LEGARE I MALATI AL LETTO si può fare ma si può anche non fare (Gianfranco Conforti)

Per chi non lavora in Ospedale può apparire assurdo o addirittura scandaloso che vengano legati al letto i malati. Eppure, ad un’analisi più attenta, ciò risponde ad esigenze di tutela dell’incolumità del paziente. In una Sala Operatoria, in Rianimazione, in degenze intensive è normale, onde evitare che inavvertitamente (per agitazione, movimenti errati o altro) ci si possa sfilare un ago cannula, un sondino od un drenaggio e compromettere seriamente la guarigione. Anche con malati anziani e/o confusi può essere utile (e, a volte, necessario) usare le contenzioni meccaniche per evitare cadute accidentali dovute a confusione o a sedazioni farmacologiche non ben tollerate. Anche nei reparti psichiatrici si usano le contenzioni meccaniche; ma non in tutti i reparti. Già questo è un dato che lascia perplessi. Se da una parte tanti psichiatri affermano l’impossibilità di non legare i malati agitati, ovviamente in casi estremi e come extrema ratio, dall’altra esistono reparti dove le contenzioni non vengono usate e non si ha la cultura di risolvere le difficoltà di gestione dei pazienti legandoli al letto e sedandoli. Questi reparti hanno costituito da dieci anni un Club (Club “SPDC1 no restraint” e cioè senza costrizioni) che ha una pagina facebook: 

https://www.facebook.com/associazioneclubSPDCnorestraint/?fref=ts  

Sarebbe interessante che gli incontri nazionali, che i reparti senza contenzioni organizzano, fossero aperti ai reparti che invece le utilizzano ed anzi invitassero dirigenti ed operatori ad un confronto. Certo ciò richiederebbe una dose di umiltà e di disponibilità a mettersi in discussione, da entrambe le parti. Ma, essendo la legge di riforma psichiatrica n. 180 del 1978 ancora vigente, la cultura a cui devono uniformarsi i reparti psichiatrici è quella, come recita l’art.1, comma 2, del rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione”. La Costituzione italiana prevede, all’art. 13, comma 2, che “non è ammessa forma alcuna di (…) restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. (…). Al comma 4 dello stesso articolo “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Inoltre il Codice Penale, all’art. 571 recita che  ”chiunque abusa di mezzi di contenzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragioni di educazione, cura o vigilanza, ovvero per l’esercizio di una professione, è punibile, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente.” Sempre lo stesso Codice Penale prevede, all’art.40 comma 2 sul rapporto di causalità, che “non impedire un evento che si ha il dovere di impedire, equivale a cagionarlo”. Il Codice di Deontologia Medica, all’art.15 prevede che “i trattamenti che comportino una diminuzione della resistenza psico-fisica del malato possono essere attuati, previo accertamento delle necessità terapeutiche, e solo al fine di procurare un concreto beneficio clinico al malato o di alleviarne le sofferenze”.

Appare quindi chiaro che ogni costrizione fisica deve essere adottata come estremo atto sanitario, motivato, volto ad evitare danni a sé ed agli altri e deve essere opportunamente segnalato sulla documentazione clinica in modo circostanziato e cioè che denoti una monitorizzazione del paziente contenuto. Mi auguro che non succeda che non si sappia quanti pazienti si contengono in un reparto in un anno, per quanto tempo, per quali motivi e con che esiti. Certamente coloro che criticano le contenzioni dovrebbero avere diretta esperienza di cosa vuol dire assistere i malati in un SPDC. Purtroppo, come giustamente afferma lo psichiatra Stefano Egidi, Direttore del SPDC di Merano (dove non si utilizzano le contenzioni) il SPDC rischia di diventare…un piccolo manicomio, il “doppiofondo” in cui il territorio scarica le situazioni difficilmente gestibili”2. Eppure, come sottolineano Pietro Sangiorgio e Cinzia Sarlatto3, l'eliminazione della contenzione meccanica, nella gestione dei pazienti psichiatrici, ha costituito un obiettivo e un indicatore di qualità della psichiatria”4. Anche perché si è avuta una notevole evoluzione nel ruolo dei SPDC. Come affermano Giuseppe Ducci e Gian Marco Polselli5 il ruolo dei reparti ospedalieri  “un tempo era collegato con il fallimento del trattamento territoriale e oggi rappresenta invece il luogo della gestione e dell’elaborazione della crisi psichiatrica, l’agenzia di innovazione terapeutica per sperimentare nuovi approcci clinici e nuovi modelli gestionali, lo strumento di informazione e promozione del consenso dei pazienti, lo snodo del sistema di cura community based”6. Non a caso gli Autori prevedono, oltre all’audit clinico (audit: valutazione obiettiva di soddisfazione di linee guida) un audit civico in cui si valuti la “corrispondenza tra bisogni di utenti e stakeholders7 e le prestazioni erogate dal servizio”8. Utopie si dirà. Non direi; forse si tratta di un modo di lavorare serio e scientificamente adeguato alle nuove esigenze, fra cui non ultima quella della relazione umana e (perciò) professionale con il malato psichiatrico e con il suo ambiente socio-lavorativo. Se è vero che nei reparti la relazione è messa a dura prova per l’acuzie della malattia è verosimile che se si vuole abbassare l’aggressività occorra essere professionalmente empatici ed accoglienti anche se fermi nel fare rispettare le regole di un contesto ospedaliero. Non è sufficiente prescrivere una terapia efficace (anche se ciò è determinante e conseguente ad una corretta diagnosi, non sempre facile perché non si possono fare le radiografie ai deliri) perché per praticarla occorre convincere il malato della sua necessità; e per fare ciò occorre avere instaurato un minimo di relazione.

Concludendo: se proprio è necessario legare un malato ricordiamoci sempre che è una persona, affidata alle nostre cure e di cui siamo responsabili. La contenzione va fatta sempre con empatia, comprensione, compassione9. Questo non vuol dire che non ci possano essere momenti di tensione, ma ciò non toglie la relazione empatica. Ricordandoci che se in alcuni SPDC si riesce a non contenere allora è possibile farlo, volendo impostare i servizi psichiatrici in tal senso.  

 

Gianfranco Conforti

 

Note

1 – SPDC è la sigla che indica i reparti psichiatrici ospedalieri detti anche Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura;

2 -  Stefano Egidi, Psichiatria no-restraint, l’esperienza di Merano, in Nuova Rassegna di Studi Psichiatrici, vol. 9, 16 Giugno 2014, pag.  http://www.usl7.toscana.it/index.php/nrsp/numeri-precedenti/vol-9-16-giugno-2014 ;

3 – Pietro Sangiorgio è psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale. Frascati (Roma), come Direttore del SPDC dell’Ospedale S. Sebastiano mentre Cinzia Sarlatto è psichiatra della Clinica Psichiatrica, Università degli Studi di Roma "La Sapienza";

4 - Pietro Sangiorgio e Cinzia Sarlatto, La contenzione fisica nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura
dell'area metropolitana di Roma
,
http://www.psychomedia.it/pm/instither/spdc/sangiorgio.htm;

5 – Giuseppe Ducci è psichiatra nel SPDC dell’Ospedale “San Filippo Neri” di Roma; Gian Marco Polselli è psichiatra nel SPDC del “Policlinico Umberto I”, Università “La Sapienza” di Roma;

6 – Ducci, G, Polselli, G. M., SPDC del Lazio: aspetti istituzionali ed epidemiologici, in (a cura di) Sparvoli, Marco, Di Massimo, Santina, La psicologia nella crisi psichiatrica, Editrice Alpes, Roma, 2008, pag.4;

7 – Con il termine stakeholder si indica un portatore di interesse. In questo caso potrebbe essere un familiare di paziente psichiatrico, un associazione di familiari, di volontari,ecc.;

8 – Ducci, G, Polselli, G. M., op. cit., pag. 5;

9 – Il termine compassione sembra inadatto a comportamenti sanitari, vuoi medici o assistenziali. Pare legato all’affettività mentre invece vi sono approcci innovativi, focalizzati sulla compassione, che ampliano il concetto di empatia.  Si veda Gilbert, Paul, La terapia focalizzata sulla compassione, Franco Angeli, Milano, 2012.

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Commenti: 9
  • #1

    Laura (venerdì, 11 maggio 2018 01:10)

    Se si imbottiscono di calmanti i pazienti per evitare che si agitano e si staccano i fili.. beh non mi sembra un alternativa migliore della contenzione meccanica. Questa non nuoce al malato, come invece fanno quei farmaci tipo il valium che si adoperano in questi casi, che riducono la respirazione e certi tipi portano anche all arresto cardiaco in alcuni soggetti. Quindi, dare farmaci che mettono ko una persona non equivale a privarla della liberta? Bisogna poi riflettere.. perche la liberta che si dice di ledere in realta si tratta di impedire a queste persone, che non si rendono conto, di staccarsi flebo, strapparsi cateteri con distruzione dell'uretra, togliersi la maschera dell ossigeno andando cosi in ipossia. Cerchiamo di ragionare, almeno noi.

  • #2

    renz (giovedì, 24 maggio 2018 04:22)

    pogi

  • #3

    Antonio (lunedì, 04 giugno 2018 20:08)

    Mio padre , gli legarono le mani, perche si toglieva la mascherina dell ossigeno, mori nella notte. Si puo legare un uomo di 77 anni?

  • #4

    Antonio (lunedì, 04 giugno 2018 20:12)

    Voglio sapere se per legge si puo legare un anziano di 77 anni , in medicina d urgenza, perche si toglieva la mascherina dell ossigeno?

  • #5

    Gianfranco Conforti (venerdì, 08 giugno 2018 20:21)

    Sarebbe opportuno rivolgersi ad un legale per accertare non tanto la liceità della contenzione fisica quanto le cause della morte. La contenzione fisica può essere attuata qualora il non farla possa arrecare conseguenze negative per l'incolumità del paziente. Come ho scritto "lo stesso Codice Penale prevede, all’art.40 comma 2 sul rapporto di causalità, che “non impedire un evento che si ha il dovere di impedire, equivale a cagionarlo”.

  • #6

    Claudio (domenica, 06 gennaio 2019 12:13)

    Prima di parlare bisogna provare e trovarsi in situazioni estreme come sto provando io io sono d'accordo con la costrizione

  • #7

    Leda (lunedì, 14 ottobre 2019 00:16)

    Salve, ho un caro cugino in rianimazione da tre mesi a seguito di un'ischemia.
    E' legato ai polsi ed alle caviglie da tre mesi. I medici mi hanno detto che devono farlo perchè potrebbe staccarsi i fili ed i tubi collegati alla trachea. Dopo alcuni giorni di rianimazione hanno indicato in cartella clinica: disturbo da accumulo e sindrome paranoide. La sua salute fisica è ancora cagionevole al punto che non possono farlo uscire dalla rianimazione ed inviarlo ad altri reparti. L?hanno sedato moltissimo per moltissimo tempo. Adesso appena si agita, lo sedano ulteriormente. Trovo tutto ciò estremamente cruente. Ho chiesto conto ad una dottoressa, che mi ha setto che lo psichiatra, dopo averlo visto la prima volta, impartisce per telefono la terapia da seguire sulla base dei report che i medici della rianimazione gli fanno. A me pare una cosa folle tutto ciò. Mi sbaglio? Cosa posso fare per aiutare mio cugino a non essere cosi contenuto? Grazie per la risposta che potrete darmi. Leda

  • #8

    Gianfranco Conforti (mercoledì, 16 ottobre 2019 09:07)

    Cara Signora Leda,
    ai commenti al blog non si può rispondere direttamente. Occorre che Lei metta la sua mail. Comunque sia nei reparti di Rianimazione, per quanto ne so io (ho lavorato per 44 anni in ospedale come infermiere, 3 anni di corso, 21 in chirurgia e 20 in psichiatria), è usuale contenere i pazienti vista la criticità delle loro condizioni e la tecnologia a cui sono collegati che ha la funzione di tenerli in vita. Per questo è indispensabile che non vengano compiuti atti che possano contrastare la loro funzione riabilitativa danneggiandoli. La invito pertanto a mettere la Sua mail ed eventualmente rivolgersi all'Ufficio Relazioni con il Pubblico (URP). Con l'occasione Le porgo distinti saluti.

    Gianfranco Conforti, responsabile del sito www.menteinpace.it

  • #9

    Leda (mercoledì, 23 ottobre 2019 15:45)

    Grazie mille Sig. Gianfranco Conforti!
    Mi scuso se non ho seguito la prassi della vs testata...rimedio subito.
    La mia mail è: leda.zoffoli@gmail.com

    La ringrazio per le precisazioni che già mi ha dato da qui.Il mio interrogativo nasceva dal riconoscimento del limite di necessità a rispetto a quello di abuso della contenzione.
    Grazie ancora.
    Leda

 

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“Il primo segreto è non aver paura. I ragazzi la sentono e non si fidano di chi ha paura di loro. E poi sono stato fortunato. Gilberto, non volendo, mi ha fatto capire in che guaio si è cacciato”. “Il male oscuro degli adolescenti di oggi non è quel ragazzo nudo sul tetto della scuola che si voleva suicidare. Quella, lo sappiamo – vero, Francesco? – è una malattia. Il male oscuro di questa generazione è l’ignoranza. La cultura è la medicina. La cultura come curiosità del sapere”.  Storie di giovani vite sul filo, che tentano equilibrismi incerti tra salute e disturbo mentale, con il rischio costante che quel filo teso si spezzi e si cada nel vuoto. Un filo che è anche un legame, un materiale fragile che ciò nonostante unisce, ricollega, mette insieme... È il filo rosso che lega i tre protagonisti del libro: Francesco Nitti, primario di neuropsichiatria infantile, appassionato e competente, e Antonio Martini, un giornalista curioso che vuole fare un documentario sull’autismo. E poi ci sono loro, i ragazzi e le ragazze che vivono il disagio psichico: Pamela, consumata dall’anoressia; Mario, così grande e grosso, pieno di angoscia che manifesta in esplosioni di aggressività incontrollabili; Valentina, che chiede disperatamente di essere ascoltata tentando il suicidio; Giulia, tossica, vittima di violenze e sfruttamento sessuale; Arianna, che scappa con il fidanzato senza comprenderne i rischi a causa della sua disabilità intellettiva; Marinella, persa nel suo mondo disegnato dall’autismo; Gilberto, fragile e manipolabile, che si lascia catturare dal blue whale. Infine Carmelo, nato Carmelina, che si batte per essere ciò che si sente di essere…  Un romanzo intenso che, attraverso il vissuto dei protagonisti, porta alla luce l’intreccio di storie dalle mille sfaccettature, ci offre uno spaccato inedito della realtà dei disturbi psichiatrici tra gli adolescenti – considerati ancora un tabù – e si prefigge di rimodulare la definizione di disagio mentale per dargli l’aspetto che ha per natura: un disturbo come altri, da riconoscere e curare.

 

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Turismo
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Castle Angels 

Fuga dalla verità


Pronti per essere gli “angeli” del castello? Riuscirete a sventare l’attacco del nemico pronto a diffondere fake news per screditare l’organizzazione e uscire sani e salvi?

CASTELLO DI VERRONE

Falseum – Museo del Falso e dell’Inganno
Via della valletta 1 - 13871 VERRONE (Biella)

L’avventura prende piede quando il nostro “Charlie” scopre che un avversario misterioso ha creato una “Fake News” per screditare l’operato dei Castle Angels. Se i mezzi di informazione venissero a conoscenza di questo falso sarebbe la fine per l’intera organizzazione!
I partecipanti sapranno impedire la diffusione della notizia e salvare gli stessi Castle Angels prima che sia troppo tardi?

 

“Castle Angels” è un format di visita a squadre, liberamente ispirato alle modalità tipiche delle “escape room”, per conoscere il Museo del Falso e dell’inganno di Verrone (BI), attraverso la ricerca di indizi e la risoluzione di quesiti, con un format che trae liberamente spunto dal noto telefilm “Charlie’s angels” e dai suoi protagonisti, per diventare poi un’originale ed inedita avventura.

 

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A Fano ho visitato un posticino fantastico, La golosa officina, una bottega artigianale dove si producono quotidianamente biscotti di ogni tipo e forma, dolci e salati,  ma solo con materie prime selezionatissime, dalla farina macinata a pietra alle amarene di Cantiano, passando per lo zafferano del Montefeltro, arrivando alla nocciola Piemonte IGP, la famosa tonda gentile. Un’esperienza gustativa unica che ha avuto una ripercussione nel mio modo di vedere la biscotteria fino ad ora: ecco che, tornata a casa, ho cominciato anch’io a sperimentare, soprattutto sul salato, per creare sempre nuovi biscotti adatti non solo agli aperitivi, ma da presentare a tutto pasto in accompagnamento a carne cruda, zuppe, secondi piatti, sorbetti. Il sapore e la friabilità di questi biscottini ti conquisterà al primo morso, ne sono certa! Questi biscotti gorgonzola e barbabietola credo abbiano subito una influenza da La golosa officina, e la mia ispirazione è andata ben oltre.

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