PENSO DI ESSERE MALATO (Gianfranco Conforti)

Sì, dottore, penso di essere malato.

 

No, niente di grave…non ho male…non ho dolore da nessuna parte…malgrado i miei anni riesco a camminare abbastanza spedito.

Quando mi alzo dal divano sento l’artrosi che “canta” (o meglio, mi fa fischiare mentalmente), ma come mi disse un suo collega radiologo “è grasso che cola”. Ed aveva ragione.

 

Eppure sento di essere malato. Anche se sto bene.

Vede…dico che sto bene ma affermo di essere malato. Allora è proprio vero che non sto bene.

Non la faccio lunga dottore, perché so che lei ha tanto da fare.

 

È che a Capodanno, non ho avuto nessuna frenesia di mangiare oltre il necessario.

Per carità qualche peccatuccio di gola lo faccio anch’io, ci mancherebbe. Ma non ho avuto l’esigenza di fare il cenone. E sa qual è la cosa più bella? Che anche a mia moglie, non glie n’è fregato niente. Non ce n’è fregato niente di brindare, di fare i botti di capodanno, di urlare, di augurarci tante belle cose. Certo, le abbiamo augurate (le tante cose belle) a chi amiamo, ai nostri familiari, ai nostri amici. Lo abbiamo fatto con il pensiero. Una venatura di tristezza per chi ha perso una persona cara ha attutito la nostra serenità. Ma per il resto, come spesso ci capita e come facciamo nei giorni normali, ci siamo messi sul divano a guardare la tele e poi, ad una certa ora (prima o dopo la mezzanotte che importa?) ce ne siamo andati a letto a leggere ancora un po’.

Per fortuna che abitiamo in un posto civile ed i botti sono durati poco e quasi sembrava che chiedessero il permesso per scoppiare.

Petardi discreti, timidi, molto cuneesi qui a Madonna dell’Olmo!

 

Ecco dottore, le chiedo: sono malato? Se lei mi risponderà: sì! sappia una cosa, che forse la stupirà non poco.

 

Io non voglio guarire.

 

Gianfranco Conforti

 

Volontario di MenteInPace

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Commenti: 2
  • #1

    Susanna Brunelli (lunedì, 02 gennaio 2023 10:44)

    Essere semplici e vivere di cose semplice vuol dire che non è malattia, è una "benattia" !

  • #2

    Concetta (lunedì, 02 gennaio 2023 10:50)

    Anch 'io non vorrei guarire...... Ma qui io e Pippo siamo impazziti! Anche se c' era Rai 5 a salvarci o focus... Non abbiamo dormito.

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Daniele Mencarelli

Fame d'aria

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Tra colline di pietra bianca, tornanti, e paesi arroccati, Pietro Borzacchi sta viaggiando con il figlio Jacopo. D'un tratto la frizione della sua vecchia Golf lo abbandona, nel momento peggiore: di venerdì pomeriggio, in mezzo al nulla. Per fortuna padre e figlio incontrano Oliviero, un meccanico alla guida del suo carro attrezzi che accetta di scortarli fino al paese più vicino, Sant'Anna del Sannio. Quando Jacopo scende dall'auto è evidente che qualcosa in lui non va: lo sguardo vuoto, il passo dondolante, la mano sinistra che continua a sfregare la gamba dei pantaloni, avanti e indietro. In attesa che Oliviero ripari l'auto, padre e figlio trovano ospitalità da Agata, proprietaria di un bar che una volta era anche pensione, è proprio in una delle vecchie stanze che si sistemano. Sant'Anna del Sannio, poche centinaia di anime, è un paese bellissimo in cui il tempo sembra essersi fermato, senza futuro apparente, come tanti piccoli centri della provincia italiana. Ad aiutare Agata nel bar c'è Gaia, il cui sorriso è perfetta sintesi del suo nome. Sarà proprio lei, Gaia, a infrangere con la sua spontaneità ogni apparenza. Perché Pietro è un uomo che vive all'inferno. "I genitori dei figli sani non sanno niente, non sanno che la normalità è una lotteria, e la malattia di un figlio, tanto più se hai un solo reddito, diventa una maledizione." Ma la povertà non è la cosa peggiore. Pietro lotta ogni giorno contro un nemico che si porta all'altezza del cuore. Il disamore. Per tutto. Un disamore che sfocia spesso in una rabbia nera, cieca. Il dolore di Pietro, però, si troverà di fronte qualcosa di nuovo e inaspettato. Agata, Gaia e Oliviero sono l'umanità che ancora resiste, fatta il più delle volte di un eroismo semplice quanto inconsapevole. Con "Fame d'aria", Daniele Mencarelli fa i conti con uno dei sentimenti più intensi: l'amore genitoriale, e lo fa portandoci per mano dentro quel sottilissimo solco in cui convivono, da sempre, tragedia e rinascita.

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