L’ANSIA DI AVERE TUTTO. IL VERO DONO È IL VUOTO

L’ANSIA DI AVERE TUTTO, MENZOGNA DELLE NOSTRE VITE

IL VERO DONO È IL VUOTO

 

Silvia Avallone

 

 

articolo segnalato da Rossana Costa Giani

volontaria di MenteInPace

 

"Il tutto è pieno: compatto, satollo. È un imperativo: bisogna. Se non ce la fai, allora è colpa tua. Vuol dire che non ne sei all’altezza. Se hai una brillante carriera, ma non dei figli, sei mancante. Se hai una relazione appagante, ma ti arrabatti con lavoretti saltuari, sei mancato. Se hai un’occupazione stabile, una famiglia, però sei stanco morto e in crisi, non eri degno dell’obiettivo. Che è sempre tutto. Una parte è sinonimo di medaglia di legno.

Vorrei avere un piccone per smantellarlo, questo tutto. Perché è una menzogna che ha fatto sentire me e molte persone che amo inadeguate. Quando ho attraversato periodi d’intensa fragilità, scorrere sui social le prove fotografiche del tutto mi affossava. Quando ero appena uscita a pezzi da una perdita, i favolosi racconti mediatici del tutto mi ributtavano a terra. C’era questo clamoroso fraintendimento nell’aria: se ottenevi tutto eri nel giusto, e se ti attestavi in un parziale che magari ti era costato una fatica immane, nello sbagliato.

 

Per fortuna ho potuto contare sui romanzi, sulle poesie, che raccontano invariabilmente questo: lo scacco tra noi e la vita. Ho imparato a chiedere aiuto. È stato così, parlando con i libri e con gli altri, che ho compreso che i vuoti non vanno nascosti o illusoriamente riempiti, bensì mantenuti. Ascoltati, attraversati. Perché sono loro: le nostre rinunce, sconfitte, fragilità, a nutrire i pieni. E i pieni sono possibili proprio grazie ai vuoti.

(...)

Senza non ci muoviamo, non amiamo, non siamo vivi. Sono arrivata alla conclusione – sempre precaria e parziale – che il nostro essere mancanti è precisamente il nostro dono."

Su 7Corriere di questa settimana prendo a picconate il Tutto ed elogio i Vuoti.

 

Tratto da: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=604788587704520&id=100045201527006&sfnsn=scwspwa

 

 

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Fame d'aria

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Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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