LA STANZA DEL SILENZIO

Imploravo aiuto,

manessuno sembrava comprendere la lingua che parlavo.

Per favore buon Dio

aiutami a superare l’infelicità di questa mia vita.

Se vuoi che io muoia, lo farò.

Solo, non mandarmi all’inferno.

Ci sono già stata.

 

 

Lori Schiller, La stanza del silenzio

 

 

Inizio questa recensione con due frasi di Lori Schiller che, mi pare, illustrino bene la sua condizione drammatica, di alienazione dall’ambiente sociale e di estrema sofferenza. La stanza del silenzio è un libro autobiografico scritto a quattro mani da Lori Schiller, protagonista suo malgrado di un lungo viaggio attraverso il tunnel della malattia psichiatrica, e Amanda Bennet, giornalista e scrittrice. Ma non si limita ad essere un’autobiografia “aiutata” da una professionista della narrazione. È una testimonianza a più voci, che aiuta a comprendere un pezzo di vita di una ragazza americana da diverse angolature. Infatti, oltre alle pagine scritte dalla protagonista e che rappresentano la maggior parte del libro, vi sono le numerose testimonianze dell’amica Lori Winters, del padre Marvin, della madre Nancy, dei fratelli Steven e Mark e di Jane Doller, la psichiatra che ha seguito con successo l’ultima parte dei tredici anni di malattia.

I primi sintomi appaiono nel 1976, in Agosto, e sono costituiti dalle Voci, nel testo sempre indicate con la maiuscola a significare un’entità minacciosa, insultante, denigratoria. A quel tempo Lori ha 17 anni ed è una ragazza della buona borghesia al termine del liceo e pronta ad entrare in un prestigioso college universitario. La malattia psichiatrica si insinua progressivamente, in modo subdolo, sconvolgendo la vita di Lori e della sua famiglia. Una malattia inizialmente difficile da diagnosticare, da capire, da accettare; disturbo di personalità, sindrome maniaco-depressiva o bipolare, sino alla diagnosi di schizofrenia. Il padre, pur essendo psicologo, inizialmente non accetta che sua figlia possa essere diventata una “pazza”. “Non pensai che i problemi di Lori fossero seri”, afferma, “lei non aveva bisogno di restare in un reparto psichiatrico…aveva solo avuto dei problemi”. La prima e, secondo Lori, l’unica che capì che qualcosa non andava è la sua amica Gail. Così Lori si trova a percorrere un lungo e tormentato calvario fatto di allucinazioni, bizzarrie, impulsi aggressivi, tentativi di suicidio, uso di cocaina che la porteranno a lunghi ricoveri in cliniche e ospedali psichiatrici, o in comunità, alternati da brevi periodi in famiglia. Si tentano numerose terapie farmacologiche, viene sottoposta a venti sedute di elettroshock, partecipa a  riunioni fra operatori e pazienti e viene sottoposta a quotidiani colloqui con gli psichiatri che la seguono. Sino al tentativo di sperimentare un nuovo farmaco, ora in uso ma con effetti collaterali che negli anni ottanta e negli Stati Uniti lo facevano utilizzare con cautela. E da quel momento la malattia inizia ad essere più controllata. Toccanti sono le descrizioni che Lori fa sulle positive sensazioni che prova. I pensieri gradualmente diventano più ordinati, le Voci s’infrangono contro un vetro ed iniziano ad essere sempre più lontane, quella cappa, quel groviglio che opprime il suo cervello inizia a sciogliersi. Il libro si muove, per quanto riguarda le cause della malattia psichiatrica, da un’ottica biologica. Presenta, inoltre, una testimonianza di efficacia terapeutica che va letta con prudenza per non ingenerare facili entusiasmi per un farmaco, la clozapina, come avverte nell’introduzione lo psichiatra Giovanni Cassano, “con i suoi risultati ora strepitosi, ora parziali, ora negativi”.

È un libro che riesce a descrivere il mondo delle sensazioni, delle emozioni, delle sofferenze che la schizofrenia genera, viste sia dall’esterno e cioè da parte di familiari e operatori che dall’interno.

Ad esempio Lori, come tanti ragazzi, ascolta la musica con gli auricolari del suo walk-man, ma lo fa a volume altissimo per non sentire, per allontanare inutilmente le Voci.

Da una condizione che la fa assomigliare ad uno zombie, una ragazza che da 57 chili è arrivata a pesarne 85 e che cammina trascinando i piedi, una ragazza irriconoscibile, ben diversa dalla ragazza carina e piena di voglia di vivere dei tempi dell’università riesce a recuperare la sua vita. Non è una vittoria definitiva, lo ammette lei stessa quando afferma che, pur vivendo una vita normale, fatta di autonomia, di un lavoro, di relazioni, continua a prendere 26 pillole al giorno per i sintomi psicotici, per i cambiamenti d’umore, per l’ansia e per gli effetti collaterali. Ma ha recuperato la sua identità, o meglio è entrata in una nuova identità, certo ferita da un’esperienza tremenda ma che le ha permesso di capire e di accettare la sua fragilità, e su questa fragilità costruire la sua forza. Tanto da ritornare al New York Hospital non come paziente ma come insegnante, per tenere tre corsi: uno per i pazienti e le loro famiglie, uno sulla clozapina ed il terzo su come vivere dopo la dimissione dall’ospedale.

Lori viene dimessa il 6 Novembre 1989 ed esce aprendosi da sola la porta con la chiave 9925, la chiave più importante e che apre tutte le porte del reparto. A lei apre la porta di una vita nuova.

 

LORI SCHILLER e Amanda Bennett

LA STANZA DEL SILENZIO

Arnoldo Mondatori Editore, Milano, 1996, pagg. 298

 

 

Gianfranco Conforti, MenteInPace, Cuneo 

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Commenti: 1
  • #1

    Stefano (domenica, 27 novembre 2016 13:50)

    Un libro spettacolare

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 Claudio Rabbia

LA MIA VITA CON IL PARKINSON SULLE NOTE DEL TANGO

 

ArabaFenice Edizioni

2018, € 16,00, pag.176

 

Claudio Rabbia racconta con ironia la sua vita, dalle prime bravate da bambino all'incontro con Ivana, dalle difficoltà economiche alla scoperta del Parkinson che, a soli 44 anni, con due figli ancor piccoli, gli stravolge l'esistenza.
Dopo iniziale depressione decide di combattere la malattia a viso aperto, memore delle parole di suo padre "Se non ci riesci prova a fare al contrario di quello che hai fatto finora". Così Claudio studia nuove strategie per affrontare tutti gli ostacoli che la malattia porta al movimento.
Seguendo questa nuova strada si accorge che, dopo aver ballato il Tango argentino, sta meglio: ritrova l'equilibrio, i movimenti sono più sciolti, anche la calligrafia cambia. Ne parla con i suoi medici e da quel momento la sua vita cambia direzione.

QUARTA DI COPERTINA

Mi rimboccai le maniche cercando di dimenticare la frase "Non si guarisce, è una malattia degenerativa". Non volevo limitarmi a cercare stratagemmi per sopravvivere. Da quando misi in pratica quesa teoria, cioè non limitarmi ai consigli dei medici ma provare ad andare oltre, pur non sapendo ancora come, mi accorsi di sentirmi meno depresso. Trovare una speranza diversa dalle solite mi faceva acquisire fiducia in me stesso.
Ora avevo chiara la mia situazione: era come se avessi due personalità dentro di me. Mi dividevo fra la parte mia normale e la parte ammalata: da una parte ero Claudio Rabbia, dall'altra ero Claudio Parkinson. Quindi non ero tutto da buttare, metà di me era normale.
Difficile la convivenza dei due Claudio: il primo sempre attivo e allegro, il secondo ogni volta più lento e malinconico. Questo era il mio nuovo mondo.
Tenere divisi questi due personaggi è stato utile, a mio parere. Non ho mai condiviso la teoria degli psicologi che cercano in tutti i modi di farti accettare "la situazione". Non posso accettare la convivenza in me di un qualcosa che mi fa stare male. CR sta bene e non deve fermarsi per aspettare CP che è lento e che fa stare male. Che provi a correre più veloce se vuole raggiungermi, intanto non ce la farà mai. CR sarà sempre davanti. Accettai così la sfida con Mister park.
BIOGRAFIA DELL'AUTORE
Claudio Rabbia nasce a Cuneo il 16 settembre 1956. La sua famiglia è composta da papà Angelo e mamma Lucia, due sorelle più grandi di lui, Concetta ed Elsa, e due fratelli più piccoli, Paolo e Alberto. Terminata la terza media inizia a lavorare nell'azienda agricola di famiglia a Roata Chiusani.
Il 23 maggio del 1981 si sposa con Ivana Revelli e, dalla loro unione, nascono Maurizio nel 1982 e Andrea nel 1986.
All'età di 44 anni, nel 2000, iniziano le prime difficoltà motorie e dopo le prime visite neurologiche, nel 2001, gli viene diagnosticato un "Parkinsonismo". Poco tempo dopo ha la certezza di essere affetto dalla "Malattia di Parkinson".
Dopo un periodo di comprensibile depressione si rialza, grazie alla forza sua e della moglie Ivana che lo spinge a non chiudersi e a continuare a coltivare la loro grande passione, il Tango Argentino.
Nel 2006 Claudio fonda, con l'aiuto di alcuni amici e dei neurologi dell'Istituto Auxologico Italiano di Piancavallo, che lo seguono, l'Associazione Parkinson Lago Maggiore con sede a Pallanza.
Nel 2011 apre una seconda sede a Cuneo diventando "Associazione Parkinson Lago Maggiore, Cuneo e le sue Valli", meglio conosciuta grazie al suo originale e simpatico logo con la lumaca "La Parkimaca", portandolo così a far conoscere e divulgare, in Italia e non solo, la tanto sospirata "Tango Terapia".