SE CI PENSO (poesia di Concetta Stuppia)

SE CI PENSO

 

Se ci penso eravamo

povera gente

eppure

non lo eravamo.

Si andava dal lattaio

con la bottiglia

di vetro e

dal panettiere con

le lire contate

“Mi dia 50 lire di pane”.

Si avvolgevano le uova

nella carta di giornale

vecchio e

si facevano le palle compresse

per la stufa a legna.

Mio padre lavorava in Polizia

mia madre lavorava in casa.

Tutti lavoravamo, la carne

la domenica, bollito.

E il lunedì risotto.

Ma la SCUOLA!! Uh la SCUOLA

era la prima cosa!

E i libri foderati di giornale

o carta da zucchero

e i quaderni neri a bordi rossi.

E i “subrich” di patate

nella padella di ferro

nera.

E 3 uova divise per 4.

¾ a testa

E l’insalata dell’orto…

E “una casa avevi tu”…

Mio padre spalava

la neve

per farci andare

a scuola,

mia madre cucinava

sul “putagè”

una colossale profumata

minestra

di trippe e noi

bambini

facevamo esercizi di manualità

sottile

pelando patate, raschiando carote,

tagliando cipolle

con lacrime salate

mescolate a moccio

e tabelline

ripetute a memoria.

Se ci penso eravamo

gente ricca.

 

Concetta Stuppia

Volontaria di MenteInPace

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Commenti: 2
  • #1

    Brunelli Susanna (giovedì, 24 novembre 2022 08:19)

    Molto bella, ho fatto un tuffo nella semplicità del passato, un po' nostalgica, ma ci sta per ricordarci e riflettere su dove ci troviamo ora rispetto al passato.
    Grazie!

  • #2

    Paola e Mario (sabato, 03 dicembre 2022 09:42)

    Bellissima poesia che mibha fatto pensare a tante cose del passato., un passato che suscita sempre nostalgia.... Ricordo ancora i giorni felici in cui avevo diritto alla "pesca" dolce merenda che da qualche anno è tornata di moda!

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Daniele Mencarelli

Fame d'aria

 Mondadori

Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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