vorrei fare un suggerimento che ha come obiettivo il miglioramento della qualità delle cure. Propongo pertanto al Presidente della SIP che di fronte ad accadimenti così drammatici, oltre ad evocare i potenziali maggiori rischi del no restraint (ma quali?), di fare una campagna di sensibilizzazione: a) su come dovrebbe essere strutturato un SPDC (a piano terra, con giardino, con camere singole, con spazi per attività psicosociali, ecc.), sia per motivi terapeutici ma anche per la dignità delle persone che vengono lì curate contro la loro volontà; b) di definizione degli standard di personale necessari per attuare piani di assistenza individuale che in alcune situazioni prevedono un rapporto 1:1, che non può essere sostituito da una telecamera (che qualcuno deve comunque guardare) e/o da una contenzione meccanica (che qualcuno deve comunque monitorare); c) sulle competenze e le abilità che dovrebbe avere il personale che lavora negli SPDC (formazione non solo psicopatologica); d) sulla necessità di avere come personale del SPDC anche figure professionali quali lo psicologo ed i terapisti della riabilitazione.

Non sono a conoscenza di studi di confronto tra SPDC con orientamento no restraint/orientamento restraint, se non quanto da noi eseguito. Ritengo necessario predisporre una ricerca sull’efficacia/efficienza e sugli esiti orientamento no restraint/orientamento restraint. L’SPDC dove lavoro dà fin da ora la sua disponibilità a partecipare a questo studio, come pure a farsene promotore.

Il mio principale pensiero è comunque rivolto alla persona deceduta e al dramma che stanno vivendo i famigliari, come pure tutti gli operatori di quel reparto. Ed è principalmente questo che mi ha spinto a scrivere queste osservazioni. Perché ciò, per tutti, non accada più.

 

 

L’articolo è del 6 settembre 2019

 

Roberto Zanfini,

Direttore SPDC di Ravenna AUSL della Romagna,

socio del club SPDC no restraint

 

 

Tratto da: http://www.news-forumsalutementale.it/il-dott-enrico-zanalda-presidente-della-societa-italiana-di-psichiatria-sip-ed-i-rischi-degli-spdc-no-restraint/

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Psichiatra, dal 1999 al 2010 è stato direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Abuso di Sostanze dell’Organizzazione mondiale della Salute a Ginevra. In precedenza ha lavorato all’Ospedale psichiatrico di Trieste sotto la direzione di Franco Basaglia e Franco Rotelli, ed è stato a capo del Laboratorio di Epidemiologia e Psichiatria sociale presso l’Istituto Mario Negri.

Membro onorario del Royal College of Psychiatry, attualmente è segretario generale del Lisbon Institute of Global Mental Health. Ha all’attivo oltre duecento articoli su riviste scientifiche internazionali.

Tra i suoi ultimi volumi pubblicati ricordiamo: Psicopolitica. Città, salute, migrazioni (DeriveApprodi, 2019); Sulla povertà della psichiatria (DeriveApprodi, 2017); Discorso globale, sofferenze locali. Analisi critica del Movimento di salute mentale globale (il Saggiatore, 2014).

 

 

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